venerdì 25 gennaio 2013

Maria Antonietta Pinna, "Fiori ciechi"


Fiori ciechi
di Maria Antonietta Pinna


Annulli Editori, 2012


«Se le porte della percezione fossero purificate, tutto apparirebbe all'uomo come in effetti è, infinito», scrisse William Blake. E dovendo scegliere un aggettivo per definire Fiori ciechi di Maria Antonietta Pinna, “blakiano”, è quello che ci viene in mente.
Il libro comprende due blocchi di narrazione separati, di cui il primo è senz’altro il più immaginifico. I temi toccati sono il ripudio della guerra, del razzismo, del totalitarismo, e la necessità di non violare la natura affinché essa non ci si rivolti contro (vedi Gaia che distrugge l’umanità sostituendola con i fiori, oppure i probobatteri che mangiano anche ciò che dovrebbero difendere). È fin troppo facile riconoscere nella trama certi regimi dittatoriali da poco abbattuti e certe guerre che costituiscono ossimori nel loro definirsi umanitarie. Ma l’aspetto principale del testo, oltre lo stile impeccabile, cristallino e spiazzante, è il libero dispiegamento d’una fantasia allucinata. Quindi, più dell’orrore della guerra, ci colpisce l’immagine della cimice volante che sgancia le bombe mortifere nel blu elettrico del cielo.
Un racconto-matrioska: l’autrice parla di un autore, il quale parla del mondo da lui creato, fin troppo vicino al nostro mondo reale, con statue di dittatori che crollano, botole che si spalancano inghiottendo feroci occhi smarriti, piedi che penzolano in un balletto di morte. La trama è un congegno preciso, articolato pur nel divagare della fantasia, niente è lasciato al caso, tutto s'incastra, sempre che il lettore si prenda la briga di mettere insieme i pezzi e ricostruire il meccanismo.
Come l’autrice stessa spiega, strizzandoci l’occhio in un continuo gioco metanarrativo - un po’ voluto e un po’ generato dalle stesse circostanze della scrittura in corso - il significato del testo deve metterlo il lettore.
“Il pubblico deve avere l’illusione che stiamo mettendo in scena un messaggio, che non facciamo teatro per il gusto di fare teatro e basta, due risate e arrivederci alla prossima”.
“Che tipo di messaggio, scusa?”
“Verrà fuori dopo, con calma, alla fine. Sarà il pubblico o qualche critico più illuminato, a decidere cosa abbiamo detto. Magari viene fuori qualcosa che non avevamo neanche pensato, tanto lo so che va sempre a finire così.”
E se questa può essere letta come una critica della critica, è anche, a nostro avviso, una quasi inconscia ammissione da parte dell’autrice, un raccontarci il raccontare, lo sviluppo di un’idea in fieri. Quella stessa idea che l’autore nell’autore Tibbs, insieme al suo alter ego ombra, va a cercare dentro se stesso, nei meandri del suo cervello, in un viaggio, dice la Pinna, di “asimoviana memoria.”
“E capiamo che quelle porte sono i libri che non abbiamo mai letto, le persone mai conosciute, le idee dimenticate negli angoli più riposti della coscienza. Quelle porte sono le varianti che avremmo potuto vivere, e non siamo mai stati. Sono il destino, il suo acre sapore escatologico, il passato nel presente, sono tutto.”
L’entrare e uscire da sé è alla base del personaggio Tibbs, ma anche del protagonista del secondo racconto, Tommaso Probo. Tibbs è alla ricerca dell’idea, ricerca che diventa introspezione per ogni scrittore degno di questo nome. Trovare l’idea finale comporta una lacerazione, un’ulteriore alienazione, l’abbandono della propria creatura narrativa, il ritorno nel mondo. E quel chiedersi se non si stia facendo “solo teatro” è un’interrogarsi della Pinna sul senso stesso della scrittura e della propria esistenza.
“Anche se può sembrare banale, in fondo mi dispiace soprattutto per me stesso, per quel senso di sprecato che provo quando mi penso, per quell’avrei potuto fare così e invece ho fatto cosà, come un coglione qualsiasi alla ricerca di non si sa bene che cosa. Si, mi dispiace, per la ferita tra quel che vorrei essere e che invece sono, ferita in cui m’immergo ogni giorno, mi ci faccio il bagno con tutti i vestiti e le scarpe.”
C’è anche una specie di sorpresa finale, anticipata dal cucchiaino dietetico della maga Gabrina, che mette il racconto ancora sotto un’altra luce, apre un’altra scatolina all’interno delle già tante scatole di significati.
Ma non ci concentreremo tanto sul messaggio, quanto sulla potente inventiva della scrittrice. Il racconto inizia con una cosmogonia che crea Floralandia, la terra dove abitano fiori parlanti simili a esseri umani, con tutti i vizi correlati. Onirico e surreale sono termini abusati nel riferirsi a questo testo della Pinna, preferiamo lasciarci cullare, oltre che dalla musicalità acuminata delle parole, anche dalle libere associazioni che il libro ci suscita. 
La prima è con il giardino dove l’Alice di Lewis Carrol incontra la perfida Regina di Cuori. E se in quel caso si trattava di carte, mentre qui invece di fiori, le immagini mentali sono le stesse. Ancora, sottilmente, ci giungono echi da una poco nota fiaba di Andersen, I fiori della piccola Ida, popolata di tulipani, garofani e margherite che danzano fino a sfinirsi, fino a morire. I funghi, in cui abitano i personaggi di Floralandia, ricordano quelli del mondo dove vaga Alice, ma anche quelli di Verne in “Viaggio al centro della terra.” C’è anche un vago sentore di settecento, fra automi, prismi, specchi, obiettivi, lanterne magiche, meccanismi meravigliosi e fuochi d’artificio già presenti nell’Enciclopedie. Tutto molto visionario, ripetiamo, ma pure visivo, tangibile, aguzzo.
Anche il secondo racconto va oltre il messaggio ecologista, oltre l’incubo dei batteri che ci divorano e la malattia che distrugge corpo e mente fino a non poter più distinguere ciò che è vero da ciò che è solo immaginato. Qui, veramente, la narrazione trascende in poesia pura.
“La notte con la sua zuppa di stelle chiare penetra le ossa."
“L’odore della salsedine è forte, punge le narici, stordisce come il profumo di una donna irraggiungibile. Mare, mare, mare dappertutto. Una distesa infinita di glabre onde assassine.”

Patrizia Poli

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