mercoledì 16 maggio 2012

#SalTo12: Salone del Libro? Io vado da Flaccovio!


La prima edizione della Fiera Internazionale del Libro di Torino, datata 1988, si tenne nel complesso Torino Esposizioni. Nessuno avrebbe scommesso molto su un'iniziativa così ambiziosa in un Paese dove si legge pochissimo e in un'epoca, gli anni '80, che videro il trionfo di una mentalità materiale e "da bere". Non è un caso forse che sia Torino - elegante, austera, regale e sobria città sabauda - ad ospitare la Fiera e non Milano, capitale italiana dell'editoria. Fu un vero successo, inaspettato a tal punto che la conferenza di Umberto Eco si tenne in una sala molto piccola e la gente ascoltò il semiologo seduta per terra. Questi non sono miei ricordi - avevo cinque anni all'epoca - ma il racconto di chi la Fiera (oggi Salone) l'ha vista nascere e crescere.
Personalmente ho iniziato a frequentare il Salone una decina d'anni fa, quando ancora se ne parlava poco in televisione. Negli anni ho assistito a conferenze di ogni genere e ho sempre pensato all'evento torinese come a un'opportunità imperdibile, un appuntamento fisso a cui non mancare. Da questo momento in poi sono consapevole di andare controcorrente: l'edizione 2012 mi ha deluso. Ma prima di entrare nel dettaglio ci tengo a precisare che, come ha già detto Laura Ingallinella ieri, il Salone del Libro è un'esperienza plurale sia per il singolo che per la massa. Ogni biglietto è un salone, scrive Laura, e ha ragione. Per questo mi sono deciso a scrivere un intervento che potrà apparire impopolare e parziale. Dirò di più: è parzialissimo. Come deve essere la critica, secondo Baudelaire: 
La critica deve essere parziale, appassionata, politica, vale a dire condotta da un punto di vista esclusivo, ma tale da aprire il più ampio degli orizzonti possibili. 
Quello che scrivo ora è il mio Salone, ed è esclusivo. Ma allo stesso tempo spero aiuti a riflettere sulla necessità di fare in modo che certi momenti preziosi non vengano banalizzati e risucchiati nel tritacarne buonista, lezioso e conformista di una parte della nostra società. Questo è l'orizzonte che mi propongo.
Iniziamo dal Lingotto: in una Torino rovente - 34 gradi! - è suicida tenere il condizionamento dell'aria al minimo, o quasi. La temperatura nei padiglioni era elevata e i punti ristoro decisamente inospitali; appaltati ad Autogrill (guarda caso!) e con prezzi decisamente alti. Tuttavia, il clima tropicale sarebbe stato sopportabile se la qualità fosse stata quella di un tempo.

Paese ospite: la Spagna. Da ispanista sono molto stimolato all'idea. Scorrendo il programma, però, noto che l'unico nome veramente di rilievo è Luis Sepúlveda (che in Italia trascorre molto tempo). Mi delude molto, moltissimo, l'assenza di Mario Vargas Llosa (Premio Nobel 2010 e accademico della Real Academia de la Lengua) al quale avrei francamente fatto inaugurare l'evento. Non è presente García Márquez, ma l'età e la distanza (Vargas Llosa vive in Spagna) possono giustificare l'assenza. Tra gli spagnoli spiccano i dominatori del mercato editoriale italiano: Almudena Grandes, Javier Cercas e Arturo Pérez-Reverte. I tre non sono gli ultimi arrivati, ma non sono neanche lontanamente avvicinabili ai mostri sacri nominati poco fa. Non scrivono male, ma la loro principale qualità è quella di vendere molto, anzi moltissimo. Non ne sbagliano uno. Assente, o quasi, è il passato letterario spagnolo, a partire dal teatro del Siglo de Oro (Calderón de la Barca per intenderci) e questo nonostante siano in programma nuove edizioni, critiche e non. Considerata poco e niente la poesia del primo novecento (Machado, Lorca, Alberti) e l'esilio repubblicano; e questo nonostante gli esiliati abbiano portato in Italia moltissimi testi del XX secolo spagnolo. Unica nota in proposito è stata la bellissima lezione di Marco Cipolloni sulle relazioni editoriali tra Spagna e Italia. Lezione che doveva essere una tavola rotonda con Glauco Felici (traduttore Einaudi) e Viktor Andresko (presidente Instituto Cervantes di Milano). Cipolloni è stato lasciato solo, non è stato avvertito e non è stata data alcuna spiegazione al pubblico. Un nota di grande merito all'ispanista genovese che ha improvvisato magistralmente; un po' più di riguardo da parte dell'organizzazione invece era lecito aspettarselo. Veniamo agli ispanisti presenti: Cipolloni a parte, quasi tutti torinesi in un'ottica di risparmio, che visti i tempi è comprensibile, ma data la risonanza mediatica della manifestazione suona un po' come mancanza di organizzazione. 


Uscendo dal campo ispanistico - non mi addentro in quello rumeno, ammettendo la mia ignoranza in materia - due parole su ospiti come Fabio Volo, Ligabue, Concita De Gregorio, Fabio Fazio, Vittorio Sgarbi. Il primo rappresenta la più alta espressione del "cazzeggio italico", tuttologo raffinato e grande letterato discorre amabilmente di tutto ciò che è irrilevante, nella migliore delle ipotesi toglie rilevanza a ciò che l'aveva prima che lui ne parlasse; il Liga, la Concita e Fazio rientrano in quello strano gruppo di persone di cui condivido alcune idee, ma non ne sopporto la retorica e la banalità con cui le esprimono. Su Sgarbi, volutamente, taccio, sperando che l'abbiano chiamato a parlare di arte.

L'impressione globale è quella che col passare degli anni la Fiera Internazionale del Libro si sia trasformato in un vero e proprio Salone di nome e di fatto: pura occasione di visibilità. Da un lato è giusto che sia così, ma dall'altro sarebbe bene che gli organizzatori tornassero ad occuparsi anche degli aspetti qualitativi, inducendo gli editori a esporre i propri pezzi da novanta, non tanto in senso commerciale, quanto letterario (o saggistico). In un certo senso, però, in questo impoverimento è riscontrabile una logica. Pensando al mercato editoriale non è possibile aspettarsi nulla di diverso: dietro una discreta facciata poco e niente. Quasi tutto sembra far parte di una enorme operazione di marketing. Da notare, in positivo, la presenza degli Editori Indipendenti anche se sarebbe auspicabile uno spazio ancora più ampio e in una posizione ancora più centrale. Per il resto, grande folla dalle grandi case editrici per comprare gli stessi libri che trovi in libreria (deprimente, ma l'uomo è animale conformista). I piccoli editori mi sono sembrati molto poco frequentati, eppure le cose più belle si trovano proprio lì, come lo stand dei palermitani Flaccovio: una vera chicca per chi ama la Sicilia (chi capitasse a Palermo vada alla libreria, via Ruggero Settimo 37), ma naturalmente tutti erano da Sellerio per l'ultimo Camilleri.

Alessio Piras

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