domenica 27 maggio 2012

Pillole d'autore: RAINER MARIA RILKE: I QUADERNI DI MALTE LAURIDS BRIGGE




Rainer Maria Rilke, illustre poeta tedesco, nacque a Praga nel 1875 da una famiglia cattolica e borghese che con difficoltà appoggiò il suo precoce desiderio di diventare scrittore. Dopo aver frequentato la scuola militare, per ordine del padre, riuscì a diplomarsi e lasciò Praga, città che aveva sempre considerato provinciale. Iniziò allora a viaggiare per l’Europa, prima trasferendosi a Monaco, poi visitando l’Italia e la Russia, grazie all’amicizia stretta con la scrittrice Lou Andreas-Salomè. Inaugurò il nuovo secolo, invece, a Berlino dove conobbe la scultrice Clara Westhoff, allieva di Auguste Rodin e sua futura moglie. Il loro matrimonio fallì poco dopo la nascita della figlia Ruth, e Rilke, scrittore ancora alle prime armi, si trasferì a Parigi divenendo segretario di Rodin. In questo periodo nacquero le opere che segnarono l’inizio della sua carriera, da Storie del Buon Dio a Libro di figure.

Die Aufzeichungen des Malte Laurids Brigge, o Quaderni di Malte Laurids Brigge, sono l’ultima opera, pubblicata nel 1910, dopo la quale Rilke visse un periodo di siccità artistica. Le Elegie duinesi, la sua raccolta poetica più importante, vennero scritte lentamente, a scaglioni, tra un viaggio e un altro, quindi concluse nel 1822. Morì pochi anni dopo di leucemia e fors’anche di solitudine.

La critica ha riconosciuto in Rilke da una parte il poeta orfico e inquieto, e dall’altra, per dirla con Gyorgy Lukacs, il poeta della “sicurezza”, che sappia trasformare i propri pensieri e quindi i propri versi in uno specchio da offrire agli uomini, in un mezzo per conoscere tanto sé stessi, quanto una realtà circostante orrida, impossibile da trasfigurare e addolcire. E il Malte sicuramente mette in risalto orrori e inquietudini, ma attraverso il pensiero di un giovane abbattuto dal male di vivere, dall’inquietudine dell’artista che capisce, in fondo, quanta parte dell’esistenza sia spesa a cercare l’impossibile. Il romanzo, strutturato come un diario, ma senza date puntuali né riferimenti geografici precisi (si capisce, leggendolo, che è ambientato a Parigi), è una lunghissima descrizione di fatti, ricordi - in particolar modo materni - emozioni, paure tradotte in oggetti e persone. Malte è Rilke, è il suo viaggiare con la mente, il suo trovare ristoro nella fede e nella preghiera, il suo trasferire amori e passioni in scolorite memorie d’infanzia; è il suo riflettere continuo sulla morte. Malte non ha una famiglia vicina, un vero e proprio lavoro, un obiettivo. Eppure non se ne lamenta, racconta e non chiede riscontri né risposte. Racconta come se non gli restasse altro, quasi per ricordarsi di essere vivo.
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“Io imparo a vedere. Non so perché tutto penetra in me più profondo e non rimane là dove, prima, sempre aveva fine e svaniva. Ho un luogo interno che non conoscevo. Ora tutto va a finire là. Non so che cosa vi accada.”
“E non si ha più nulla e nessuno e si viaggia per il mondo con un baule e una cassa di libri e di fatto senza curiosità. Di fatto, senza casa, senza cose ereditate, senza cani, che vita è mai questa?”
“...è sempre lo stesso. Tutti avevano una propria morte. Gli uomini che la portavano nell’armatura, dentro, come un prigioniero, le donne che divenivano vecchissime e piccole, e poi in un letto enorme morivano come su un palcoscenico, dinanzi all’intera famiglia [...]. E quale bellezza malinconica nelle donne, quand’erano gravide e si reggevano in piedi, e nel loro grosso ventre, su cui giacevano d’istinto le mani esili, c’erano due frutti: un bambino e una morte. Il loro sorriso denso e quasi nutriente nel volto svuotato non scaturiva forse dal loro capire, talvolta, che i due frutti crescevano insieme?”
“Bisognerebbe aspettare e raccogliere senso e dolcezza per tutta una vita e meglio una lunga vita, e poi, proprio alla fine, forse si riuscirebbe poi a scrivere dieci righe che fossero buone. Poiché i versi non sono, come crede la gente, sentimenti (che si hanno già presto), sono esperienze. Per un solo verso si devono vedere molte città, uomini e cose, si devono conoscere animali, si deve sentire come gli uccelli volano, e sapere i gesti con cui i fiori si schiudono al mattino. [...] E anche avere ricordi non basta. Si deve poterli dimenticare, quando sono molti, e si deve avere la grande pazienza di aspettare che ritornino. Poiché i ricordi, di per sé stessi, ancora non sono. Solo quando divengono in noi sangue, sguardo e gesto, senza nome e non più scindibili da noi, allora può darsi che in una rarissima ora sorga nel loro centro e ne esca la prima parola di un verso.”
“Sono a letto, cinque piani in alto, e la mia giornata che nulla interrompe è come un quadrante senza le sfere. Come una cosa che, perduta da molto tempo, si ritrova un bel mattino al suo posto, non sciupata, in buono stato, quasi più nuova che al momento della perdita, come se qualcuno se ne fosse preso cura.”
“...anche fuori non c’era altro che la mia solitudine. La solitudine che avevo preso su di me e che con la sua grandezza era assolutamente sproporzionata al mio cuore. Mi venivano in mente persone da cui una volta ero andato via, e non concepivo che si potesse abbandonare qualcuno.”
“Mi gettai caparbio e disperato di libro in libro e mi aprii la via attraverso le pagine come uno che deve compiere un lavoro sproporzionato alle sue forze [...]. Negli anni successivi mi accadde talvolta, di notte, di svegliarmi, e le stelle erano là così reali e si muovevano così significative, e io non riuscivo a capire come ci si potesse rassegnare a lasciarsi sfuggire tanto mondo. Lo stesso dovevo provare, credo, ogni volta che levavo gli occhi dai libri, e guardavo fuori, dov’era l’estate.”
“All’esterno molte cose sono cambiate. Non so come. Ma nell’interno e dinanzi a Te, mio Dio, nell’interno dinanzi a Te, spettatore: non siamo noi senza azione? Scopriamo, sì, che non sappiamo la parte, cerchiamo uno specchio, vorremmo struccarci ed eliminare il falso ed essere veramente. Ma qua e là ci resta ancora attaccato un pezzo di travestimento, che dimentichiamo. Una traccia di esagerazione rimane nelle nostre sopracciglia, non notiamo che gli angoli della nostra bocca sono piegati. E andiamo in giro così, zimbelli e creature dimezzate: né uomini veri né attori.”
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Introduzione e selezione dei testi a cura di Flavia Catena

(Testo di riferimento, Rainer Maria Rilke, I quaderni di Malte Laurids Brigge, Garzanti, Milano, 2002)

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