venerdì 15 febbraio 2013

L'urbanistica immaginaria di Italo Calvino

Le città invisibili
di Italo Calvino

Mondadori, 2012 (I ed. Einaudi, 1972)

166 pp.


Le città invisibili è uno di quei classici che resiste al tempo e riscuote ancora oggi un’enorme fortuna. Si tratta di un’opera onirica, spiazzante e inclassificabile: sono cinquantacinque le città invisibili costruite da Italo Calvino con la leggerezza di un architetto fantastico

Il libro è nato a poco a poco, una città ogni tanto, a seconda dell’estro e dell’ispirazione giornaliera dell’autore che tra il 1964 e il 1970, durante il suo soggiorno parigino, mise su carta impressioni, visioni e annotazioni. Lo scrittore ligure pensò di integrare e intervallare questi ritratti di città immaginarie con un dialogo tra due personaggi molto particolari: Kublai Khan, imperatore dei Tartari e potente che tutto possiede, e Marco Polo, il più grande viaggiatore della letteratura che possiede soltanto la proprietà del racconto. Il mercante veneziano, nel raccontare all’imperatore le sue “città mentali”, si esprime attraverso le parole, ma riesce a farlo anche solo con gesti, salti, grida di meraviglia e di orrore, latrati di animali, o oggetti (tamburi, pesci salati, conchiglie, ventagli, noci di cocco, piume di struzzo) che estrae dalle sue bisacce e dispone come pezzi degli scacchi, improvvisando in base a essi straordinarie pantomime, che il sovrano interpreta a proprio piacimento, girando con la mente e con l’immaginazione intorno al racconto di Marco. Nei viaggi mentali dell’uno e nell'ascolto e nelle domande insistenti e quasi ossessive dell’altro tutte le miniature di città trovano così il loro posto e il loro senso, facendo de Le città invisibili uno dei capolavori della letteratura italiana del Novecento



Nel libro non si trovano città riconoscibili, sono tutte città inventate, chiamate da Calvino ognuna con un nome di donna: c’è Isidora con il muretto dei vecchi che guardano passare la gioventù; Bauci, città che si trova sulle nuvole; Eufemia, in cui gli abitanti si scambiano racconti; Cloe, in cui gli sconosciuti si scambiano sguardi lussuriosi; Zemrude, città che dipende dall’umore di chi la guarda; Adelma, in cui si possono rivedere i parenti e gli amici morti. E poi ancora tanti altri piccoli gioielli di “città leggere”, edificate da Calvino per mezzo di una felice fantasia onirica e visionaria che suscita continue ed emozionanti sorprese nel lettore. 

Lo scrittore ligure nel suo libro non ha voluto soltanto evocare un’idea atemporale di città, ma anche una discussione sulla città moderna. Le città invisibili si configurano infatti come un ultimo poema d’amore alle città nel momento in cui diventa sempre più difficile viverle a pieni polmoni, a causa di enormi problemi come la distruzione dell’ambiente naturale e l’inquinamento. Nel libro si polemizza contro la trasformazione recente delle città di provincia in metropoli ad alto tasso di tecnologia e d’inquinamento che danneggiano in modo irreversibile il paesaggio e l’ambiente. Per Calvino la città ideale sembra essere molto lontana dalle odierne metropoli "futuristiche", lanciate in un estenuante cambiamento verso il nuovo, che non hanno alcun riguardo nei confronti dell’ambiente e della natura; solo una città che consenta ai suoi abitanti di vivere compiutamente in perfetta sintonia con la natura, rispettandola e godendone i frutti, può essere ritenuta una città vivibile. Così Calvino, nell’intento di evocare città migliori di quelle odierne, si affida alla sua immaginazione sfavillante e alla sua scrittura cristallina, leggera e giocosa, tramutando le città invivibili di oggi in quelle surreali del libro, città più belle che in qualche momento raggiungono la perfezione.

Marco Adornetto


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