giovedì 7 febbraio 2013

Maria Antonietta Pinna, "Mr Yod non può morire"


Mister Yod non può morire
di Maria Antonietta Pinna

Edizioni La Carmelina
pp.83
10,00


Sebbene l’indiscusso talentovisionario di Maria Antonietta Pinna si esplichi al meglio nella narrativa,anche in questa prova teatrale l’autrice mette in atto strategie  espressive non comuni.
Mr Yod è un’opera teatrale in treatti, ben distinti l’uno dall’altro, quasi una trilogia con lo stessoprotagonista, Yod.
Yod è Dio, lo ricorda nel nome (la prima lettera dell’alfabeto ebraico a comporre l’appellativo della divinità), nell’aspetto fisico, alto e barbuto, nell’immortalità vissuta, però,come una condanna. Ma è anche, soprattutto, uomo, non l’uomo comune dell’ultimo atto, ma l’uomo nella sua angoscia, nel suo dolore esistenziale, nella noia e nausea sartriane, nell’alienazione, tema caro alla Pinna e ereditato dal teatro dell’assurdo.  
La scena del primo atto è un omaggio esplicito a Pirandello, Beckett e Ionesco. Cinque personaggi che qui non cercano l’autore perché sono già in contatto metanarrativo con la regia stessadel dramma rappresentato sul palco, in quell’entrare e uscire dal narrato e dal narratore cui ci ha abituato la Pinna; cinque personaggi dello stesso nucleo familiare, che si scambiano dialoghi assurdi, banali, superficiali, capaci solodi comunicare angoscia, senso di straniamento, di vuoto.
Sai certe volte ci si dimentica, così, senza un motivo preciso, l’abitudine,lo stress quotidiano” (pag 18)
Sono proprio cose come queste -abitudine, monotonia, stress - ad alienarci, a renderci estranei a noi stessi,ai nostri bisogni, alla nostra natura più vera, oscura e profonda.
Nel primo atto, la vicinanza con "Waiting for Godot" è esplicita. Anche ilpersonaggio beckettiano contiene Dio nel suo nome (seppure la cosa pare perBeckett sia stata involontaria), anche Vladimir ed Estragon si scambianobattute trite, vuote di senso, simbolo di distanza, d’incomunicabilità. Qui,però, i personaggi sono una famiglia, come in Pirandello, fatta di persone chenon si riconoscono, che litigano fra loro, che si detestano. Parenti serpenti, eil serpente uroborico ricorre in tutto il dramma. Già nel racconto “Io vedo” la Pinna aveva toccato l’argomentofamiglia, intesa come covo di meschinità, nido di serpi malevole. Forse staproprio in questo la differenza fra l’autrice e il teatro che l’ha preceduta,nel suo contatto con la realtà, con la vita di tutti i giorni, quella piccola,meschina, delle famiglie, e quella grande, volgare, crudele, della società,della guerra, come si vedrà nell’ultimo atto.  
L’autrice, in qualche modo, èsempre presente, nascosta dietro le maschere delle sue creazioni. Anche qui laDonna, moglie di Mr Yod, la sua compagna, l’altro lato della medaglia, somigliaun poco all’autrice stessa.  E lecitazioni sono omaggi e rimandi a ciò che ella ama, agli autori prediletti
“Certo,  non uno, né nessuno macentomila!” (pag30)
Il secondo atto è quello più autenticamentepinniano. Deluso dalla famiglia - nella quale il Dio che si ribella a se stessonon trova appoggio, consolazione, neppure identità - dalla quale si allontana “scuotendola testa”, Yod cerca rifugio nell’esoterismo, nell’alchimia intesa comefilosofia portata alle estreme conseguenze, come elucubrazione intellettualesovrascientifica, ultrafanica, alla ricerca di un significato inattingibile.
Nell’antro di Paracelso ritroviamomolti simboli già visti nella casa della maga Gabrina di "Fiori Ciechi", il precedenteromanzo dell’autrice, l’uroboro dell’eterna rinascita, lo yin e lo yang, ilbene nel male e il male nel bene. Cicli e rinascite, dentro e fuori, morte evita alla quale, alla fine, neanche la scienza riesce a dare una spiegazioneche non sia materiale, che soddisfi il Dio uomo sempre più disperato.
Una noia universale e ciclica! Tutto rimane identico a se stesso, non c’èuna fine, né un principio, la testa inghiotte la coda.”(pag.49)
Una noia ancora una voltasartriana, nauseante, assoluta.

Nel terzo atto Yod fa ricorsoalla religione, la madre chiesa, interpretata dal peggiore dei suoi servi, l’umile,l’abietto Don Abbondio. È l’atto forse più riuscito come dialoghi, più fulmineocome battute, con un’ironia sempre presente che rende godibile il testo. Abbondio rappresenta la religione deidogmi (“la legge è legge”), quellache non dà risposte ma impone divieti. Abbondio evoca un altro personaggio, l’UomoQualunque, che si comporta con Yod come una specie di ipnotizzatore, di psichiatra,e opera su di lui un atto di maieutica, lo accompagna nella sua discesa nell’inconscio,nel ventre della balena, come fu per Giona (e per Pinocchio). Qui il Dio è messo di fronte almale da lui stesso creato. La consapevolezza inorridisce, spaventa, indebolisce,la conoscenza di sé, del lato oscuro, non accettato, uccide. Yod, sfinito, muore,diventa davvero, completamente, uguale alle sue caduche creature, Dio e uomo coincidono, ma la morte non dà pace, non dà oblio, fasolo paura, perché resta inspiegabile, oltre la famiglia, la società, lafilosofia, la religione, la psicoanalisi. Yod muore, Dio muore, ridotto a “un’idea dimenticata nel fondo di ottusecoscienze” e qui scatta la ribellione della vita, il desiderio prepotente dinon cedere. L’essenza della vita, scopriamo, sta forse proprio solamente nelvivere in sé, senza scopi, senza sovrastrutture, senza significati cabalistici,senza dei.
Insomma, se, come dice Nietzsche- e gli fa eco Guccini - Dio è morto, è pur sempre vero che la vita è ancoraviva.


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