martedì 3 luglio 2012

Il tempo di Marcello Fois


Nel tempo di mezzo
di Marcello Fois
Einaudi, 2012

€ 20 in cartaceo; € 9.99 in ebook
pp. 272



«La maledizione è percepire. Peggio che sapere. Peggio che ignorare. Avere dalla propria parte l’esercito delle parole e delle connessioni»
Quando Vincenzo arriva su «quella zattera in mezzo al Mediterraneo che era la Sardegna» ha trent'anni e la scoperta recentissima, ancora tutta da accettare, di non essere più senza famiglia, ma di portare un cognome: Chironi. Per questo ha abbandonato il suo Friuli, alla vista di una terra lontanissima, che all'uscita dalla Seconda Guerra Mondiale («In tempi di regimi i nomi hanno un senso indiscutibile per chi li impone e relativo per chi li patisce») si trova ad affrontare oltre le perdite umane anche il massacro della malaria e del tifo. Vincenzo è straniero, straniero alle tradizioni locali, alla lingua sarda che Fois qua e là lascia emergere senza traduzioni (ma naturalmente, senza mimetismi di sorta); ci sono i caratteri orgogliosi e di primo acchito riservatissimi dei nuoresi, ma anche la disponibilità a dare una mano, con quella fierezza che ancora e sempre fa bellissimi i sardi. 
Appena sbarcato a Olbia, Vincenzo deve raggiungere Nuoro, dove si presenterà alla famiglia del padre, caduto in guerra. Riprendendo il valore classico del viaggio, Fois intesse incontri pieni di interesse per il giovane Vincenzo, e si ripeteranno frasi profetiche come questa:
«È la maledizione e la benedizione delle isole: sempre andare e sempre tornare… con strazio». 
Il protagonista soffre persino la prospettiva di abbandonare quegli sconosciuti: è il passato da orfano che torna a rimordere. E il percorso - quasi proiezione del mancato nostos paterno, quasi avventura di formazione nonostante Vincenzo non sia più un ragazzino - porta alla casa dei Chironi di Nuoro: il pater familias Michele Angelo, esperto lavoratore del ferro che vive la sua vecchiaia con una saggia ammirazione del mondo; e la figlia Marianna, ancora sofferente per la morte del marito e della figlioletta. In questa casa decadente e in questa famiglia decimata, che testimoniano la stessa stoica accettazione della storia e del destino, Vincenzo trova una famiglia attenta, vigile e rispettosa, che gli si affeziona appena viene notata la somiglianza impressionante con il defunto padre. Con il nonno Vincenzo stabilisce da subito una profonda comprensione che si muove sul filo di sguardi; Marianna, più protettiva, avverte nel nipote la possibilità di riscatto che tanto aveva atteso, e lo serve con lo stesso trasporto che riserverebbe a un figlio e, in parte, a un marito, riproponendo quell'ambiguità di sentimenti dell'indimenticato Canne al vento deleddiano.

E torna così (sempre senza forzature) un accenno alla dimensione spirituale e magica della Sardegna tradizionale: il rapporto tutto particolare e quotidiano con la morte e gli spiriti, l'aria nostalgica e la centralità dei ricordi: 
«Ognuno alleva i propri fantasmi, e li chiama in modi differenti. Ricordi, a volte. Li chiama pensieri fugaci, cose che ritornano alla mente d’improvviso, senza che la nostra mente abbia potuto far niente per selezionarli. Li chiama ladri che si insinuano in noi, scassinando le porte blindate del nostro controllo. Marianna quelle porte le aveva lasciate del tutto spalancate» 
Vincenzo non fatica ad ambientarsi, una volta scoperto che
«Lì era come trovarsi in un tempo sospeso a metà, nel tempo di mezzo, non moderni, non antichi, ma sensibili, esposti al contagio. Era in quel territorio sospeso che si doveva inventare un senso, che si doveva immaginare una prospettiva». 
E la prospettiva è la bellissima diciassettenne Cecilia Devoto, guardata con sospetto dai nuoresi per le sue origini cagliaritane e per la sua modernità. Nulla resta immutato, e via via a Vincenzo non resterà che constatare come nella vita 
«Tutte le cose sfuggono, Vincenzo, quello che credi di controllare ti sconfessa, senza pietà…». 
Senza pietà il destino di Vincenzo, ma tutto drammaticamente coerente, con quella coerenza che fa del destino il migliore sceneggiatore. Quasi romanzo familiare, con un abbozzo di prospettive sul futuro che proietteranno il lettore fino alla fine degli anni Settanta, Nel tempo di mezzo è un esempio splendido di equilibrio tra contenuti e forma, tra narrazione perfettamente calibrata e stile letterario. Fois sa scrivere e sa raccontare: qualità rare che lo renderebbero un meritatissimo vincitore dello Strega 2012. 

Gloria M. Ghioni

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