mercoledì 30 novembre 2011

"Certe guerre non finiscono mai" conversazione con Pino Scaccia

Certe guerre non finiscono mai. Conversazione con Pino Scaccia
di Alessandra Stoppini
Edizioni della Sera, 2011

€ 5
pp. 62


Pino Scaccia, storico corrispondente Rai e autore di numerosi saggi e reportage, è forse uno degli ultimi esempi di quel giornalismo di vecchia scuola che -sulle pagine dei quotidiani prima e in seguito nei post del suo raffinato blog “La torre di Babele”- ci ha accompagnato con onestà e sguardo lucido nel vortice degli avvenimenti più importanti della scena mondiale, sempre con la stessa capacità descrittiva precisa ma sintetica di chi ha osservato con i propri occhi la realtà che restituisce ai suoi lettori. Una passione totale per il mestiere di giornalista che non smette di esistere neanche dopo l’addio al lavoro di corrispondente e cronista, ma che al contrario trova nuova espressione nel sopracitato blog e nei sei libri finora pubblicati, attività a cui ha scelto di dedicarsi pienamente dal Maggio scorso.
L’autrice di questo libro (il cui titolo richiama una frase tratta dal blog di Scaccia), Alessandra Stoppini ci restituisce quindi per una volta una versione inedita del giornalista, non più intervistatore ma intervistato, pronto a dialogare con lei e con il lettore dello scenario mondiale odierno, di alcuni grandi stravolgimenti passati di cui è stato testimone, dei possibili scenari futuri. Ne deriva una lunga intervista in cui Scaccia cerca di ricostruire i motivi che l’hanno spinto ad approdare al mestiere di inviato, gli insegnamenti ricevuti dai grandi maestri, al contempo analizzando i conflitti passati e presenti, lo spartiacque dell’11 Settembre 2001, le guerre dimenticate, la sofferenza per i colleghi caduti.
È innegabile che un giornalista del calibro di Scaccia risulti più a suo agio nelle vesti di inviato, reporter, testimone diretto, capace di riconvertire su carta gli eventi di cui è stato osservatore e le impressioni che questi gli hanno suscitato. È per questo motivo quindi che “Certe guerre non finiscono mai” resta una lettura interessante per cercare di scoprire l’uomo dietro il reporter ed approfondire alcuni temi ricorrenti nei suoi articoli e nei suoi libri, pur rimanendo consapevoli che il mezzo più diretto ed esemplare per comprendere la sua visione sono più di 30 anni di articoli, approfondimenti e cronache.
Ma è sempre interessante conoscere la storia dietro una così lunga carriera, un percorso nato da una fortissima passione per due cose sognate da ragazzo: “Viaggiare e raccontare. Con un colpo solo ho esaudito entrambi i sogni” , che si sono trasformate quindi in quel mestiere di reporter imparato soprattutto sul campo. Perché come sostiene lo stesso Scaccia un buon reporter è composto da 
“Cinque per cento di tecnica (che s’impara), cinque per cento di talento (se lo si ha) e il resto, il novanta per cento, di suola delle scarpe, come diceva Montanelli.” 
È questo il segreto, un lavoro che si impara principalmente dall’osservazione diretta della realtà, sul campo, in cui oltre al talento servono tenacia e fatica perché “Reporter è soprattutto sudore”. Condivisibile o meno, è innegabile che la passione e lo studio da soli non bastino a formare un buon giornalista, tantomeno un inviato, e come tanti altri maestri anche l’esperienza di Scaccia può essere di stimolo e riflessione per quanti sognano questa professione.
La conversazione si sposta quindi verso le impressioni e le riflessioni che hanno suscitato alcuni degli avvenimenti cui si è trovato coinvolto, come giornalista in primis ma anche come uomo, soffermandosi sul significato della guerra, le sue atrocità, gli interessi che inevitabilmente vi si nascondono e la pena per quelle guerre appunto “che non finiscono mai” perché abbandonate all’oblio per mancanza di interesse da parte dei media, dell’opinione pubblica, delle istituzioni.
E non manca la riflessione sulla terribile pagina dell’11 Settembre 2001, i cui punti oscuri e conseguenze sono ancora difficili da comprendere appieno, così come la portata d’odio e paura che quel mattino di 10 anni fa ha portato nel cuore dell’Occidente.
Una chiacchierata sul mondo e i suoi conflitti insieme ad un testimone che ancora oggi non smette di sentirsi un privilegiato nel fare il lavoro più bello del mondo.
 
Debora Lambruschini

martedì 29 novembre 2011

CriticARTe - Daria Musso e l’equilibrio del colore


Il respiro del Minotauro

Parla, la pittura di Daria Musso: con un linguaggio grammaticalmente essenziale, privo di aggettivi e… ordinato. Parla di antichi miti, per esempio, raccontati in forme nuove. Oppure raccontati in “non-forme” -come lei stessa mi ammonisce-. Perché effettivamente, all’interno di questa produzione, ci troviamo al di là dell’astratto. Ci troviamo, infatti, di fronte la nascosta struttura del colore, finalmente plasmata per i nostri sensi imperfetti. Osservando, tuttavia, l’occhio riposa su forme geometriche perfettamente incatenate tra loro, senza perdersi (lo sappiamo bene: l’occhio vuole dei limiti). Le divisioni, ammesse dal pennello della Musso, risultano eleganti e per nulla stridenti, nette e sapientemente alternate: «Per la mia ricerca, sarebbe più corretto parlare di una “non-forma” -dice-. Il vero protagonista è il colore, o il contrasto tra luce (bianco) e assenza di luce (nero)». Originale appare il collegamento tra il dinamismo dei miti greci e l’armonia dei contrasti di luce. E originale appare anche l’espressione finale, composta da una scelta cromatica ben meditata, rivolta soprattutto alla riflessione intima del fruitore: 
«Affido alle scelte cromatiche la trasmissione delle emozioni! Ecco perché, dal mio punto di vista, è scorretto limitare le emozioni circoscrivendole in una “forma”: sarebbe inappagante».
La vendetta di Medea
Cosa, invece, è appagante? «Vorrei precisare che la forma è per me inappagante. Mi spiego meglio: ritengo che lasciare dilagare il colore in ampie campiture, talvolta anche “martoriate”, esprima meglio le mie emozioni. È una scelta professionale. Amo il figurativo: talvolta me ne lascio affascinare totalmente. Ci sono artisti figurativi che raggiungono livelli altissimi di lirismo che mi commuove profondamente… Ma questo non è il mio linguaggio. Avendo fatto studi artistici, ho imparato la “grammatica” del disegno. Quando ero al Liceo, facevo anche ritratti ad acquerello. Anche adesso, ogni tanto, riprendo a disegnare per non perdere la mano, così come riprendo l’acquerello, che adoro! È un divertimento. Fare un dipinto che esprima veramente la mia essenza, però, mi porta immediatamente a disfarmi della forma. Ho bisogno solo di colore. La pittura, figurativa o astratta che sia, l’arte, in tutte le sue espressioni, deve coinvolgere. Può emozionare, turbare, creare perplessità, divertire… non importa. Deve trasmettere qualcosa. A me, accade solo se c’è un “contenuto”. Per altri non so…». Qui il contenuto è la raccolta di miti, ovviamente rielaborati. La scelta pittorica aiuta a cogliere qualche aspetto del mito che nei racconti orali, a volte, sfugge? «Non penso proprio! Quando dipingo, focalizzo la mia attenzione su un personaggio del mito o su un accadimento». E come? «Mettendomi nei panni del “mostro” o del “dannato”, oppure calandomi nell’atmosfera che si crea nel momento in cui avviene qualcosa. Ma è tutto filtrato dalla mia soggettività. Racconto con il mio linguaggio ciò che mi è stato raccontato, nulla di più. Amo i Miti, in particolare quelli greci. Sono stati le mie prime letture e mi accompagnano da tutta la vita! Ne ho sempre ricercato l’essenza e non ho mai smesso di studiarli. Era fatale che la mia ricerca pittorica vi si intrecciasse. È una passione, così come la musica e la letteratura. È una scelta. Inoltre, il mito fa parte dell’immaginario collettivo, è un codice condiviso che, in qualche modo, mi avvicina al fruitore. E poi, se avessi intitolato un quadro semplicemente “Mostro greco”, non avrebbe avuto la stessa efficacia de “Il respiro del Minotauro”. Difatti, il Minotauro lo conosciamo tutti, ma, evocarne il respiro, l’ansimare, vederlo prigioniero del labirinto… questo sposta l’attenzione sulla sofferenza del “mostro”, che altro non è che un “diverso”. A questo punto, il Mito esprime molto più di quanto siamo abituati a cogliere!».
Musicista

Tra i quadri della Musso, tutti i quadri, c’è qualcosa (dico qualcosa, perché non saprei come definire ciò che penso) di enigmatico. L’ho chiamato “equilibrio”. Ovviamente, si troverà parecchio dislivello nel leggere: “enigmatico”, e poi aggiungere subito dopo “equilibrio” (anche se non è equilibrio, è così che mi piace che possa chiamarsi). Con “Musicista” e “Spartito”, esposti a Castel dell’Ovo, sono giunto alla fine di un sentiero. Cosa ho trovato? Ho trovato una domanda, non difficile da prevedere: Daria Musso che equilibrio cerca? I dipinti rivelano di essere influenzati dalla polarità (dei colori, delle forme). Si notano, in ognuno, due forze di varia intensità, che agiscono in direzioni opposte e che, per via della struttura scelta, convergono a un fulcro. Vicendevolmente, dunque, tutto è distribuito in modo da apparire bilanciato. Nel “Musicista”, viene espressa la precisione di un professionista che si occupa di note, con un unico punto di contrasto: forse l’errore, forse l’autonomia (la libertà stessa della musica). 
Spartito
Nello “Spartito”, le increspature morbide che lentamente affiorano dal fondo nullo, ci illustrano la soglia tra silenzio e melodia, sigillate da un pentagramma essenziale. Mi ripeto: che equilibrio cerca? «Non è facile trovare la risposta. Cerco l’equilibrio, perché è armonia. Lo cerco, ma non lo possiedo. Lo cerco, lo so riprodurre, lo riconosco, ma non mi appartiene. Talvolta mi possiede. Possiede le mie creazioni perché mi è necessario. È l’attimo perfetto che precede il caos. Insomma, non è facile rispondere. Per me colore e forma hanno un suono. Si chiama Sinestesia. Quando progetto un quadro sento questi suoni e, se non trovo l’armonia in tutte le minime parti, avverto un dissonanza sgradevole, stridente, fastidiosa, irritante. Allora ricomincio. Scompongo e ricompongo l’immagine fino a quando “sento” l’armonia che cerco. O la dissonanza che cerco. Altra cosa che caratterizza la mia produzione artistica è l’essenzialità: pochi elementi, pochi colori. Alla ricerca dell’armonia pura, spoglio l’immagine delle parti superflue, la sfrondo il più possibile fino ad arrivare ad un suono pulito, netto. In questa ricerca sono maniacale. Deve corrispondere tutto precisamente alle mie intenzioni, sia nella forma che nel colore. Posso impiegare anche diversi giorni per appiccicare un pezzettino di carta che farà la differenza nel dipinto». La differenza, o la cura, infatti, si nota.

Dario Orphée

"Ah, la vecchia BUR!". Dialoghi con Evaldo Violo.

Ah, la vecchia BUR! Storie di libri e di editori
di Evaldo Violo
a cura di Marco Vitale
Edizioni Unicopli, 2011

€ 14


Libro intervista a Evaldo Violo, per trent’anni direttore della BUR, oggi consulente della Nino Aragno Editore, Ah, la vecchia BUR!, mi è apparso, per varie ragioni, più stimolante e ricco di molti volumi di saggistica sulla storia dell’editoria. Prima tra tutte la forma. Violo, che ha vissuto il mondo editoriale da un’angolazione privilegiata e protagonistica, racconta quell’universo in maniera semplice, utilizzando termini ed espressioni che convincerebbero qualsiasi lettore a proseguire nella lettura. Racconta la sua esperienza senza porsi in cattedra, ma mostrando le mille dinamiche di un ingranaggio così complesso come è il mondo della produzione del libro e ce lo rende più vicino, tangibile. Usa un tono confidenziale, spesso ironico, una voce intima che spesso diverte, a tratti commuove il lettore. Alla sua parola fa da controcanto quella dell’intervistatore, Marco Vitale, traduttore letterario e poeta, collaboratore della BUR e “discepolo” di Violo. Tra i pregi del libro la sua capacità di non stancare mai il lettore, sollecitando continuamente la sua curiosità.
In secondo luogo, la scelta degli argomenti trattati appare ricca e allo stesso tempo molto omogeneamente organizzata. Nel corso della loro conversazione, Violo e Vitale, riescono a toccare, con poche battute, i problemi nevralgici dell’editoria del nostro tempo e a mostrare quelle che sono state le trasformazioni che hanno contribuito a modificarne la fisionomia. Operare nel mondo editoriale negli anni che vanno dal 1970 a oggi significa essere passati attraverso radicali cambiamenti: primo tra tutti il passaggio dalla figura dell’editore protagonista a un nuovo paradigma incentrato su aspetti economico-commerciali e sul modello della concentrazione editoriale. Tutto questo è avvenuto in concomitanza con gli sviluppi della società contemporanea in termini di massificazione, modelli economici, mutamenti nella concezione della proprietà intellettuale. Aspetti che non è facile valutare univocamente e che rendono necessaria un’analisi più attenta. Come scrive Ferretti: “tutto è cambiato con la concentrazione editoriale”. Le case editrici hanno perso molti dei tratti che formavano la loro identità editoriale (derivanti dalle figure degli editori protagonisti che catalizzavano e orientavano l’offerta e la linea della casa). Oggi questa identità, come senso di appartenenza, non esiste quasi più. Dalla fidelizzazione del lettore e dell’autore si è passati alla spersonalizzazione dei grandi gruppi. Non si punta più sulla strategia di collana ma i libri vengono fatti con logiche spesso stagionali, nonché puntando sui singoli titoli che devono diventare best-sellers. Dal 1985, con l’immissione di capitali extraeditoriali, nuove figure di proprietari e professionisti si sono fatte strada modificando gli equilibri esistenti fino a quel momento. Si è sancito definitivamente il passaggio a un’editoria manageriale.
Proprio all’alba di questi mutamenti storici importanti, nel 1973, alla Rizzoli si decide di puntare ancora su un tipo di collana che nel 1946 aveva rivoluzionato il modo di leggere degli italiani: la BUR. Proposta innovativa ma insieme un po’ nostalgica (“Ah, la vecchia BUR!”), per riportare il libro nelle case di tutti garantendo la qualità di testi curati, tradotti, corretti da intellettuali di primo piano. Scommettere ancora su una collana del genere significa promuovere un prodotto riconoscibile, fidelizzare il lettore e renderlo desideroso di possedere tutti i volumetti BUR, avere fiducia nel fatto che una produzione di qualità possa diventare, ancora una volta, una produzione da grande pubblico.
Quella di Violo è una “confessione”, una testimonianza viva di chi ama l’editoria profondamente e, proprio per questa ragione, non rinuncia a dare giudizi schietti, forti, senza però mai apparire parziale. Con un tono colloquiale, sa raccontarci di come lavoravano gli autori e i traduttori, dei rapporti con Manganelli, Ortese, Spagnol, Bianciardi, Aroldi, di come si sente un giovane redattore quando partecipa per la prima volta alla Fiera del Libro di Francoforte, di che emozione si prova nel vedere pubblicato il saggio su cui hai tanto lavorato e investito. È capace di trasmettere il senso dell’editoria come scommessa, come l’unica vera industria capace di dar vita a prodotti che non siano puramente materiali, ma abbiano anche un valore spirituale. E vien voglia di trovarsi nelle stanze del grande palazzo Rizzoli di Milano per veder passare Montale, con i giornali in mano, o la Fallaci che corregge i suoi libri, instancabile. E ne vien fuori una professione d’amore verso il mondo del libro, nonostante tutti i problemi e i cambiamenti che l’hanno un po’ snaturato, e soprattutto verso il libro in sé, come oggetto unico e privilegiato. Trasmette la speranza che esso resti tale anche presso le società del futuro. Per questo, il messaggio cruciale è affidato all’epigrafe di Giuseppe Pontiggia:
“Perciò la domanda che vorrei porre è questa. Chi è il folle? Chi brama di possedere sempre più libri o chi ne tiene la casa vuota come la propria testa?”.
A ribadire, ancora una volta, il valore della lettura come strumento essenziale di crescita di un popolo.



Claudia Consoli

lunedì 28 novembre 2011

Eros e Thanatos in Roth: L'animale morente

L'animale morente
di Philip Roth
Einaudi, 2003

Traduzione di V. Mantovani
pp. 113
.€ 13


Le donne, per gli uomini, sono davvero tanto incantevoli, una volta tolto il sesso? C’è qualcuno che trova incantevole un’altra persona di questo o di quel sesso se non nutre per lei un interesse di natura sessuale? Da chi, allora, ti fai incantare così? Da nessuno.
Sono i primi anni del Duemila, quelli che vedono l'ascesa sostanzialmente ineguagliata di Philip Roth agli occhi della critica e del pubblico. Un doppio plauso che non ha ancora portato al Nobel ma, si sa, premiazioni e radicamento nel panorama letterario non sono legati a doppio filo. Roth piace, e non solo per la sua Pastorale americana o per La macchia umana, resa ancor più celebre da un recente film (2003) di Robert Benton con Anthony Hopkins e Nicole Kidman. Roth piace nonostante - o forse proprio per - la carica passionale e cruda presente nei suoi testi. Cinismo erotico ed erotismo cinico: la sensualità più spinta perde il mantello trapunto di metafore, si denuda senza falsi pudori, dal momento che per Roth «in materia di sesso, è un tornare nella foresta» e, per quanto si operi un «tentativo di trasformare la lussuria in qualcosa di socialmente conveniente, [...] è proprio la radicale sconvenienza che fa della lussuria la lussuria».
Ed ecco che il protagonista David Kepesh (che tornerà poi nel racconto lungo Il seno del 2005), coerentemente con quanto asserito, è un professore universitario di letteratura senza remore sessuali, che fa del proprio carisma uno strumento per accordarsi la conoscenza intima delle sue ex-studentesse. La serialità delle conquiste si configura come riaffermazione di sé ma anche come potentissima fuga all'incubo sempre presente dell'invecchiamento e della morte (il tema è preannunciato, peraltro, dallo stesso titolo è tratto da una poesia di Yeats che Roth cita quasi alla fine del romanzo: «Consumami il cuore; malato di desiderio/ E avvinto a un animale morente/ che non sa cos’è»):

Il sesso non è semplice frizione e divertimento superficiale. Il sesso è anche la vendetta sulla morte. Non dimenticartela, la morte. Non dimenticarla mai. Sì, anche il sesso ha un potere limitato. So benissimo quanto è limitato. Ma dimmi, quale potere è più grande?
Disinibente e fortemente orientato alla vita, il sesso obnubila le paure dell'uomo, e le avvolge di feste di finecorso, ragazzine libertine, fantasie ammassate orgiasticamente,... La stessa routinaria corsa all'eros fino all'arrivo di Consuela Castillo, studentessa dall'aspetto ispanico, fortemente femminile, donna più che ragazza, dall'educazione tradizionale e rigida, ma non disinibita nell'abbandonarsi senza domande a una relazione più o meno nascosta con Kepesh. E il professore sperimenta la gelosia, la possessività, l'ansia di una perdita irrimediabile, perché sulla pelle di Consuelo, David prende atto del proprio invecchiamento e si misura con le orde di giovani che un giorno corteggeranno la donna. E di conseguenza non c'è possesso che dia conferme a Kepesh, né Consuelo, con il suo portamento altero e apparentemente insensibile, rassicura l'amante. Così Kepesh sperimenta la solitudine, ma anche la riflessione sull'amore, sul sesso e sul potere sconvolgente delle relazioni interpersonali:   

L’unica ossessione che vogliono tutti: l’ “amore”. Cosa crede, la gente, che basti innamorarsi per sentirsi completi? La platonica unione delle anime? Io la penso diversamente. Io credo che tu sia completo prima di cominciare. E l’amore ti spezza. Tu sei intero, e poi ti apri in due. Quella ragazza era un corpo estraneo introdotto nella tua interezza. E per un anno e mezzo tu hai lottato per incorporarlo. Ma non sarai mai intero finché non l’avrai espulso. O te ne sbarazzi o lo incorpori con l’autodistorsione. Ed è quello che hai fatto, che ti ha ridotto alla disperazione.
Controcorrente e forte, il rapporto tra i due protagonisti infiamma le pagine con pratiche sessuali di varia natura, pur senza finire nel pornografico gratuito. Così, ad esempio, l'asservimento totale di Kepesh che non solo gareggia con un passato amante di Consuelo, ma che vuole amare tutto della propria donna, compreso il suo mestruo, ha radici antichissime, legate alla quasi divinizzazione della riproduzione femminile.
E la morte, tradizionale compagna dell'eros - per antitesi o per ossimoro? sarebbe interessante rifletterci - si riaffaccia da ogni parte. Roth non è pacato neanche nel raccontare l'agonia, vivisezionata nei suoi componenti più putrescenti, nelle ipocrisie sociali e nelle trasformazioni impietose che la malattia porta. E così ci sono brividi di compassione, di dolore, e non mancano tratti toccanti per quella vena lirica che il narratore affida alle azioni stesse, senza speculazioni di sorta.

L'animale morente è un libro che tocca, percuote, schiaffeggia, e lascia poi un turbamento che non promette niente di buono. Cioè, promette di sedimentarsi, di farsi appannare dall'illusione della dimenticanza per poi tornare a farsi scoprire al minimo rimando intertestuale, a un richiamo della vita di ogni giorno. E sento che, riemergendo, porterà di nuovo con sé la forza dirompente (e scomoda) della rivelazione.

Gloria M. Ghioni

domenica 27 novembre 2011

Librinnovando 2011 - III edizione - la nostra esperienza

CriticaLetteraria a

25 novembre 2011, 9.00-18.15
IED, Istituto Europeo del Design (Via Bezzecca 5, Milano)


IMPRESSIONI, CRONACHE, EVENTI, ANEDDOTI


LE COMPETENZE, LA PASSIONE, LE PROSPETTIVE
di Laura Ingallinella

Il pubblico di LibrInnovando 2011

Come autori e lettori, l’esperienza di CriticaLetteraria ci ha insegnato che quando competenze di alto livello sposano la gratuità della passione, un progetto non può che rivelarsi un successo. E lo stesso è avvenuto per l’edizione 2011 di LibrInnovando, che alla ricetta vincente ha aggiunto anche un terzo ingrediente: una proiezione audace ma lucida su frontiere tutte da esplorare. LibrInnovando ha dimostrato che è possibile mettere in campo professionalità e voglia di fare, creare contatti e sinergie, e soprattutto superare una dimensione «sincronica» dell’analisi – empirica, statistica o esperienziale che dir si voglia – per toccare i confini del futuro alle soglie, trarre dalla sua magmatica condizione in divenire previsioni, prospettive e proposte concrete. 
Il futuro dell’editoria digitale è stato oggetto di un’analisi che ha coinvolto tutte le personae del mondo editoriale: dall’editoria indipendente aperta alla sperimentazione (Cecilia Averame con Quintadicopertina) alle grandi case internazionali che hanno già attivato una digitalizzazione sistematica di testi (Alessandro Gallo e Paola Cava per Springer), per continuare nel mondo della didattica medico-scientifica (Simone Enandi per SEEd), universitaria (Andrea Angiolini per Il Mulino), elementare e media (Valentina Gabusi ed Enrico poli per Zanichelli, Danco Singer per Encyclomedia Publishers, Elastico e Jekolab per le nuove app interattive nei libri per l’infanzia) con una panoramica dei nuovi prodotti in uscita. 
 

Ma il vero protagonista di LibrInnovando 2011, come nella migliore delle previsioni, non sono stati soltanto gli editori ma l’intera filiera editoriale. Lo spirito da cui è nato il convegno può riassumersi in quest’idea: non esiste più un percorso a senso unico dall’autore al lettore. Per spiegare il mondo editoriale contemporaneo, come in tanti altri casi, la linearità non basta: il nuovo modello è quello della rete interattiva, i cui attori comunicano e si influenzano a tutti i livelli. Ecco perché un convegno sull’editoria digitale può considerarsi completo soltanto se ha accolto tra le file dei suoi relatori librai digitali (Matteo Scurati per BookRepublic) nonché books blogger capaci di portare in campo i loro dati sui social network (Arturo Robertazzi per Twitter, Marta Traverso per Anobii e GoodReads) e sulle esperienze di blog specializzati come il nostro (e quello, dedicato proprio alla letteratura in digitale, di Marta Manfioletti, o di Noemi Cuffia e Marco Dominici).
Personalità differenti e differenti approcci. Quaranta relatori per sei sessioni di dibattito, coordinate da Marco Giacomello, eFFe e Mauro Sandrini, con l’obiettivo comune di «leggere» l’editoria digitale come fenomeno e strumento. 
Conclusioni? Un’esperienza vivace, che testimonia la rinnovata centralità della lettura nel mondo editoriale, la critica alla commercializzazione passiva di certi colossi (splendida la definizione di Arturo Robertazzi: per quanto concerne l’uso di Twitter – ma non solo, si deduce facilmente – «Einaudi è un polo culturale, Mondadori un televisore»). Ecco la storia che abbiamo cercato di raccontare: un «lettore forte» entra in un convegno sugli ebook, pensando che questi siano una realtà marginale dell’editoria. Esce convinto, come mai prima d’allora, che è proprio nelle zone-limite che si ridefiniscono le forme; proprio dai confini esplodono le rivoluzioni. 


BACK (TO MILAN) TO GO FURTHER 
di Gloria M. Ghioni
Una prima visuale su una delle aule pienissime

Che questo convegno portasse qualcosa di nuovo, l'avevo intuito fin dall'invito e dal programma. Si parla di innovazione, di portare rivoluzione in quell'editoria che, come si è spesso ripetuto nelle aule dello IED, a lungo è rimasta impermeabile alle trasformazioni tecnologiche. Ma a Librinnovando persino il pubblico confermava l'impressione di essere in un convegno all'avanguardia: impazzavano i tablet, gli smartphones e quant'altro trasmettesse in tempo reale cronache e soprattutto tweet, per aggiornare in tempo reale il mondo esterno di quanto fosse sorprendente la giornata - l'impressione, smaccata e vivida, di trovarsi non al passo coi tempi, ma già oltre
Niente cravatte inamidate dalla mamma o tolte dalla naftalina in perfetto stile-convegno-accademico, né false formalità burocraticheggianti: a LibrInnovando contava l'obiettivo di portare resoconti, statistiche, problematiche e di proporre soluzioni nuove, lanci di nuove idee sul mercato librario e ipertestuale. Al centro, il libro e l'esperienza social della lettura stessa, della sua condivisione e di tutte quelle micro e macrorivoluzioni tecnologiche che a tanti accademici fanno ancora scuotere la testa. Quel che è meglio, invece, è che anche gli editori presenti (Minimum fax, Zanichelli, Il Mulino, E/O... ) hanno sentito l'esigenza di svecchiare l'approccio al libro, e di confrontarsi non solo con un pubblico di esperti e colleghi, ma anche con i bloggers nazionali, che nella sezione pomeridiana del convegno hanno portato le loro esperienze e si sono fatti portatori di quanto raccolto in mesi/anni di esperienza web.
Gli sponsor

Lettori e scrittori a loro volta, noi blogger avevamo l'arduo compito di portare agli editori e ai presenti le problematiche e le richieste più impellenti. E devo dire che ognuno di noi l'ha fatto a suo modo, cogliendo aspetti diversi e secondo prospettive originali, che hano reso molto avvincente il dibattito pomeridiano. Peccato solamente per i tempi, che hanno costretto a sintetizzare enormemente i discorsi, tagliare slides e tabelle, per rincorrere l'utopia di poter comprimere in qualche minuto le decine di pagine buone scritte per l'intervento. Ciò non toglie che, se Silvia ha fatto il possibile per portare allo IED di CriticaLetteraria, tutte e tre abbiamo poi proseguito in un aperitivo informale e in una serata a dir poco intensa. Sarà stato l'8° piano della Coin milanese, o l'aria frizzantina da venerdì sera lombardo, tra nebbia appena accennata (per fortuna!), o l'effetto adrenalinico dell'evento, ma è riprovato che dopo un cin-cin l'atmosfera s'è sciolta, e ci siamo ritrovati tutti insieme davanti a una stessa missione: rivoluzionare il mondo dell'editoria! Possono sembrare paroloni, ma vi assicuro che i progetti proseguiranno, ben oltre l'esperienza milanese. Siete curiosi? Intanto, a unirci c'è l'esperienza di un libro che raccoglie gli interventi per esteso dei booksblogger, un libro che avete già modo di trovare in versione cartacea o in ebook (cliccate qui). E' proprio la sensazione di salire sul treno con l'impressione che, con la nostra partenza, non ci si perderà di vista ma si continuerà a viaggiare - insieme; è proprio la sensazione di aver messo in valigia un badge nuovo, che ci permetterà di entrare in nuove dimensioni.


LA PAROLA AI BOOKS BLOGGER  
di Silva Surano

CriticaLetteraria a #LibrInnovando 2011

So che potrei rischiare di cadere nella retorica, ma #LibrInnovando non è stato solo una giornata dedicata all’editoria digitale, ma un periodo della mia vita intenso e bellissimo. #LibrInnovando è – perché siamo solo all’inizio – settimane di intensa e preziosissima collaborazione con Gloria e Laura, il sollievo di vederle sedute di fronte a me nell’attesa del mio turno, la paura del pubblico e i dubbi su come vestirsi, la felicità di poter conoscere tanta gente importante, la sorpresa di scoprire un ambiente fatto di persone simpatiche, dinamiche e veramente interessanti.
Ma andiamo per ordine. Arrivare alla sede dello IED di Milano e vedere la fila delle persone in attesa della registrazione non è di certo l’immagine più rassicurante per chi, come me, stava per affrontare il suo debutto nel mondo dei relatori! Per fortuna  la tensione si è allentata non appena ho iniziato ad intravedere volti conosciuti! C’è stato poi tutto il tempo di ambientarsi ed entrare nello spirito dell’iniziativa seguendo gli interessantissimi dibattiti che si alternavano nelle aule.
Io, per interesse professionale, attendevo con ansia la sessione sui diritti degli ebooks che mi ha dato l’opportunità di seguire e conoscere avvocati e professori di altissima levatura. Dopo una distesa e interessante introduzione di Valentino Spataro, gli interventi di Roberto Caso, Giovanni Ziccardi e Giorgio Spedicato, coordinati da Marco Giacomello, hanno superato ogni mia aspettativa: brillanti, sintetici e coinvolgenti, hanno saputo trasmettere una forte sensazione di azione e innovazione, lontana anni luce da ciò che molti si sarebbero aspettati da una sessione giuridica.
Lo speech di Silvia

Poi è arrivato il nostro turno, quello dei booksblogger, e per me il momento di sintetizzare in pochissimi minuti le risposte a due domande principali: cosa può fare una recensione online per la diffusione degli  ebooks e quali strumenti può offrire un libro digitale per ottenere una recensione di qualità. Purtroppo l’emozione e il poco tempo a disposizione non mi hanno permesso di essere precisa come avrei voluto, ma sono contenta di una cosa: ho potuto guardare bene le persone che avevo davanti a me e notare i loro volti veramente interessati alle mie parole e a quelle degli altri relatori.
La sensazione che ho avuto è che il mondo dell’editoria stia evolvendo, e il primo cambiamento sia quello di rivolgere maggiore attenzione ai lettori, noi, che compriamo libri per il semplice piacere di leggere e conoscere. Noi che non abbiamo pregiudizi su carta o digitale, che non abbiamo nulla da guadagnare né dall’uno né dall’altro, ma vorremmo solo strumenti che rispondano alle nostre esigenze e che migliorino l’esperienza di lettura. Noi che abbiamo idee e siamo pronti a condividerle.
Gloria, Silvia e Laura prima dell'inizio 



Le puntuali analisi e proposte dei blogger sono state raccolte nel volume La lettura digitale e il web. Lettori, autori ed editori di fronte all'ebook (a cura di eFFe, LEDizioni 2011). Il volume è disponibile in cartaceo e digitale: per quest'ultimo, occasione da non perdere il prezzo di lancio a 1,99 €. Potete acquistarlo qui. Dal convegno, è nato inoltre il progetto sul web LeDita, in cui si continuerà a discutere del futuro dell'editoria. Come sempre, buona lettura!



Pillole d'autore - Clemente Rebora

 Clemente Rebora (Milano, 1885- Stresa, 1957) è una di quelle voci poetiche italiane che sono fortunatamente recuperate dalla critica in anni recenti. Considerato da Valduga e da Raboni il poeta più rilevante del Novecento, forse anche più di Montale a detta degli stessi, Rebora delinea due stagioni diverse della sua produzione lirica.
Al primo periodo, che va dagli anni della sua collaborazione sulla «Voce» agli anni '20, appartengono i frammenti numerati sobriamente qui sotto: anche da una semplice lettura, emergono la complessità strutturale e sintattica, dai lunghi periodi articolatissimi, tra anastrofi e iperbati; il tasso di neologismi e di deformazioni lessicali (spesso appartenenti alla categoria dinamicissima dei verbi) votate alla ricerca stilistica (il cosiddetto "stilismo verbale" di cui ha parlato Contini) e alla delineazione sempre più precisa degli oggetti rappresentati, con particolare attenzione all'inventività aggettivale (quasi mai l'aggettivo ha una funzione esornativa, ma è soprattutto connotante e contribuisce a definire i sostantivi). Come si può leggere nel frammento I, Rebora avverte l'insondabilità del tempo, nel controsenso perenne di una conquista che è solamente illusoria (da qui i numerosissimi ossimori, figura retorica prediletta), e non resta che adeguarsi a questo movimento universale in cui a nessuno è concesso fermarsi. Costante ansia e ricerca di verità, scontro tra contingente e infinito (non in senso baudelairiano, ma con una connotazione religiosa) sono tra i Leitmotives che già possiamo cogliere nei frammenti qui presentati.
Nella misura tradizionale di endecasillabi e settenari si muove una sperimentazione potente, forse senza pari, che invade anche la metrica con assonanze frequenti (comprese geminate di affricate dai suoi aspri e ingenerosi), rime senza schemi fissi ma presenti, richiami che ristrutturano il verso. L'ansia costruttiva si riflette nella lingua polifonica e mai pacificata, dinamica come suddetto, tra creazione di parasintetici di conio dantesco (di solito denominali prefissati in-), sinestesie, ossimori, antitesi violentissime.

L'ultimo testo selezionato, invece, appartiene a Canti anonimi (1922), raccolta che si colloca sul crinale tra la prima e la seconda produzione. Notiamo che si è affievolita la portata sperimentale, ma la bellissima  Dall'immagine tesa è un messaggio di attesa della voce di Dio, della crisi spirituale che pochi anni dopo porterà Rebora a rispondere alle sue esigenze metafisiche prendendo i voti come sacerdote rosminiano. Da quel momento, viene abbandonata la poesia dei "frammenti", e soltanto in tarda età i Canti dell'infermità e Curriculum vitae testimonieranno l'afflato poetico del Rebora religioso.

(testi tratti da Clemente Rèbora, Le poesie (1913-1957), a cura di Gianni Mussini e Vanni Scheiwiller, Garzanti, Milano1994)



I

L'egual vita diversa urge intorno;
Cerco e non trovo e m'avvio
Nell'incessante suo moto:
A secondarlo par uso o ventura,
Ma dentro fa paura.
Perde, chi scruta,
L'irrevocabil presente;
Né i melliflui abbandoni
Né l'oblioso incanto
Dell'ora il ferreo bàttito concede.
E quando per cingerti io balzo
- Sirena del tempo -
Un morso appena e una ciocca ho di te;
O non ghermita fuggi, e senza grido
Nel pensiero ti uccido
E nell'atto mi annego.
Se a me fusto è l'eterno,
Fronda la storia e patria il fiore,
Pur vorrei maturar da radice
La mia linfa nel vivido tutto
E con alterno vigore felice
Suggere il sole e prodigar il frutto;
Vorrei palesasse il mio cuore
Nel suo ritmo l'umano destino,
E che voi diveniste - veggente
Passione del mondo,
Bella gagliarda bontà -
L'aria di chi respira
Mentre rinchiuso in sua fatica va.
Qui nasce, qui muore il mio canto:
E parrà forse vano
Accordo solitario;
Ma tu che ascolti, rècalo
Al tuo bene e al tuo male:
E non ti sarà oscuro.

III

Dall'intensa nuvolaglia
Giù - brunita la corazza,
Con guizzi di lucido giallo,
Con suono che scoppia e si scaglia -
Piomba il turbine e scorrazza
Sul vento proteso a cavallo
Campi e ville, e dà battaglia;
Ma quand'urta una città
Si scàrdina in ogni maglia,
S'inombra come un'occhiaia,
E guizzi e suono e vento
Tramuta in ansietà
D'affollate faccende in tormento:
E senza combattere ammazza.

VI

Sciorinati giorni dispersi,
Cenci all'aria insaziabile:
Prementi ore senza uscita,
Fanghiglia d'acqua sorgiva:
Torpor d'àttimi lascivi
Fra lo spirito e il senso;
Forsennato voler che a libertà
Si lancia e ricade,
Inseguita locusta tra sterpi;
E superbo disprezzo
E fatica e rimorso e vano intendere:
E rigirìo sul luogo come cane,
Per invilire poi, fuggendo il lezzo,
La verità lontano in pigro scorno;
E ritorno, uguale ritorno
Dell'indifferente vita,
Mentr'echeggia la via
Consueti fragori e nelle corti
S'amplian faccende in conosciute voci,
E bello intorno il mondo, par dileggio
All'inarrivabile gloria
Al piacer che non so,
E immemore di me epico arméggio
Verso conquiste ch'io non griderò. [...]

 Dall'immagine tesa

Dall'immagine tesa
Vigilo l'istante
Con imminenza di attesa -
E non aspetto nessuno:
Nell'ombra accesa
Spio il campanello
Che impercettibile spande
Un polline di suono -
E non aspetto nessuno:
Fra quattro mura
Stupefatte di spazio
Più che un deserto
Non aspetto nessuno:
Ma deve venire,
Verrà, se resisto
A sbocciare non visto,
Verrà d'improvviso,
Quando meno l'avverto:
Verrà quasi perdono
Di quanto fa morire,
Verrà a farmi certo
Del suo e mio tesoro,
Verrà come ristoro
Delle mie e sue pene,
Verrà, forse già viene
Il suo bisbiglio.
(1920)

Introduzione e selezione dei testi a cura di Gloria M. Ghioni

sabato 26 novembre 2011

CriticaLibera - IL SUD NUDO

   Luca Celano, Seminudo Accosciato.
                                                

Che cosa avevano essi a che fare con il Governo, con il potere , con lo Stato? Lo Stato, qualunque sia, sono "quelli di Roma", e quelli di Roma, si sa, non vogliono che noi si viva da cristiani. C’è la grandine , le frane, la siccità, la malaria, e c’è lo Stato. Sono dei mali inevitabili, ci sono sempre stati e ci saranno sempre. Ci fanno ammazzare le capre, ci portano via i mobili di casa, e adesso ci manderanno a fare la guerra. Pazienza![1]

Negli anni trenta del novecento il sessanta per cento della popolazione attiva del Mezzogiorno lavorava nei campi , dove vigeva incontrastato il sistema del latifondo come rapporto agrario in cui “il contadino è alla ricerca perenne di terra e lavoro”[2].                                                                                                          
In quegli anni Manlio Rossi-Doria, uno dei maggiori meridionalisti, divise il sud in due categorie : il fertile Sud alberato e il poverissimo Sud Nudo[3]; quest’ultimo ricopriva i nove decimi dei territori e, aldilà delle caratteristiche territoriali, era tale perché misero e gramo.Le terre appartenevano ai grandi proprietari terrieri assenteisti e indiscussi nei loro privilegi, nessuna industria, strade polverose e fantomatici servizi. Vaste distese di campi mai interrotte da una casa colonica, estensioni di oro e di bronzo prive di recinzione. 
All’occhio un’unica grande proprietà. 
Da secoli le popolazioni meridionali avevano sviluppato un senso di rancore nei confronti dell’autorità, a causa delle promesse mai mantenute e del completo abbandono, da parte di essa, del sud agricolo ,che domandava terre, terre da coltivare, delle quali erano stati privati tra la fine del XVIII secolo e l’inizio del XIX. I Baroni usurparono e si appropriarono delle antiche terre demaniali , una prima promessa risale al 1806 con Giuseppe Bonaparte, fermandosi nella memoria dei contadini che continuarono a domandare, occupare e rivendicare la loro parte di terra; il brigantaggio fu una delle espressioni di questa richiesta perenne, e la risposta del novello stato fu l’utilizzo di metà del suo esercito per reprimerla. “Quelli di Roma” non si preoccuparono di comprendere le cause di scontento di un sud divenuto fatalista perché povero e sfiduciato ,in cui erano  diffusi l’analfabetismo, la mancanza di una classe dirigente moderna, la  subordinazione dell’intera società e della piccola borghesia agli interessi dei proprietari terrieri , il clientelismo e il personalismo della lotta politica. 
Il comunista calabrese Fausto Gullo, divenuto ministro dell’agricoltura nel 1944, dichiarò: 
nella mia terra i canti popolari sono tutti nenie dolenti, non c’è un solo canto popolare che abbia un senso di letizia ; sono tutti pervasi dalla più profonda tristezza e da un’accorata malinconia che tante volte confina con la disperazione”[4].  
La solidarietà non era tuttavia il modello vigente in una  collettività misera e egoista a causa dell’istinto di sopravvivenza.                                                                
Il sociologo americano Edward Banfield nel suo libro The Moral Basis of a Backward Society del 1958 (trad. it.: Le basi morali di una società arretrata, 1976) studiò la realtà di Chiaromonte in Lucania, sotto lo pseudo nome di Montegrano,  e introdusse il concetto di familismo amorale (Amoral familism, in lingua originale)che  è una nozione sociologica tesa a comprendere i motivi dell’arretratezza economica e sociale del Mezzogiorno; in nove mesi di studi in loco, Banfield comprese che l’impossibilità dell’associazionismo e mancata disposizione alla solidarietà e alle relazioni sociali tra famiglie, provocava la frammentazione della comunità stessa che diventava individualista e serrata nella sopravvivenza esclusiva del proprio nucleo. L’ amoralità non è quindi relativa ai comportamenti interni alla famiglia, ma all'assenza del carattere comunitario.                                           
L’assenza di cooperazione e fiducia come origine del sottosviluppo . 
Negli anni cinquanta, Banfield convinse un contadino di Chiaromonte a scrivere un diario per tutto il 1955 :              
 “I Prato vivevano in una casa, composta da una sola stanza , di loro proprietà: d’estate era brulicante di mosche, mancavano acqua potabile, elettricità e servizi igienici. Benchè l’inverno a Chiaromonte fosse freddo e umido, la giacca di Prato era l’unico abito per l’esterno posseduto dall’intere famiglia. 
La moglie di prato era perennemente ammalata.”[5]                                                                                                                
Tra il 1958 e 1963 il miracolo economico italiano mutò profondamente le caratteristiche dell’Italia ,rivoluzionando anche il mondo di Carlo Prato . In questi anni Il Sud fu abbandonato da un flusso di popolazione tale che subì un irreversibile tramonto. 


Honorè Daumier, Il vagone di terza classe.
 Se l’emigrazione salva economicamente gruppi di famiglie e interi paesi, non ha nessun potere sociale. L’emigrante torna per ostentare la sua fortuna, e a incanaglire in una vacanza, là dove vide incanaglire i privilegiati, prima di partire misero per la sua conquista[6]



[1] C. Levi, Cristo si è fermato ad Eboli, Torino1945, p.67
[2] P.Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi, Torino 2006, p.34
[3] M.Rossi-Doria, Struttura e problemi dell’agricoltura meridionale,1944.
[4] Insor, La Riforma fondiaria: trent’anno dopo, Milano 1979,p.428.30
[5] Banfield, le basi morali di una società arretrata , p.75
[6] Corrado Alvaro, Osservazione pacata, onestà intellettuale, <<Cultura Moderna>>,IV,1955(già Corriere della Sera, 2agosto 1951).

venerdì 25 novembre 2011

A LibrInnovando

Tra pochissimo Silvia Surano per CriticaLetteraria interverrà nel dibattito sul futuro dell'editoria. L'intervento, scritto con Laura Ingallinella e Gloria M. Ghioni, è intitolato "Recensire un ebook: prospettive future e l'esperienza di CriticaLetteraria".

Vi ricordiamo che sulla nostra pagina Ci sono anche i link per la diretta streaming!

Presto le foto, informazioni e la cronaca!

Gloria&Laura


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Location:Milano, IED LibrInnovando 2011

Bel Ami di Guy de Maupassant


Bel- Ami 
di Guy de Maupassant
Giunti, 2011

Pp. 448
7, 00 euro

"Alto, ben fatto, biondo, di un biondo castano un po' rossiccio, con i baffi arricciati, che sembravano spumeggiargli sulle labbra, gli occhi azzurri, chiari, bucati da una piccolissima pupilla, i capelli naturalmente ricci, divisi nel mezzo da una scriminatura, assomigliava proprio al cattivo dei romanzi popolari".
Questa è la descrizione del protagonista del romanzo di Guy de Maupassant, Georges Duroy, un giovane affascinante e spregiudicato che vede nella Parigi dell' Ottocento una possibilità di rivalsa, alla ricerca del successo.
Maupassant, che provava una forte avversione nei confronti della società, presenta una satira feroce, ma allo stesso tempo bonaria, della piccola borghesia, guardata con superiorità.
Infatti,Georges viene descritto come il prototipo dell'arrampicatore sociale che, sfruttando il successo con le donne, riesce a trarre tutti gli altri nella sua rete di intrighi e bugie, dimostrando un estremo cinismo nelle relazioni amicali ed amorose, che lo allontanano sia dal lettore che dalla figura dell' autore stesso.
Maupassant offre uno spaccato di Parigi dove sembra regnare la stupidità, la cupidigia, la crudeltà e la meschinità, insomma una società superficiale e di facciata, senza alcun valore e onore, che si preoccupa dell' apparenza e non della sostanza.
Per l'appunto, Duroy procede solo ed autoescluso, per sua stessa volontà, per la propria strada; e questa crescita del protagonista viene scandita dall' avanzare dei capitoli, che segnano ciascuno singole tappe della scalata sociale.
Per quanto riguarda lo stile, Maupassant adotta una scrittura semplice e lineare, resa interessante dai passaggi in cui gioca con "il non detto", senza sconvolgere la struttura, che è ben pensata, e mantenendo l'armonia nello sviluppo della trama.

Dzejljan Kadrija

giovedì 24 novembre 2011

LibrInnovando 2011- anche CriticaLetteraria sarà lì!



Domani a Milano, presso lo IED (Istituto Europeo del Design, via Sciesa 4) si terrà la terza edizione di LIBRINNOVANDO, appuntamento con l'editoria digitale e il futuro del libro.
Volete saperne di più? Cliccate sul logo qui sopra! 

Nel pomeriggio, la nostra Silvia Surano discuterà del significato di Recensire un ebook: prospettive future e l'esperienza di CriticaLetteraria (intervento scritto con Gloria M. Ghioni e Laura Ingallinella, anche loro presenti).

Non siete a Milano ma volete seguirci?
Ecco il link per il live streaming:
http://www.videoliveimage.com/onair.php?codconferenza=LBRI

Seguiranno foto, cronache e impressioni, come sempre.



Nicolas Le Floch commissaire de police au Châtelet



Morte in maschera
di Jean François Parot
Passigli editore, Firenze 2003
pp. 346
€ 17.50
 




Immaginate di trovarvi di fronte ad un ragazzo con i capelli lunghi raccolti dietro la nuca e legati da un nastro, agile, veloce e dallo sguardo limpido da cui traspare un'intelligenza penetrante; rivestitelo di un tricorno di panno e dell'eleganza francese del XVIII secolo; osservatene la riservatezza e ammiratene la preparazione: ecco che vi troverete di fronte al commissario Nicolas le Floch, straordinario giovane poliziotto presso lo Châtelet della Parigi del Settecento, uscito dalla penna dell'ambasciatore Jean François Parot che con la precisione dello storico con descrizioni, nomi e note puntuali riporta l'appassionato di gialli al metodo induttivo della polizia di altri tempi. Egli nei suoi romanzi, best-seller dell'editoria francese, crea dei gialli-storici che si stagliano sulla Parigi della monarchia assoluta e riconducono al mondo della criminalità in un passato caratterizzato dalle differenze di classe e dall'ingegno personale puntato sui fatti, sulle prove e sugli indizi nell'esercizio di una riflessione intuitiva capace di condurre al dipanarsi delle matasse più complicate di intrighi e delitti.
Incontrare il giovane bretone Nicolas, orfano protetto dal nobile Ranreuil ed educato alla scuola del curato Le Floch, significa incontrare una personalità meditativa ed un'intelligenza critica da cui non prescindono l'universo dei sentimenti e le tenebre della coscienza personale. Nel giovane commissario sono state unite le capacità intellettuali e la forza dell'osservazione come carta vincente contro il crimine e la conoscenza degli individui. Lo sfondo poi delle indagini del commissario Nicolas Le Floch è tra i più vibranti e carichi di molteplici iridescenze: Parigi; la Parigi dei mercanti e delle università, la Ville-Lumière su cui si stendono l'ombra di Voltaire e del Re in un periodo che precede le violenze rivoluzionarie. Stare al seguito del novello commissario di polizia significa correre per le strade fangose dell'Île de la Cité, attraversare le tenebre dello Châtelet, incontrare la nobiltà dalle parrucche incipriate di Versailles e fare la conoscenza con le abilità e le trame dei crimini che popolano la città della Senna. Approcciarsi a Nicolas comporta anche la l'occasione di sottolineare la bravura dell'Autore nel delineare i ritratti della mole di personaggi che affiancano il commissario: il fedele Bourdeau, ispettore di polizia, il sarcastico ed imprevedibile conte de Sartine, luogotenente generale di polizia, il nobile La Borde, primo cameriere del re, il saggio e gioviale procuratore Aimé de Noblecourt, le varie spie e gli informatori appostati negli angoli o nei salotti delle pagine. Numerose sono le avventure, divenute poi anche una serie televisiva francese, che raccontano in vari tomi gli assassini e gli intrighi di un'insolita Parigi. Alcuni episodi sono disponibili in italiano, il primo dei quali è “Morte in maschera”. In esso si addensano le nozioni biografiche del protagonista, le ispezioni, gli interrogatori che si estendono dall'aristocrazia ai peggiori criminali nell'intento di scoprire il senso di una lunga fila di tragiche morti a cominciare dal commissario Lardin scomparso in una notte di carnevale del 1761. In questo primo giallo-storico delle avventure di Nicolas, al lettore è offerta l'esperienza di trovarsi catapultato in una lettura serrata, di pagina in pagina, di crimine in crimine con un dinamico mutare di scenografie in un andirivieni tra l'ufficio di servizio permanente e le cripte delle Châtelet, dalle dimore nobiliari ai vicoli della città, fino alla soluzione degli enigmi e poi ancora oltre verso la prossima avventura di un personaggio e del suo mondo dalle svariate sfumature capaci di conquistare per la maestria con cui sono offerte.

Editori in ascolto - Orlando Micucci per Gwynplaine


Editori in ascolto
- Orlando Micucci per Gwynplaine -

Quando è nata la vostra casa editrice e con quali obiettivi?
Gwynplaine (dal protagonista del romanzo “L’uomo che ride” di Victor Hugo) è una piccola casa editrice indipendente ufficialmente nata nel 2007. Le pubblicazioni sono iniziate nel 2008. Il nostro progetto editoriale si sviluppa su due direttrici: la prima, quella in cui siamo più attivi, riguarda la pubblicazione di saggi, classici della produzione libraria storico-politica di opposizione (collana Red). La seconda è la pubblicazione di opere di narrativa con particolare riferimento alla narrativa d’esordio di giovani autori marchigiani (collana Crisalide). Abbiamo pubblicato anche due titoli di narrativa francese contemporanea, ma la collana Dea è stata per il momento congelata.

Come è composta la vostra redazione? Accettate curricula?
Alla casa editrice lavoriamo in due, io e mia moglie Laura. Facciamo tutto da soli e ci occupiamo personalmente di tutta la “filiera” editoriale, esclusa ovviamente la stampa. L’unico incarico esterno che abbiamo affidato è stato quello relativo alla progettazione grafica delle copertine e degli interni, realizzata da un noto grafico romano, Riccardo Falcinelli, che ultimamente sta lavorando con marchi editoriali molto noti come Einaudi stile libero, Newton Compton, minimum fax ecc.. Abbiamo investito sulla grafica perché la riteniamo molto importante: l’estetica dell’oggetto-libro deve essere all’altezza della qualità dei contenuti proposti. Per il resto, come dicevo, facciamo tutto da soli (ricerca dei libri da pubblicare, scelta dell’immagine di copertina, impaginazione, rapporti commerciali con distributore e stampatore, ufficio stampa, traduzioni ecc..). Purtroppo non possiamo ancora permetterci collaborazioni esterne. Gwynplaine è a tutt’oggi un’impresa culturale molto apprezzata ma stenta ancora a diventare anche un’impresa commerciale che produce profitti. Quindi per il momento non accettiamo curricula e facciamo tutto da soli.

Qual è stata la vostra prima collana? E il primo autore?
La nostra prima collana è stata “Red”, ed è stata progettata sin dall’inizio come collana principale della nostra casa editrice. Con “Red” pubblichiamo saggi di opposizione recuperati dal dimenticatoio dei “fuori catalogo”. Li riproponiamo e li rendiamo nuovamente disponibili in commercio, nella convinzione che siano libri per molti versi ancora utili e attuali. È la collana che rappresenta l’anima militante e impegnata di Gwynplaine e offre un panorama di opere “classiche” del pensiero politico rivoluzionario con autori come Emilio e Joyce Lussu, Antonio Gramsci, Errico Malatesta, Jack London, Lenin, Bruno Misefari, Emile Henry, Giuseppe Mazzini, Carlos Marighella).
Il primo volume pubblicato nella collana “Red” è stato il saggio dell’antifascista sardo Emilio Lussu, dal titolo “Teoriadell’insurrezione”. Lussu lo scrisse mentre viveva in clandestinità, ricercato dalla polizia politica fascista. In questo saggio Lussu analizzò  le rivoluzioni e insurrezioni dell’800 e di inizio ‘900 per creare uno strumento che fosse utile, dal punto di vista militare, al rovesciamento del regime fascista in caso di insurrezione popolare.

Se doveste descrivere in poche parole il vostro lavoro editoriale, quali parole usereste?
Passione, soddisfazione e sacrificio. Per noi il lavoro editoriale è prima di tutto passione, perché amiamo molto quello che stiamo facendo; è soddisfazione per i risultati e gli apprezzamenti ottenuti fino ad oggi e infine è sacrificio, perché dedichiamo all’impegno editoriale le ore serali, non potendone ancora fare un lavoro vero e retribuito.

A distanza di quattro anni dalla fondazione della vostra casa editrice, quali obiettivi ritenete di avere raggiunto e a quali puntate?
Un ottimo risultato ottenuto è stato quello di aver raggiunto – più o meno – l’autofinanziamento.
In questi anni abbiamo visto tante case editrici nascere e morire nel breve tempo di uno o due anni e il fatto di esserci ancora è indubbiamente un segnale positivo, che ci incoraggia ad andare avanti. Lavoriamo nel tempo libero e non abbiamo retribuzioni né utili societari ma limitando al massimo le spese la casa editrice riesce a reggersi da sola senza perdite, infatti con il ricavato dalle vendite dei libri riusciamo a coprire tutte le spese (spese di stampa, di spedizione, commercialista, tasse varie ecc..).
Un altro buon risultato raggiunto è quello di essere riusciti a farci conoscere in tutta Italia, grazie alla distribuzione nazionale di NDA di Rimini. I nostri saggi sono presenti in molte librerie italiane (comprese le librerie Feltrinelli) e sono in vendita in tutte le librerie in internet, da ibs a amazon.it. Con la narrativa siamo invece apprezzati più a livello regionale, grazie alle tante presentazioni fatte con i nostri autori locali. La qualità delle nostre pubblicazioni e il nostro impegno sono stati recentemente premiati: in un saggio sull’editoria marchigiana siamo stati inseriti tra le nove case editrici di qualità operanti sul territorio, accanto a editori storici, apprezzati a livello nazionale, come Il Lavoro Editoriale, Quodlibet, LiberiLibri, Pequod, Transeuropa.
Gli obiettivi principali ai quali puntiamo sono essenzialmente questi:
-   riuscire a lavorare alla casa editrice a tempo pieno e questo significa raggiungere risultati tali da consentire di fare del nostro impegno editoriale un lavoro vero e retribuito almeno per i due soci fondatori.
-          Riuscire a creare un vero e proprio ufficio stampa, che sia operativo ed efficace, con i giusti contatti, e impegnato in modo continuativo a promuovere le nostre pubblicazioni. La mancanza di un vero ufficio stampa è il nostro attuale tallone d’achille, ma d’altra parte al momento non possiamo permettercene uno.
-       Riuscire a promuovere e vendere i nostri romanzi in ambito nazionale. Questo obiettivo è strettamente connesso a quello della creazione di un efficace ufficio stampa e dal proseguire sulla strada intrapresa di pubblicare solo opere di qualità.

Un libro che vi è rimasto nel cuore e che continuerete a riproporre al vostro pubblico.
Siamo affezionati a tutto il nostro catalogo. Le pubblicazioni sono state scelte con cura e non intendiamo abbandonare i nostri libri neppure nel caso di scarse vendite. Siamo fieri di poter pubblicare i libri dell’antifascista, poetessa, saggista e traduttrice Joyce Lussu, moglie di Emilio. Il figlio di Joyce, Giovanni (uno dei più apprezzati grafici editoriali italiani) ci ha autorizzato alla pubblicazione di “Padre padrone padreterno” e “Il libro delle streghe” e prossimamente pubblicheremo altri due saggi, “L’uomo che voleva nascere donna” e “L’acqua del 2000”. Ecco, direi che i libri di Joyce Lussu sono quelli che più ci stanno a cuore e intendiamo impegnarci per proporre altre pubblicazioni di questa grande donna protagonista del ‘900.

Come vi ponete nei confronti delle nuove tecnologie?
Cerchiamo di sfruttare le nuove tecnologie per promuovere i nostri libri e farci conoscere. Facciamo un largo uso dei social-network e andiamo alla ricerca di quei lettori che potenzialmente potrebbero essere interessati alle nostre pubblicazioni. Ovviamente cerchiamo di non essere invadenti e non facciamo spam. Devo dire che i risultati sono stati buoni sia con facebook (abbiamo raggiunto i 5000 amici) che con anobii, il social network dei lettori forti.
Non abbiamo invece ancora sposato la causa degli e-book, un po’ perché amiamo i libri di carta, un po’ perché non abbiamo fondi sufficienti per trasformare in e-pub un catalogo di 20 pubblicazioni. Sarebbe necessario un investimento in denaro che al momento non possiamo permetterci. Comunque prima o poi dovremo confrontarci con questa nuova tecnologia, impossibile da ignorare nel medio periodo.

Cosa pensate delle mostre-mercato del libro? Hanno accusato forti cambiamenti negli ultimi anni?
Le mostre-mercato sono utili come strumento di promozione e come “vetrina” per farsi conoscere dai lettori. Sono importanti se utilizzate per creare un legame con il lettore, per presentarsi e presentare le pubblicazioni. In passato abbiamo partecipato a varie fiere editoriali ma anche queste rappresentano un onere in quanto con le vendite difficilmente si riesce a coprire i costi di partecipazione (costo dello stand, pernottamento e pasti durante le giornate di fiera, spese di trasporto ecc) e costituiscono un impegno gravoso in termini di tempo. Quest’anno abbiamo partecipato a Buk Modena e al Salone del libro di Torino, ospiti della Regione Marche per le presentazioni e dello stand Fidare / Piazza Italia per la vendita dei libri. A ottobre ci sarà la Fiera dell’editoria marchigiana ad Ancona e speriamo sia una iniziativa utile a farci conoscere meglio nel nostro territorio. Per noi è difficile valutare il tipo di cambiamento che c’è stato negli ultimi anni nelle fiere editoriali, di certo sappiamo con certezza che rispetto al passato oggi si vende molto meno anche in queste manifestazioni, nonostante offrano libri interessanti della piccola editoria a prezzi scontati. La crisi c’è e si sente anche in questo settore.

Come vi ponete nei confronti dell’editoria a pagamento e del print-on-demand?
Fare editoria a pagamento non ci interessa. Diventare editore a pagamento significherebbe abbassarsi a pubblicare qualsiasi cosa purché l’autore paghi. In questo caso si svende la propria professionalità e si immette nel mercato editoriale libri scadenti solo per il proprio tornaconto. So di editori che chiedono agli autori somme da capogiro che arrivano anche a 2.000-2.500 euro e mi sembra veramente incredibile che ci sia gente disponibile a pagare tanto per avere la soddisfazione di vedere alle stampe il proprio lavoro. Tanto vale allora stamparselo in proprio il libro, tanto la maggior parte dei piccoli editori non può assicurare nemmeno un minimo di distribuzione. Allora riteniamo più onesto il print-on-demand che consente all’autore di stampare le copie di cui ha bisogno senza svenarsi ed eventualmente provare a promuovere e vendere il proprio libro utilizzando i canali distributivi del web.
Certo è che per l’editore pubblicare un esordiente è nel 90% dei casi una operazione in perdita. Stiamo valutando l’idea di chiedere in futuro un aiuto agli autori non marchigiani mediante l’acquisto di qualche copia, fermo restando che consideriamo irrinunciabile la valutazione positiva sulla qualità dell’opera da pubblicare. L’alternativa è fermarsi con la narrativa e concentrare le forze sulla saggistica. Oppure pubblicare solo buoni autori locali disponibili a fare presentazioni e promuovere il loro libro.

Ritenete che il passaparola informativo, tramite blog o siti d’opinione, possa influenzare il mercato librario? E la critica tradizionale?
Il passaparola – che sia fatto dal lettore o da canali informativi -  è l’unico strumento su cui possiamo veramente contare per farci conoscere. Ottenere una recensione su un quotidiano o una rivista di livello nazionale è praticamente impossibile per un piccolo editore che non abbia un buon ufficio stampa ben introdotto nell’ambiente di chi queste recensioni le scrive.
C’è chi ottiene recensioni sui giornali nazionali, chi va da Fazio a promuovere il suo libro con prospettive di grandi vendite, e chi deve arrangiarsi e contare - piano piano - sulla qualità del proprio lavoro. È la qualità offerta che muove il passaparola e che alla fine ti premia: nessuno consiglierebbe al proprio amico un libro mediocre di un piccolo editore così come nessun blog o sito di recensioni prenderebbe in considerazione un’opera scadente.
Certo, stiamo parlando di piccoli numeri in fatto di vendite, ma per un piccolo editore vendere attraverso il passaparola, anche poco, è il gradino iniziale per farsi conoscere. Chi ha letto e apprezzato un libro Gwynplaine probabilmente andrà a vedere nel catalogo se c’è qualche altro volume interessante da acquistare.  È una piccola catena che si mette in moto ma che nel lungo periodo produce sicuramente i suoi effetti positivi.

Pubblico: quali caratteristiche deve avere il vostro lettore ideale?
Il nostro lettore ideale è attento, curioso, amante della storia e della buona letteratura. È un lettore forte, che legge sia saggi che romanzi, che non si accontenta dell’ultimo best seller di narrativa vampiresca ma vuole di più. È una persona che ha in mente un’idea di società diversa da quella che domina oggi, fondata sul potere, sul possesso di beni, sullo sfruttamento e l’individualismo.

Un aspirante scrittore può proporvi i propri manoscritti? Come deve fare? Sono graditi consigli!
Sì, accettiamo manoscritti da valutare. Se non si ottiene risposta entro sei mesi il manoscritto deve considerarsi non idoneo alla pubblicazione. I manoscritti devono essere inviati alla nostra casa editrice a mezzo posta in cartaceo.

Qual è il vostro ultimo libro in uscita? Lo consigliereste perché…
La nostra prossima uscita è il “Saggio sulla rivoluzione” di Carlo Pisacane. Ne consiglio la lettura perché è tra le opere più interessanti di questo protagonista del Risorgimento italiano, forse non abbastanza valorizzato dagli storici. L’idea rivoluzionaria è centrale in quest’opera. Secondo Pisacane il Risorgimento italiano doveva realizzarsi attraverso una rivoluzione nazionale che mirasse principalmente alla distruzione delle disuguaglianze sociali, più che alla mera costituzione di uno stato unitario. Questa idea scaturiva dalla sua adesione al socialismo libertario di stampo proudhoniano. Nell’anno del 150° anniversario dell’Unità d’Italia può essere interessante riscoprire le idee di un rivoluzionario libertario morto prematuramente in uno dei tanti falliti  tentativi insurrezionali che hanno caratterizzato il Risorgimento italiano.

Infine, dove sarete fra cinque anni?
Saremo ancora qui a fare buoni libri. Speriamo di ritrovarci più forti, più solidi e ancor più motivati a sfondare in questo difficilissimo mondo dell’editoria italiana.


Intervista a cura di Gloria M. Ghioni