lunedì 27 febbraio 2012

The Help: la forza delle parole

The help
di Kathryn Stockett
Mondadori, 2010

pp. 526
€ 10.50

Traduzione di A. Colombo

“La verità è che non me ne importa granchè del voto. Non mi importa di mangiare allo stesso bancone dei bianchi. Quello che mi importa è se tra dieci anni una bianca dirà ad una delle mie figlie che è sporca e la accuserà di rubare l’argenteria”

Jackson, Mississipi, estate 1962: nella profonda periferia americana ipocrisia e discriminazioni vanno in scena giorno dopo giorno, sempre uguali a se stessi, e nulla sembra possa turbare la quotidianità di quelle famiglie di bianchi fintamente perfette e felici. Non certo gli echi lontani del mondo al di là della provincia che si muove e si interroga. Non le canzoni cantate da quel tipo strano che parla di “tempi che stanno cambiando”. Non i discorsi infervorati di quel reverendo che agita i neri.
Niente di tutto questo parrebbe sconvolgere la tranquillità e il conformismo degli abitanti di Jackson, né tantomeno mutare i rapporti e le convenzioni tra padroni e domestici: tra bianchi e neri. I neri, che crescono i figli degli altri per mettere da parte ogni spicciolo guadagnato con fatica per sperare di poter costruire un futuro migliore per i propri, in un’epoca in cui per una ragazza di colore non c’era altra scelta possibile se non diventare domestica presso qualche famiglia di bianchi.

Eppure,
nel bellissimo romanzo di Kathryn Stockett uscito un paio di anni fa e da cui ora è stato tratto il film omonimo –che ha già fatto incetta di premi ai Golden Globe e che quasi sicuramente non deluderà neppure agli Oscar- il vetro di ipocrisia e quotidiane umiliazioni si incrina irreversibilmente e anche Jackson dovrà fare i conti con i grandi cambiamenti in atto.

Una storia corale al femminile, parzialmente autobiografica, in cui l’autrice –anch’essa originaria di Jackson- affronta con delicatezza il particolare rapporto che si instaura tra la domestica nera e quelle padrone che le affidano i figli ma contemporaneamente le costringono ad usare bagni, posate e piatti separati per non rischiare di rimanere contaminate dai germi.
“Separati”: è la parola chiave. Il dover occupare i posti in fondo all’autobus riservati alle persone di colore, ricordarsi di usare sempre la stessa forchetta e lo stesso bicchiere, entrare dal retro, usufruire di stanzette umide e angustie come bagno personale.
Fuori dai grandi cambiamenti in atto nel resto d’America, la Stockett racconta la realtà quotidiana di quei rapporti, delle difficoltà, ma anche degli affetti che in alcuni casi nascono spontanei. Proprio sulla relazione tra domestica e padrona, Eugenia (detta Skeeter” brillante giovane donna appena tornata dal college, anticonformista e piena di sogni, decide di scrivere per dare voce a coloro che non l’hanno, portando una ventata di coraggio nella cittadina.

Un progetto segreto e pericoloso, cui si trovano coinvolte Eugenia e due domestiche: Aibileen così saggia e materna, ha cresciuto ben 17 bambini ma ha perso il suo, un giovane uomo dal futuro promettente; e Minny, l’amica più cara di Aibileen, forse un po’ impertinente e sboccata, ma di sicuro coraggiosa e cuoca provetta. È proprio da queste due donne meravigliose che Skeeter raccoglie le prime storie, raccontate come un fiume in piena dalla vivace Minny o scritte personalmente da Aibileen con stile incerto forse, ma piene di vita e sincerità. Episodi che ritraggono madri assenti, troppo giovani e immature per essere in grado di occuparsi dei propri bambini, padri sullo sfondo un po’ sfocati, malignità, ipocrisie e segreti.
Quando il pericolo del ku klux klan non sarà più soltanto un’eco lontana e l’ingiustizia sempre più opprimente, altre donne decidono di unirsi al progetto, un po’ impaurite, ma forti del desiderio di raccontare la loro storia, la storia di tante altre domestiche come loro.
Da questi racconti, nascerà un manoscritto anonimo destinato a sconvolgere la quiete cittadina e tracciare nuovi sentieri possibili per le protagoniste, non sempre facili da intraprendere, con le lacrime per ciò che ci si lascia dietro.


Debora Lambruschini

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