lunedì 26 novembre 2012

La cultura dello spettacolo, l'allarme di Mario Vargas Llosa

La copertina dell'edizione spagnola
Mario Vargas Llosa
La civilización del espectáculo
Ediciones Alfaguara, 2012


"¿Qué quiere decir civilización del espectáculo? La de un mundo donde el primer lugar en la tabla de valores vigente lo ocupa el entretenimiento, y donde divertirse, escapar del aburrimiento, es la pasión universal.[Che cosa vuol dire civiltà dello spettacolo? La civiltà di un mondo dove il primo posto nella scala dei valori lo occupa l'intrattenimento, e dove divertirsi, fuggire dalla noia, è la passione universale]" (33)

Questa è una delle prime definizioni che dà Vargas Llosa della civilización del espectáculo. Il libro, dal titolo omonimo, è uscito in Spagna la scorsa primavera per Alfagura (siamo in attesa dell'edizione italiana Einaudi) scatenando fin dai primi giorni un acceso dibattito. Naturale se si pensa che lo scrittore peruviano è solito dire quello che pensa esercitando a pieno la propria libertà di pensiero: per Vargas Llosa l'autocensura non esiste. Quindi, quando un Nobel per la Letteratura (2010) abituato a polemizzare con tutto e tutti, com'è nella natura di tutti gli hispanohablantes, in duecento pagine demolisce l'intero universo culturale nel quale siamo immersi, è logico che si scateni attorno a lui, e al libro, un dibattito polemico. Che è salutare e che in Spagna ha occupato le colonne degli editoriali per qualche settimane. Qualcosa è arrivato anche in Italia, con un intervista sulla pagina culturale del quotidiano La Repubblica, travisando, tra l'altro, tutto il senso del libro, che pareva solo l'acido rifiuto di un vecchio scrittore nei confronti del mondo contemporaneo. Un tentativo di render noto quanto erano belli i tempi andati quando scrivere un romanzo, comporre una sinfonia o girare un film davano al creatore la sensazione di poter cambiare il mondo. Nulla di più distante dalla realtà. La civilización del espectáculo è una lucida, attenta e approfondita analisi della barbarie culturale nella quale stiamo scivolando. Un anti-elogio della velocità, della rapidità, della superficialità e dell'enterteinment che ci circonda.
Lo scrittore peruviano affronta ogni aspetto della società in cui viviamo: dalla religione alla politica fino all'arte e alla letteratura, consapevole che sono tutti in relazione tra loro, collegati da quel sottile quanto saldo filo che è la cultura.
Più che un sentimento nostalgico, il libro di Vargas Llosa è un campanello d'allarme che, temo, rimarrà inascoltato. La spettacolarizzazione di qualsiasi evento culturale rende tale evento superficiale, e passeggero. Ovvero non lascia una traccia in chi legge, guarda o ascolta. Passa, come una stella cadente che la sera successiva è già dimenticata. Non lasciando tracce non innesca quel meccanismo che permette all'uomo di pensare, ragionare e soprattutto, attraverso il romanzo il film o l'opera d'arte, trarre conclusioni sul mondo che lo circonda. In un recente articolo sul Corriere della Sera, Vargas Llosa e Claudio Magris dibattevano proprio di questo. Significativo quanto sosteneva lo scrittore peruviano: anche le situazioni più atroci e tragiche, in letteratura, mantengono una loro perfezione. Sono finite e concluse, sono perfette nel loro orrore. Il mondo che ci circonda invece è imperfetto: ecco che il risveglio da una finzione (che sia letteraria, figurativa o musicale) dovrebbe palesarci con maggiore evidenza l'imperfezione nella quale siamo immersi e spingerci a migliorare, seppur di poco, ciò che ci circonda. Questo ruolo, fondamentale, che ha la cultura nella vita quotidiana si sta perdendo. Leggere Flaubert, Proust o Goethe ha effetti tardivi di capitale importanza: il Faust non è un'esperienza passeggera, così come Madame Bovary non è intrattenimento. C'è un "di più" nella lettura che rimane dentro di noi e lavora insieme a tutta una serie di altri stimoli, con effetti a lunga durata.

Certo, leggere La Recherche o guardare un film di Antonioni sono esperienze che richiedono un certo impegno intellettuale, e di tempo. Uno sforzo il cui premio ha un valore inestimabile: la consapevolezza di chi siamo, da dove veniamo e dove vogliamo andare. Ecco che il mondo moderno, e soprattutto la progressiva impalpabilità della cultura, diventano un ostacolo (forse ricercato?) nella creazione di cittadini consapevoli:
"En el pasado, la cultura fue a menudo el mejor llamado de atención ante semejantes problemas, una conciencia que impedía a las personas cultas dar la espalda a la realidad cruda y ruda de su tiempo. [Nel passato, la cultura fu spesso il miglior campanello d'allarme di fornte a simili problemi, una coscienza che impediva alle persone colte di voltare le spalle alla realtà nuda e cruda del loro tempo]" (201)
Nel progressivo impoverimento culturale  del mondo in cui viviamo hanno un ruolo di primaria importanza Internet e il digitale. Già nel 1997 Vargas Llosa si definiva un dinosauro e, ancora oggi, chi lo segue con attenzione sa che lo scrittore non possiede un cellulare e non ha un account e-mail. Il premio Nobel non punta il dito contro la Rete e la digitalizzazione dell'editoria, ma vede un nesso tra contenitore e contenuto: se il contenitore diventa impalpabile, anche il contenuto rischia -prima o poi- di fare la sua stessa fine:
"Algo de la inmaterialidad del libro electrónico se contagiará a su contenido, como le ocurre a esa literatura desmañada, sin orden ni sintaxis, hecha de apócopes y jerga, a veces indescifrable, que domina el mundo de los blogs, el Twitter, el Facebook y demás sistemas de comunicación a través de la Red, como si sus autores, al usar para expresarse este simulacro que es el orden digital, se sintieran liberados de toda exigencia formal y autorizados a atropellar la gramática, la sindéresis y los principios más elementales de la corrección lingüística. [Qualcosa dell'immaterialità del libro elettronico si contagerà al suo contenuto, come succede a questa letteratura goffa, senza ordine né sintassi, fatta di apocopi e di gergalità a volte indecifrabili, che domina il mondo dei blog, Twitter, Facebook e altri sistemi di comunicazione della Rete, come se i loro autori, utilizzando per esprimersi questo simulacro che è l'ordine digitale, si sentissero liberati da ogni esigenza formale e autorizzati a fare a pezzi la grammatica, la sinderesi e i principi più elementari della correzione linguistica]" (205)

Umbero Eco
Qualche mese fa, anzi qualche anno ormai, Umberto Eco scriveva nella sua rubrica su L'Espresso, che oggi possiamo leggere codici e manoscritti risalenti al Medio Evo. Al contrario, se avessimo il manoscritto di un capolavoro inedito su un floppy disk di dieci anni fa, sarebbe molto difficile, se non impossibile, recuperarlo. Credo che la riflessione di Eco, breve com'è nella logica di una rubrica, e quella di Vargas Llosa, che prende lo spazio di un intero libro, vadano a braccetto. Per questo l'allarme lanciato dallo scrittore peruviano non può che stimolare coloro che ancora hanno a cuore le sorti del mondo e percepiscono tutto l'effimero di una Commedia in digitale, a tenersi stretti i loro tre volumi di Inferno, Purgatorio e Paradiso, il più delle volte eredità inestimabile degli anni del liceo.
Recentemente, infine, è stato proposto un concorso letterario per chi fosse riuscito a racchiudere un racconto in 140 caratteri, lo spazio di un cinguettio. Non ho nulla in contrario contro la brevitas, e credo neanche Vargas Llosa, visto che proprio il continente americano, nella sua parte ispanofona, ha dato vita ai due racconti più brevi della storia della letteratura, rispettivamente di Augusto Monterroso e Luis Felipe Lomelí:

"Cuando despertó, el dinosaurio todavía estaba allí"
[Quando si svegliò, il dinosauro era ancora lì]
"¿Olvida usted algo? ¡Ojalá!"
[Dimentica qualcosa? Magari!]

Ciò che fa di questi due micro racconti dei capolavori assoluti non è tanto la brevitas in sé, quanto questa unita al fatto che le loro interpretazioni sono infinite quanto l'universo. Ma per coglierle è necessario uno sforzo intellettuale, e un periodo di tempo, che sono in totale antitesi rispetto alla cultura dello spettacolo che ci circonda.

Alessio Piras

2 commenti:

Piero Fadda

Non ho letto il libro (aspetto la traduzione), ma mi par di capire che ci siano punti in comune con le posizioni di Franzen, confermi Alessio?
È un tema che trovo molto stimolante, e la conferma che colpisca nervi scoperti e dunque sia giusto affrontarlo è il fatto che (e l'osservazione che fai sull'approccio di Repubblica lo conferma) appena qualcuno tenta un approccio critico, anche provocatorio, nei confronti del dominio di spettacolo e/o intrattenimento e dell'abuso di social-network e del loro lessico/sintassi, partano subito accuse di trombonismo, snobismo (nei migliori dei casi) o reazioni isteriche (ricordo Andrea Scanzi contro Michele Serra che aveva osato esprimere perplessità su Twitter). È innegabile che ci sia un conformismo molto forte, più pericoloso perché spesso inconsapevole e negato.

Alessio Piras

Ti confesso che su Franzen mi cogli impreparato.
Per il resto sono completamente d'accordo con te. Questo libro impone una riflessione molto seria sulla spettacolarizzazione di ogni aspetto della nostra vita. Un esempio attualissimo sono le recenti primarie del PD, che hanno mediaticamente invaso ogni spazio. Se i contenuti fossero stati al centro di questa invasione, allora ci sarebbe da essere felici. Ma, purtroppo, è stato solo un enorme show, come ce ne sono tanti.