sabato 7 aprile 2012

Due letture del "Don Quijote": l'hidalgo della Mancha secondo Unamuno e Ortega

Il "Don Quijote de la Mancha" di Miguel de Cervantes Saavedra è, senza dubbio, il più importante lascito che le lettere spagnole abbiano donato al mondo intero. Non è il caso, qui, di dilungarsi troppo in un panegirico di un testo i cui meriti sono sotto gli occhi di tutti. Tuttavia, proprio per questo suo essere romanzo universale, il "Don Quijote" è tra i testi meno letti e più conosciuti della letteratura occidentale grazie a un processo di immedesimazione che fa  dell'hidalgo della Mancha un eroe, o anti-eroe, alla portata di tutti. E tutti siamo convinti di conoscerlo, ma quasi nessuno l'ha veramente letto e capito. Perché il "Don Quijote" è molto di più della storia di un folle utopista che gira per la Spagna combattendo i mulini a vento.
Leggere il "Don Quijote" porta a confrontarsi con i due più importanti filosofi del XX secolo spagnolo, i cui commenti al testo cervantino sono imprescindibili per poterne scoprire i risvolti più nascosti e le infinite relazioni con il presente contemporaneo.

Procediamo per ordine cronologico. Nel 1905 Miguel de Unamuno (1864-1936) pubblica "Vida de Don Quijote y Sancho". Si tratta di un commento rigoroso che interpreta in maniera del tutto personale ciascun capitolo del romanzo di Cervantes. Qui vorrei sottolineare le parole di Unamuno riguardo l'episodio in cui Don Quijote incontra il vizcaíno (basco) con cui si sfida a duello. Unamuno, di origine basca, prende a pretesto questo episodio per dire ai suoi conterranei:
"Imparate ad incarnare il vostro pensiero in una lingua di cultura, lasciando quella millenaria dei nostri padri; scendete poi dalla mula e il nostro spirito, quello della nostra casta, circonderà in questa lingua, quella di Don Chisciotte, i mondi tutti, come circondò per la prima volta il globo la caravella del nostro Sebastián Elcano, il forte figlio di Guetaria, figlia del nostro mare di Vizcaya" (p. 81, traduzione mia)
Queste parole sono
un'esortazione di Unamuno contro quel particolarismo basco che ha tristemente insanguinato la storia recente spagnola. L'esortazione del filosofo è una constatazione amara: fratelli miei, adottando una lingua che parlano milioni di persone potreste far conoscere al mondo la nostra cultura, e poi a quella lingua tornare. Apritevi al mondo e date al mondo l'opportunità di conoscerci. Unamuno non dimenticò mai le sue origini. Neanche nel 1936 quando, nel Paraninfo dell'Università di Salamanca, proruppe in grido contro la volgarità fascista che voleva cancellare la cultura basca, sottolineò i suoi natali bilbaini per poi dire al generale franchista Millán Astray: "Vincerete, ma non convincerete".

Il commento, Meditaciones del Quijote di José Ortega y Gasset (1883-1956) fu pubblicato nel 1914, quando il filososo aveva appena 31 anni (!). Non si tratta di un libro sul personaggio di don Chisciotte, ma sul testo Don Chisciotte. Di fatto Ortega prende a pretesto il romanzo di Cervantes per una lunga meditazione sui concetti di profondità e prospettiva, il cui esempio più celebre è quello del bosco. Ciò che mi preme sottolineare è il passo che segue, breve quanto intenso, che riporto nell'originale (è piuttosto semplice da capire):
"Yo soy y mi circunstancia, y si no la salvo a ella no me salvo yo" (25)
Io sono io, ma anche quello che mi circonda e solo salvandolo -quindi occupandomene- posso salvare me stesso. È un appello contro ogni forma di individualismo, scritto in un'epoca in cui la società del capitale stava nascendo. Letto oggi, quando il capitalismo sfrenato sta dando gli ultimi ansimanti respiri, dà l'esatta misura della follia in cui la nostra società, basata su un individualismo estremo, è caduta.
Chiudo con Ortega, ma sul Chisciotte tornerò nella speranza che questi interventi siano da stimolo alla sua lettura:
"Non c'è nulla di più illecito che ridurre il mondo secondo le nostre manie e la nostra cecità, rimpicciolire la realtà, sopprimere immaginariamente parti di quello che è.
Questo succede quando si chiede al profondo di presentarsi come il superficiale. No; ci sono cose che presentano di se stesse lo strettamente necessario, con lo scopo di renderci consapevoli che esse stanno dietro, occulte" (37, traduzione e corsivo mio)

Alessio Piras

Riferimenti:
Miguel de Unamuno, Vida de Don Quijote y Sancho. Madrid: Alianza Editorial, 2009.
José Ortega y Gasset, Meditaciones del Quijote. Madrid: Revista de Occidente en Alianza Editorial, 2008.

3 commenti:

Davide Castiglione

Grazie per questo intervento, Alessio. Personalmente, sono stato abbastanza fortunato da aver "dovuto" leggere l'intero Don Quijote per un esame di letteratura spagnola: è incredibile quanto mondo ci sia dentro, quante scene che si sono impresse nella mia memoria. Grazie!

Stefano Crivelli

Complimenti Alessio, davvero. In poche righe sei riuscito a sintetizzare due prospettive di lettura importanti. Aspetto il prossimo intervento, intanto io comincio a leggere...

Alessio Piras

Grazie mille a entrambi! :)