mercoledì 25 aprile 2012

Prima indagine per il commissario Arrigoni: "Il giallo di via Tadino" di Dario Crapanzano

Il giallo di via Tadino
di Dario Crapanzano
Fratelli Frilli Editore
pp. 165

"Il 2 marzo 1950, giovedì, alle ore 19.50 circa, tutto era tranquillo, nella vecchia casa milanese di ringhiera di via Tadino 17/a, a Porta Venezia." (5)

Il giallo di via Tadino (Fratelli Frilli Editore, 2011) si apre sulla scena del crimine, una donna sembra essersi buttata dal ballatoio del quarto piano della palazzina nella quale viveva. Il corpo viene visto per primo dal tabaccaio, "scomposto in modo innaturale, disteso sui ciottoli tondi bagnati dalla pioggia" (6). Tutto farebbe pensare a un suicidio, ma il commissario di Pubblica Sicurezza Mario Arrigoni non è convinto e decide di indagare, andando a scavare nel passato di Clara Bernacchi, la vittima, e nelle abitudini di una "porta" della vecchia Milano.
Protagonista assoluto è Mario Arrigoni, a capo del commissariato di Porta Venezia e uomo dal sapore antico che si muove a piedi o in tram in una città che dovrà ancora aspettare un decennio prima di vedere la metropolitana.
Il commissario Arrigoni è un milanese doc, non bellissimo, sposato con una donna di una decina d'anni più giovane che lo adora e con una figlia, Claudia, che frequenta la quinta elementare della scuola Trotter. La vicenda si svolge tra Piazza Durante, poco a nord di Loreto, e via Tadino, strada parallela di Corso Buenos Aires, nella parte più popolare del quartiere di Porta Venezia, dove un tempo sorgeva il Lazaretto narrato ne I promessi sposi. L'autore, Dario Crapanzano, non si fa sfuggire l'occasione per ricordare al suo lettore che quelle strade custodiscono la storia della Milano manzoniana; particolarmente suggestiva è l'incursione di Arrigoni in Corso Buenos Aires 1 dove è ancora possibile ammirare un vecchio colonnato del Lazzaretto e i medaglioni che ritraggono i 12 personaggi principali de I promessi sposi.

L'indagine procede secondo lo schema classico del poliziesco:
Arrigoni ha davanti a sé un enigma del quale deve trovare la soluzione seguendo un ragionamento dalla logica ferrea. Grazie al suo infallibile intuito e seguendo una serie di logici ragionamenti per causa-effetto non solo dimostra che la Bernacchi non si è suicidata ma scopre pure l'assassino. Senza l'aiuto della scientifica e riducendo al minimo l'uso della scienza medica: dall'autopsia Arrigoni riceverà solo la conferma ai suoi già validati dubbi.
Il commissario, che fa una vita il più possibile regolare passa le sue serate tra la radio e la lettura dei romanzieri russi e francesi del XIX secolo. Unica incursione nel novecento è il commissario Maigret, la cui lettura e menzione non ci appare affatto casuale. Anche esteticamente, "fisico tozzo e massiccio, viso largo da mastino, caratterizzato da un naso importante e un folto paio di baffi" (9), Arrigoni sembra ricordare velatamente il volto che a Maigret diede Gino Cervi. Ma non solo: le indagini, il ragionamento, la logica e la sfida nei confronti dell'enigma restituiscono ad Arrigoni tutto il fascino dei suoi illustri colleghi, in primis Sherlock Holmes e Charles August Dupin. I suoi collaboratori, Mastrantonio e Di Pasquale, bilanciano perfettamente la personalità di Arrigoni. Il primo un po' imbranato e troppo frettoloso, il secondo, invece, giovane agente molto promettente; i due personaggi non stanno nell'ombra del commissario, ma anzi, sono le spalle ideali che contribuiscono alla costruzione perfetta di un personaggio che, speriamo, venga amato quanto il suo collega siciliano Montalbano.

Una parola a parte su Milano, vera e propria co-protagonista del romanzo. Chi conosce la città sa che c'è un decennio che ha fatto da spartiacque nella storia recente del capoluogo lombardo, gli anni '80 del secolo scorso. Non è azzardato parlare di un prima e un dopo questo periodo. Ciò che c'era prima è interamente racchiuso nelle pagine del romanzo di Crapanzano, ciò che è venuto dopo sta nel cliché della Milano da bere che ha sfortunatamente dominato gli ultimi trent'anni di vita meneghina. Leggere Il giallo di via Tadino significa anche recuperare quella città dimenticata, recuperarne l'eredità e lavorare affinché una parte della sua anima possa tornare in vita. Operazione, questa, possibile anche grazie al fatto che la prosa di Crapanzano è talmente asciutta da impedire una qualsiasi, e banale, operazione-nostalgia. A tratti questa scrittura scarna e senza troppi fronzoli può sembrare un difetto, ma andando avanti nella lettura si ha l'impressione che sia in perfetta sintonia con il carattere del commissario Arrigoni e della Milano dell'epoca. L'unica nota negativa, se volgiamo, è nei dialoghi un po' troppo elaborati e poco naturali, ma questo "difetto" è compensato dalla delicatezza con cui Crapanzano tocca temi come il tradimento, la prostituzione e il suo sfruttamento.
Il giallo di via Tadino speriamo possa essere solo la prima delle innumerevoli indagini del commissario Arrigoni, il quale non ha nulla da invidiare al collega Montalbano, se non la casa sulla spiaggia di Vìgata.

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