martedì 28 settembre 2010

COSA SARANNO I LIBRI?




Che cosa sono gli e-book?
Valerio Eletti e Alessandro Cecconi
Carocci, 2008

È sconvolgente partecipare a fiere del libro o dell’editoria – o solo leggerne qualche resoconto – e vedere quanti libri sono in vendita e quanta gente perlustra gli espositori e poi sentir parlare così tanto all’interno della fiera di e-book e mancanza di lettori in Italia. È chiaro che si è in un momento particolare della storia per quanto riguarda le forme comunicative. Perché se è vero che il web ci ha dato delle possibilità infinte e che molti prodotti editoriali sono stati digitalizzati ed hanno cambiato la loro forma come dizionari, mappe ed enciclopedie e i quotidiani sono diventati on-line e quindi non più quotidiani ma giornali perché continuamente rinfrescati dal nuovo, il nostro amato libro sembra essere ancora e soprattutto di carta. I motivi ci sono. E pure tanta confusione.

Il fatto è che i libri si assomigliano tutti, chi più grande chi più piccolo, ma ciò che cambia è quello che c’è dentro. Al di là del giudizio di valore sappiamo che c’è saggistica, narrativa, racconti, poesia, manualistica e via e via. Chiaramente non tutti questi generi subiranno un processo contemporaneo di digitalizzazione perché non tutti i lettori (noi) si digitalizzeranno contemporaneamente e non per tutti i generi si troverà la migliore formula digitale. Il lettore di romanzi (quello che è capace di leggere in tutte le situazioni/posizioni possibili) con difficoltà lascerà così facilmente la carta per passare allo schermo, immagino (anche lo schermo più vicino alla carta che abbiamo: e-ink). Se poi si tratta di preparare un esame allora si potrà farlo con un reader. Perlomeno si evita il peso di tutti quei libroni di storia della lingua o di storia del Risorgimento. Il fatto è che questa partita non la giocano solo i lettori ma un po’ tutti (anche se è certo che il mercato si muoverà in base ai gusti dei lettori). Se la giocano gli autori perché se i libri in futuro bisognerà farli diversamente allora bisognerà anche pensarli diversamente, e gli editori che devono trovare nuovi modi di costruirli.

Questo piccolo e denso libriccino della Carocci messo insieme da Eletti (Master IELM) e da un suo allievo è una piccola guida all’intricato mondo degli e-book. Ogni paragrafo è connesso agli altri per facilitare i rimandi; ci sono delle schede esplicative di alcuni concetti e alla fine troviamo un piccolo ma esaustivo glossario per la comprensione di alcuni tecnicismi. In più il volume si presenta come un prodotto blended, misto, ovvero: dato che l’argomento è difficile da fissare poiché in continua evoluzione, gli autori hanno pensato bene di aggiornare il testo sul sito della Carocci (bisogna considerare però che i tempi corrono e che le novità mancano).

Gli argomenti di interesse, tranne quelli più romantici, vengono toccati tutti: questione dei diritti, dispositivi hardware e formati di codifica, alcuni concetti come quello della ri-mediazione che abbiamo incontrato con Bolter (Lo spazio dello scrivere. Computer, ipertesto e la rimedi azione della stampa, Milano,Vita e pensiero, 2002), ruolo degli editori.

C’è da dire solo che per un tema così contemporaneo e vivo occorrerebbe un testo ogni giorno, ma questo volume ci offre l’opportunità di fissare alcuni punti certi che poi saremo noi ad integrare col dibattito contemporaneo a seconda del nostro interesse.

domenica 26 settembre 2010

"Parole nel tempo 2010" - piccola e media editoria in mostra a Belgioioso

Parole nel tempo
mostra-mercato della piccola e media editoria
Castello di Belgioioso (PV)
25-26 settembre 2010
Qualche titolo tra quelli che vedrete recensire nei prossimi mesi. Grazie a tutti gli editori che hanno contribuito a CriticaLetteraria.

L'autunno è stato salutato, come ogni anno, dall'evento cult per i bibliofili e gli addetti ai lavori: due giorni di mostra-mercato a Belgioioso, in cui i piccoli e medi editori hanno presentato le nuove uscite, riproposto i titoli migliori, ma anche stretto mani di aspiranti pubblicandi, critici letterari, e tanti tantissimi curiosi. Come sempre, alla proposta editoriale s'è accompagnato un eterogeneo programma di incontri, che ha impegnato studiosi, editori ed autori in appuntamenti diversissimi. L'unico filo rosso che univa tutti gli incontri è stato togliersi i panni accademici per arrivare al pubblico (altrettanto variegato), senza incorrere in banalità né in tecnicismi proibitivi. 

Per la prima volta ai visitatori è stata offerta
la possibilità di una "lettura in volo"
Le nuvole minacciose di sabato hanno portato a Belgioioso solo i più temerari, che hanno potuto così godere di grande tranquillità per leggere le quarte di copertina, discorrere con gli editori sempre molto disponibili a chiarire dubbi e a regalare consigli di lettura,... Peccato solamente per gli appuntamenti  in mostra, che meritavano le sale piene. Si sono tenuti incontri molto interessanti, come la presentazione del libro di De Marchi Prima di prender moglie (Manni Editori), riproposto per le cure di Paola Mazzucchelli. Hanno parlato dell'opera Maria Antonietta Grignani e Roberto Barbolini, rivelando i retroscena filologici, la storia del testo, contestualizzando questo bizzarro manualetto/pamphlet, godibile ma a tratti irritante per la mentalità contemporanea.

Edna St. Vincent Millay
Sara Teasdale
Tra gli altri appuntamenti del pomeriggio, ricordo con piacere Silvio Raffo, traduttore intelligente e studioso istrionico, appassionato interprete della poesia femminile americana. L'anno scorso, lo studioso aveva parlato di Emily Dickinson; quest'anno invece l'attenzione si è concentrata sulla traduzione recentissima delle poesie di Sara Teasdale, Gli amorosi incanti (Crocetti Editore), raffrontata con la più cinica e impertinente Edna St. Vincent Millay, col suo L'amore non è cieco (edito sempre da Crocetti). Titolo dell'incontro "Amore dolce, amore amaro", che unisce le esperienze biografiche e poetiche delle due poetesse, mai tradotte in Italia prima d'ora. Tra letture, spiegazioni e suggestioni, il professore ha ricreato come sempre un incontro che è anche spettacolo, riflessione e passione. [anticipiamo che Silvio Raffo sarà a Pavia l'8 ottobre 2010 al Demetrio e il 14 ottobre a Milano sarà celebrata la sua carriera di traduttore. Seguiranno maggiori informazioni]

F. Leonetti e la lettrice
 Domenica la giornata è stata ancor più ricca di appuntamenti, a cominciare dall'imperdibile incontro con  e su Francesco Leonetti. A festeggiare l'uscita del suo Versi estremi (Manni Editore) sono intervenuti Clelia Martignoni, Marco Rustioni, accompagnati da un'attenta lettrice che ha proposto una scelta di poesie dello scrittore. Alternate agli interventi critici, le poesie sono state lette dallo stesso Leonetti: la sua lettura è già interpretazione e, come accade raramente, ha portato nella platea un silenzio rispettoso e curioso di sentire altri testi dello scrittore. 
Una vera festa, dunque, per celebrare l'uscita di questo volumetto di poesia, che speriamo possa riportare l'attenzione su uno scrittore tra i più sperimentali del Novecento, spesso ricordato solo per la militanza nel "Gruppo 63" e troppo poco indagato dalla critica. Si spera che la recentissima monografia del 2010 di Marco Rustioni contribuisca a porre nuova luce sull'originalissima esperienza di Leonetti.
Da parte nostra, nei prossimi mesi su CriticaLetteraria vi proporremo alcuni inviti alla lettura delle opere neo-sperimentali degli ultimi decenni. 

A. Porta
Due ore dopo, Clelia Martignoni, affiancata da Rosmary Liedl Porta e Paolo Giovannetti, ha introdotto la recente pubblicazione di tutti i racconti di Antonio Porta in La scomparsa del corpo (Manni Editore): si propongono in questo agile volumetto tutti i ventidue racconti dello scrittore, noto a tutti come poeta, meno studiato come narratore. E dire che poesia e prosa mutuamente si rincorrono e si riprendono, e i contatti tra i generi sono ancora tutti da indagare. Tra i temi ricorrenti nei racconti, a tratti sconcertanti ed eversivi, ricordiamo l'erotismo, la crudeltà, la fame e la voracità (portata fino al cannibalismo), il potere, dinamiche di vittima-carnefice. Su questi capisaldi della narrazione dominano l'ansia metanarrativa, onnipresente e ansiogena, e l'onirismo, che porta al "surrealismo elegante e furioso" segnalato da Mengaldo. 

Ritratto di C. Pinot Duclos
Molti altri incontri avrebbero potuto concludere la mia giornata. Ho scelto la presentazione della prima traduzione italiana di un libro di Charles Pinot Duclos, Acaju e Zirfila (Galaad Edizioni). Il testo del 1744, di un autore famorissimo in Francia per essere stato un intellettuale eclettico, storiografo del re dopo Voltaire, sociologo e accademico, è invece sconosciuto in Italia. Questa prima traduzione, ad opera della vivacissima Francesca Sgorbati Bosi, si propone di portare questa "favola per adulti" in Italia, con lo scopo di divertire i lettori e di educarli al Settecento in Francia. La traduttrice, vera appassionata ed esperta di quel periodo storico, ha contestualizzato l'opera di Duclos e, più in generale, il clima letterario della Parigi pre-rivoluzionaria. 
L'opera originariamente doveva essere accompagnata da dieci illustrazioni di Boucher, pittore di corte; all'epoca, varie traversie hanno reso impossibile tutto ciò. Tuttavia, la recentissima edizione di Galaad intervalla il testo con la riproduzione delle dieci incisioni suddette, su cui ha riflettuto il professor Gabriele Crepaldi, tra i massimi esperti di incisioni in Italia.

Dunque, di questi e di tanti altri libri sentirete parlare nei prossimi mesi. Oltre venti volumi si sono aggiunti ai tanti già in attesa di recensione.
Ringrazio personalmente gli editori che si sono mostrati disponibili e generosi con CriticaLetteraria, e tra questi desidero citare, oltre a Manni, Crocetti e Galaad, Amos Edizioni di Michele Toniolo, Eumeswil e le Arti Grafiche Oltrepò e la casa editrice Quarup.
Mi scuso invece con tutti coloro che non ho conosciuto e con le presentazioni che non ho potuto seguire per mancanza di tempo e del dono dell'ubiquità.
Permettetemi, infine, una conclusione melensa e trita: queste belle occasioni d'incontro mi fanno capire ogni volta perché è nata CriticaLetteraria, e perché, ogni giorno, qualche nuovo lettore si ferma sulla nostra pagina.

GMG.

sabato 25 settembre 2010

Invito alla lettura di "Ragione e sentimento"

Ragione e sentimento
di Jane Austen

Newton Compton, 2010

“Sense and sensibility” (1811) è il titolo originario di un altro coinvolgente e straordinario spaccato sociale della Austen. Un romanzo che, partendo dall’analisi delle coscienze di due “piccole donne”, Elinor e Marianne, riesce a descrivere un’aristocrazia frivola e vuota, romanticamente immersa nell’idea del pittoresco ma incapace di sentire quanto e come vorrebbe far credere o di credere in ciò che finge di sentire. Un tentativo di Bildungsroman per due sorelle distanti nell’indole quanto nell’atteggiarsi in pubblico, la storia del tramonto dell’adolescenza e della lenta maturazione verso l’età adulta, resa con tinte malinconiche ed esacerbate nel caso della sorella più passionale, con nuances più sfumate, delicate, “prudenti” per Elinor, la riflessiva, la detentrice di ogni buon senso. 
Ma se le due protagoniste vengono costruite come personaggi “a tutto tondo” è facile intuire che sono anche speculari e per questo complementari e che i loro ruoli sono facilmente invertibili, le loro storie interscambiabili… perché credo che ogni ragazza abbia sentito il bisogno, almeno una volta nella vita e almeno in parte, di essere avventata, istintiva e un po’ incosciente come Marianne cercando di tacitare, in fondo alla coscienza, i rimproveri di quella parte più razionale e pacata che qui si proietta in Elinor. Quasi ogni donna prima di diventare tale è stata un po’ l’una e un po’ l’altra sorella… fragile eppure sprezzante dell’opinione altrui con la fiducia cieca che il vero amore nella vita sia unico e solo e che coloro che lo vivono siano come due punti di una corrispondenza biunivoca, incuranti dei miliardi di altri punti piccoli e scuri, o salda e resoluta, riservata nel dolore e abile nel dissimularlo ma per questo tanto più profonda e stabile… Elinor impara la sopportazione ed ha il tempo di accorgersi del dolore altrui… Elinor impara la sopportazione ed ha il tempo di accorgersi del dolore altrui compreso quello del buon colonnello Brandon. La compassione la rende umana rispetto a certe dame dalla postura ingessata e simili a statue di cera (esemplare a tale riguardo è il portamento di Lady Middleton). Ella apprende il pathei mathos come una Didone virgiliana. 
Oserei dire che è persino presente una certa ironia tragica la quale segna il turn of events di un plot invero molto semplice e in gran parte svelato, almeno nell’edizione Newton Compton, in un’ottima introduzione di L. Lipperini, attualizzante quanto però (ahimè!) rivelatrice dell’intreccio. Permane comunque il piacere dell’analisi caustica, dell’indagine inesausta dell’autrice in un mondo composto e apparentemente impeccabile tra lezioni di musica, di disegno e cucito, i balli galanti, i tè delle cinque, le serate di whist e le signorine eleganti tutte trine, nastri e pizzi… un secolo dopo Garcìa Lorca, confrontando i vecchi costumi al moderno mito industriale, ne avrebbe rimpianto perfino i cani, assassinati nelle allucinanti battute di caccia! E se anche in mezzo a questa folla rutilante è possibile incontrarsi e scontrarsi, non mancano tuttavia le occasioni per lasciarsi, perdersi, ritrovarsi ancora nelle campagne di Norland e nel Devonshire come per le affollate strade di Londra, lì dove lo sguardo febbrile delle protagoniste vaga senza posa, perennemente all’erta nella speranza d’intravedere una giacca, un sorriso noto, di riconoscere un passo amico, un’inflessione della voce che tradisca una certa emozione… perché il mondo della Austen è fatto soprattutto di dettagli, di piccole variazioni sul tema che fanno ripercorrere al lettore il grigio di certi giorni uguali e che poi, in un piccolo particolare, esaltano gli arcobaleni iridescenti racchiusi in un sentimento che a volte travolge, a volte è travolto dalla ragione.
Le sorelle Dashwood (E. Thompson e K. Winslet) 
in "Ragione e sentimento" (A. Lee, 1995)


E.M. Esposto Ultimo

venerdì 24 settembre 2010

È quasi casa questo mio andare





Un giorno perfetto
di Ed Warner
Edizioni Smasher

pp 41
€ 8,50

Ed Warner, personaggio del celebre cartone animato giapponese degli anni 80 “Holly e Benji”, è lo pseudonimo scelto da questo giovane poeta che ha messo in versi la sua ricerca del giorno perfetto. Un percorso che si snoda attraverso il racconto di tutti gli altri giorni, quelli che sono passati, a volte nella semplice attesa che accada qualcosa, ma comunque lasciando il segno.
34 poesie, 34 giorni, 34 esperienze.


Quando una raccolta di poesie mi piace, trovo sempre molto difficile scrivere una recensione. Mi immedesimo nel poeta, lo immagino nel viaggio e trasfondo nei suoi versi il mio vissuto. Lo vedo seduto in treno con in mano un taccuino, lo sguardo perso fuori dal finestrino e la penna che appunta le impressioni del momento o del giorno “imperfetto” appena vissuto.

Il treno
stipato dalle quotidianità
sferraglia in senso obbligato
pure lui confuso
da una transumanza lineare, ripetitiva.

Così mi allontano del tutto dalla metrica e dalla forma stilistica per cercare qualcosa di me tra le parole. Nella stessa quarta di copertina si legge che Ed Warner “dà spazio e voce ad uno stato d’animo facilmente collettivo. Impossibile non ritrovare se stessi nelle losanghe dei suoi versi”. Così è.

La raccolta è introdotta, con mio grande piacere, da una citazione tratta dalla bellissima canzone di Fabrizio De André, Se ti tagliassero a pezzetti. Forse – dico forse - questo incipit mi ha un po’ condizionata, ma ho ritrovato molto dello stile del cantautore nei versi del poeta. A partire dagli stessi titoli della poesie.
Esempio più eloquente ne è la poesia La guerra di Eros. Al di là della chiara assonanza nel titolo, il richiamo a La guerra di Piero di De André è evidente: il ritmo, il fraseggio, la rima, addirittura la presenza di alcune parole o intere frasi.
Deboli siamo
se c’è la tempesta
non miglioriamo
nei giorni di festa
vittime stanche
di chi ha ucciso
con l’arma potente
di un bel sorriso.
Tema prevalente e ricorrente è l’amore, raccontato attraverso diverse esperienze di vita: incontri fuggevoli in posti lontani, la sofferenza, la lontananza e poi l’abbandono, ma anche il sesso e la passione più spinta. La crudezza e immediatezza di alcuni versi, la rabbia che scaturisce dal dolore con pungente lucidità, si placano di fronte a umane prese di coscienza, che lasciano il poeta indifeso di fronte al reale, con semplicità e dolcezza che commuovono.

Il bagno è ancor più piccolo
da quando è tutto mio.

Non c’è ordine nelle poesie, se non lo scandire di una ipotetica giornata che inizia con l’Alba e la Mattina, e prosegue con l’immagine, a volte cupa, di vita quotidiana e avventure esotiche. Ma non si può parlare di disordine. Piuttosto di varietà. Componimenti ora brevi e aridi, ora lenti e discorsivi, ma quasi sempre di una metrica irregolare che enfatizza il sentire del poeta e l’intensità dei suoi vissuti. 

Continua pulsante
L’assolo di vita
Che invoca giustizia
Del tuo non tornare…
Eppur nella nebbia bisogno di te.

Poi arriva la sera…   
Non fosse per il suo silenzio
altro non farei se non urlare.


mercoledì 22 settembre 2010

Il Salotto: intervista a Valentino Ronchi


D: Nel tuo libro, Canzoni di Bella Vita, figurano tantissime donne (Chiara, Rita, Luciana, Patrizia, Barbara, l’amica di Barbara, la biondina di Torino, Marie-Anne, Flaminia, l’amica bionda di Flaminia, Claudia, Marta, Laura – spero di non averne scordata nessuna). Una girandola di nomi e corpi e storie. Questa bella vita, per te, è più una dolce vita o una vita nuova?

R: Ci sono tante donne perché ci sono diversi personaggi, sono sei storie… Ogni personaggio ha la sua bella vita, che sia con la compagna di sempre o con due donne nello stesso letto nello stesso pomeriggio. La bella vita è dunque certo la donna, ma anche in senso più ampio, amare quel che si fa e quel che si sta vivendo.

D: Le canzoni di bella vita usciva quattro anni fa; due anni fa la seconda edizione, rivista e ampliata. “Suonare meglio lo stesso strumento” scrivi in una nota al testo: ci fai un esempio di cosa hai cambiato (una variante per i nostri amici filologi)?

R: All’inizio di ogni cosa sei, diciamo così, titubante e finisci per ostentare la tua preparazione, le tue qualità. Dopo viene tutto più semplice, le stesse cose che dicevi le dici meglio, in maniera più naturale. Non ti faccio un esempio, prima di dover scoprire con te che era meglio la versione precedente, ma mi ricordo che Felice Accame (una delle tre persone che hanno effettivamente letto Canzoni esclusi forse moglie e parenti) quando presentò la prima edizione, a un certo punto mise a confronto una versione di una mia poesia che aveva trovato in rete con quella stampata e disse che ero andato in direzione di una apparente semplificazione. Ed eravamo solo alla prima edizione, la stessa poesia – e con lei le altre – è cambiata ancora…

D: Qual è il tuo punto di vista sull’editoria di poesia, da particolarissimo addetto ai lavori – da una parte curatore della collana Festival per Lampi di Stampa e cacciatore di libri antichi dall’altra.

R: Da cacciatore e venditore di libri del Novecento conosco le Collane e i libri che negli anni hanno resistito diventando ora ricercati, dalle uscite solitarie, come Fiore che Lalla Romano fece stampare da Frassinelli a sue spese per poi mandarlo piccata all’Einaudi che l’aveva rifiutato, alle grandi collane, come la Rebellato o la Forum, che stabilito un criterio minimo di qualità, pubblicavano tantissimi autori, come per esempio fa oggi Lietocolle, dei quali pochi poi sarebbero “rimasti”. Così mi diverto a indovinare chi prenderà valore col tempo, fra i poeti che hanno pubblicato negli anni settanta fino ai giorni nostri. Quanto invece alla Collana Festival che fino ad oggi ho diretto per Lampi di stampa, contiene sicuramente almeno tre libri destinati a restare, ne sono sicuro e ne vado fiero. Per questo devo anche farmene una scorta come libraio… Ma, e forse qui rispondo meglio alla tua domanda, della mia collana mi piace che non gravi sul portafoglio dell’autore: lampi di stampa è stato fra i primi editori a lavorare col print on demand, io ho solo applicato questo metodo distributivo e produttivo al settore che secondo me più ne abbisogna, proprio la poesia. Se uno vuole il tuo libro a Palermo o a Roma, lo ordina e viene stampato e portato in libreria, ma l’autore non si sobbarca inutili distribuzioni infruttuose e deprimenti, fatte di libri lasciati nei sotto scaffali giusto per far dire all’editore che i tuoi libri sono in tal libreria.

D: Dall’Odissea, a Walden e il Canto d’amore di J. Alfred Prufrock, a Silvio Giussani e Piero Ciampi, a Lévinas e, soprattutto Jankélévitch. Come usi gli eserghi, come integri i testi altrui nei tuoi?

R: Jankélévitch parlava e scriveva in maniera straordinaria, con termini filosofici e filosofici neologismi, e con il sentimento e l’ardore di chi è totalmente immerso in ciò di cui sta parlando, la vita. È stato sufficiente ascoltarlo, capirlo e riproporlo in un contesto. Gli altri sono principalmente amori, provocazioni e portafortuna.

D: Tra i giudizi negativi in cui ho avuto la ventura di imbattermi sulla tua poesia, eccone alcuni: “poesia giovanile, diaristica, praticamente prosa tagliata in versi, un neocrepuscolarismo povero di contenuti, spessore e originalità”; “una poesia di mercato dettata dal fatto che arriva facile ad un pubblico facile, e quindi vende facile”; “la sovrastruttura pare quella di un io in realtà abbastanza statico e prevedibile”.

R: Ho avuto critiche positive egualmente superficiali. Non ti leggono quelli che ti criticano, non ti leggono quelli che ti incensano.
D: In Queste sera d’estate usciamo dopo la cena e (Primavera in Ancona) e (Barbara e l’amica sua) ci sono brevi inserti dialettali (“le mani ‘nte la maglia”), non solo nelle battute di dialogo. Che funzione ha questa, per quanto minima, insorgenza del dialetto?

R: Estate semplice è la sezione in cui l’io è il più giovane del libro e la sua storia si svolge ad Ancona. Si tratta più di una cadenza che di un dialetto, di un declinare la frase, che ogni anconetano ha. Meno impegnativo di un dialetto, ma egualmente evocativo. Non avrei potuto scriverla in italiano.

D: Ci leggi una tua poesia?

R: Ti leggo questa, non si trova nel libro ma tu potrai capire perché te la leggo. Attenzione però, non fa riferimento a questa precisa estate politica, ma sicuramente ad una qualsiasi degli ultimi anni…

L’estate a Parigi di mio fratello

Il pericolo che l’educazione politica si converta in un dressage
psichico messo in opera da astuti e cinici giocatori della politica
è un pericolo reale e imminente.

Remo Cantoni in Almanacco letterario Bompiani 1959 (sic!).


Sono contento tu sia a Parigi,
qui sono brutte giornate nonostante l’estate
tira una brutta aria si ascoltano
solo autorevoli pessime parole (e tu lo sai
che per me le parole contano)

così per non sentirne più mi rifugio
queste sere in un borgo di due case e rane
a imprecare a scopa coi vecchi
rientrando solo quando è tardi. Ma

dimmi invece di te delle ragazze
che nei parchi leggono scalze,
dei librivendoli lungo il fiume,
nei dettagli di cosa stai studiando - se ti va -

e dei discorsi che fate al mattino
nell’università, nel caffè affollato.
Scrivimi di te mi raccomando
e ritarda se ti riesce più che puoi
il tuo ritorno.

lunedì 20 settembre 2010

Giacche di Lanvin sporche di caffè



Saul Bellow
Ravelstein
Milano, Mondadori, 2001
1^ edizione: 2000

All’alba del nuovo millennio è uscito Ravelstein del premio nobel 1976 Saul Bellow.
Abe Ravelstein è un docente di filosofia politica, ma più che un professore è un educatore, uno che capisce chi ha capacità e contribuisce a forgiarne la mente. Tutti i suoi studenti validi lo adorano, si confidano con lui (anche per le questioni amorose) e riescono ad ottenere alti incarichi professionali. Abe Ravelstein ama inoltre la cucina e l’alta moda, infarcisce i suoi discorsi di termini francesi, adora i pettegolezzi e le piccole trasgressioni. Preferisce Atene a Gerusalemme. È uno spendaccione, adora Rossini e fuma un mucchio di Marlboro. E ha scritto un libro che gli ha fruttato molti soldi.

Alla seconda parte del romanzo si scopre che Abe Ravelstein è malato d’AIDS (tra l’altro, è omosessuale) e questo ci rimanda a tutta la prima parte che, velocissima, densa di discorsi, citazioni, storie e pensieri, si distingue per la sua ironia e acutezza e ci porta nel mondo del protagonista e della voce narrante Chick, che è incaricato da Ravelstein a scrivergli una biografia.
Ne nasce così l’atto d’amore per una persona e per l’amicizia. È una biografia che non riporta il pensiero dell’uomo ma le sue manie, i suoi usi e costumi, i suoi detti, i suoi vezzi. Ed è per questo che è più che mai viva.

Nella terza parte Ravelstein è morente e l’ambiente narrativo s’incupisce ancor di più quando è lo stesso Chick a star per morire. Ravelstein,
“nei suoi ultimi giorni sceglieva Gerusalemme ad Atene, era degli ebrei che gli importava, non dei greci. Non gli interessava più Platone e Tucidide ma le Scritture”.
Tutti e due si rendono conto di quanto sia difficile accettare che la tomba sia la fine di tutto. Per quanto uno voglia fare il gradasso può essere consapevole che si diventi polvere, ma non può accettare di rinunciare alle immagini.
L’atto d’amore quindi si allarga alla vita stessa, e si inscrive in quella mai esaurita letteratura americana che riesce a parlare dell’universo umano trattando del quotidiano, di quanto più di piccolo, ma non meno interessante, ci sia in una persona (Chick non parla mai dei contenuti del libro di Ravelstein, ma piuttosto delle sue giacche di Lanvin) – letteratura americana che trova con Bellow una delle sue figure di maggior pregio, che riesce ad offrirci un lavoro interessante, denso e gradevole. Ha detto Martin Amis:
“Ravelstein is a full-length novel. It is also, in my view, a masterpiece with no analogues. The world has never heard this prose before: prose of such tremulous and crystallized beauty”.

Fabio Mercanti

domenica 19 settembre 2010

Passi affrettati

Passi affrettati
di Dacia Maraini
Ianieri edizioni, 2007

pp. 64

“Passi affrettati” è il titolo di un testo teatrale costituito da dialoghi e con forma auto-diegetica. Sottolineare ab initio quest’elemento significa a mio avviso, più che apporre una nota pedante a sigillo di questa breve recensione, mettere in risalto il fatto che a parlare in prima persona, raccontandoci le loro “storie parallele”, siano donne, a volte addirittura ragazze o bambine costrette al silenzio per ragioni di cultura, discriminazione, persecuzione. E queste poche righe vorrebbero essere strumento di divulgazione e promozione del testo in questione per le chiare implicazioni etico sociali di vicende tristemente tratte dal quotidiano di un universo femminile lacerato e dolente. Infatti “Passi affrettati”, oltre che un libretto smilzo da leggersi in poche ore, risulta essere un’opera “di spessore” se si considera la portata delle riflessioni che conseguono dal messaggio di denuncia supportato da Amnesty International: “multa paucis” è l’obiettivo di Dacia Maraini che ha deciso di devolvere i propri diritti letterari a favore delle donne vittime di casi di violenza domestica ed entro la comunità d’appartenenza.
Otto donne scelte nelle zone più diverse del mondo e dai casi più disparati, elette testimoni di una condizione oltraggiata. Il Messico e la California, Il Belgio e l’Albania, la Giordania, la Nigeria, l’Italia, il Tibet e la Cina… non c’è angolo di mondo che possa dirsi completamente esente da un fenomeno che, anche a detta di Lilli Gruber e della sua introduzione basata sull’intervista ad alcuni detenuti del carcere di San Vittore, dipende a livello psicologico da un senso di debolezza per cui “l’unico modo per dimostrare la propria forza personale è esibire quella sul piano fisico. […] Non si tratta più nemmeno di desiderio. C’è solo l’istinto di sopraffazione”.
Riporto uno stralcio di una poesia africana rielaborata dall’autrice che, precedendo la postfazione a cura di Maria Rosaria La Morgia, rafforza le molteplici suggestioni derivanti dal testo drammaturgico:

Addormentata… io sono l’addormentata
E il mio corpo viene portato via
Io sono la svelata
Io sono l’esclusa
Io sono colei sulla quale è stato posto il divieto
[…]
Io fra i marmi della disgrazia sorrido
Io fra le rocce del silenzio, velato di bianco, sorrido.

Che questi passi, delicati e violenti al tempo stesso, ci impediscano di dimenticare, ci riscuotano dall’indifferenza, ci permettano di udire anche la “voce di chi grida nel deserto”…

giovedì 16 settembre 2010

Harmony? No, grazie.



Giorgio Bassani

Il giardino dei Finzi-Contini


I ed. 1962
Oscar Mondadori

con introduzione di Eugenio Montale

pagg. 241

Certo, il cuore, chi gli dà retta, ha sempre qualche cosa da dire su quello che sarà. Ma che sa il cuore? Appena un poco di quello che è già accaduto.
I promessi Sposi, cap. VIII
Con questa epigrafe si apre il romanzo di Bassani, dopo aver indotto il lettore al peccato veniale di saltare per forza di cose un'introduzione (anche se di un premio Nobel) mai apprezzabile a pieno senza aver scorso anche distrattamente le pagine del testo seguente. In ogni caso, la citazione manzoniana calza a pennello, poiché la narrazione che s'incontra non appena voltata la pagina è un qualcosa di intimo e memorialistico, lontano dalle logiche pseudo-oggettive della terza persona, ma nella più totale soggettività della prima persona del protagonista, anonimo, con un angusto punto di vista mai onnisciente ma al limite omnicongetturante. Ma che sa il cuore? Sia qui suggellato quel poco che il cuore ha saputo ricordare. E' Bassani.
Il tutto si apre con uno squarcio sulle antiche rovine etrusche a Cerveteri, piccolo preambolo con capo ma senza fine con cui B. (così chiama Montale il protagonista) a distanza di parecchi anni rievoca avvenimenti della sua infanzia, adolescenza e prima maturità. In un fuoco dell'orbita ellittica descritta da B. nel tempo e nello spazio del romanzo, prende posto Micòl Finzi-Contini, discendente diretta di Laura e Beatrice. Donna angelicata, più che angelo, la quale nega il suo amore a B., pur confessando di aver preso per lui in passato uno striscio, una cotta. Niente di più. La differenza sostanziale con le sue ave deliziose e mitizzate sta qui: Micòl Finzi-Contini è una creatura prosastica, dotata di lingua ed abile nell'usarla, una donna che gioca a tennis e ansima e suda, arrossisce. Estremamente tangibile, al punto da subire i baci del protagonista e sopportare le avances di un amore ben poco platonico ma anche di respingerle e allontanarlo quando ormai si è andati oltre.
L'altro fuoco dell'orbita a cui si accennava poco fa' è l'istituzione Finzi-continica che aleggia nelle strade di una Ferrara mitemente addomesticata al fascismo (cfr.: Hannah Arendt, La banalità del male), la sua fisicità maestosa espressa dalla loro villa e l'intero giardino/parco immensamente esteso. Bassani non ha troppe pretese storiche, non gli interessa raccontare di guerra o di rievocare un mitico passato in cui si stava meglio quando si stava peggio, niente di tutto ciò, pur avendo posto al centro della vicenda dei personaggi di stirpe ebraica. Piuttosto è come se fosse tutto un diario non scritto per tempo, una bottiglia di spumante stappata dopo la data di scadenza, uno sfogo trattenuto in corpo oltre il consentito che, seppur in ritardo, ha soddisfatto la necessità di riportare alla luce il proprio passato. Un passato richiamato alla memoria non senza una punta di acre nostalgia, che tende ad avvolgersi su se stesso, in una specie di spirale, scandita da occasioni presentatesi e non sfruttate, perse per sempre, l'una anticipazione dell'altra. Fino ad ora gli elementi ci sono tutti: un amore non corrisposto, una guerra, il fascismo, la vita difficile degli ebrei sotto Mussolini... Perché l'ha pubblicato prima la Einaudi, poi la Mondadori e non tra gli Harmony? Il giardino è un libro alla moda, basta sfogliare un po' l'anagrafe e vedere a quante bambine è stato messo il nome di Micòl dal '62 ad oggi. Subire una lettura harmony è uno degli inevitabili rischi che si corrono a scrivere un romanzo del genere, ma meno male che c'è la famosa introduzione montaliana:
Supponevamo, noi lettori per obbligo, di aver tra le mani un libro, un oggetto del tutto degno delle esigenze del "mercato", e ci siamo accorti invece che l'oggetto era alquanto diverso e più preoccupante del previsto; e che, anzi, non era neppure un oggetto. Credete proprio che un incontro simile, ai tempi che corrono, sia frequente?
Commento di una mente sensibile. Al contrario, però, Bassani è diventato improvvisamente di moda, proprio perché descrive quella razza borghese reale, as it is, di cui si sono disinteressati gli autori a lui contemporanei. Ancora Montale:
Chi si occupa più dei borghesi in Italia? Probabilmente nessuno. Uomini e donne della borghesia s'incontrano in libri pieni di pornografia e di dolce vita, opere di scrittori che pretendono di decapitare la classe da cui sono usciti mentre ne rappresentano l'espressione più disastrosa. Ed è tutto.
Andando a fondo, si dirà che è un romanzo ben studiato, alla moda sì, ma guai a leggerlo come un Harmony. Estremamente misurato e ragionato, dà adito anche a possibili letture semiotiche (cfr. l'orbita ellittica e la spirale prima citate). Dai ritmi sapientemente dosati tra attese estenuanti e inquiete risoluzioni. Ricco di turbamenti, di seghe mentali. Bassani fa un uso "criminoso" della prima persona, come tra l'altro è giusto che sia; questa è la sua forza. E' elusivo: il lettore muore dalla voglia di conoscere la verità, non la "sua" verità, non quel poco che il cuore sa. Ma è tutto quello che Bassani ci può dire e in fin dei conti, masochisticamente, è quel che piace.

Adriano Morea

mercoledì 15 settembre 2010

Donne in cerca di libertà: La purga di Sofi Oksanen



La Purga
di Sofi Oksanen
ed. Guanda
pp. 393
euro 17,50

Estonia, primi anni Novanta, poco dopo la fine della dittatura sovietica, Aliide Truu, un’anziana contadina, trova nel cortile di casa una giovane donna, cenciosa, infangata, con una gonna occidentale e pantofole sovietiche. «La gonna della ragazza era davvero troppo bella per venire da uno di quei pacchi (della solidarietà” che arrivavano in parrocchia dall’Occidente. n.d.r.). Non era del posto». Zara, la ragazza che sembra capitata lì per caso, è, invece, legata ad Aliide da un legame antico e doloroso, da tragedie familiari le cui radici affondano negli anni delle «purghe», della resistenza dei «fratelli della foresta» (i partigiani estoni) ai russi. Una foto che ritrae Aliide con Ingel, la sorella che aveva fatto spedire in un Gulag con la figlia Linda, perchè Hans Pekk aveva scelto e sposato Ingel anziché lei, è l’anello di congiunzione della catena. Proprio come quella che ha appesa all’orecchio la donna ritratta sulla bella e incisiva copertina di Guido Scarabottolo.

Il romanzo di Sofi Oksanen, la giovane scrittrice finlandese di origine estone, vincitore dei più importanti premi letterari finlandesi, si svolge su due piani temporali che si rifrangono continuamente: gli anni ‘40 dell’occupazione sovietica e le purghe staliniane, e quelli ‘90 dell’indipendenza, ma anche della povertà e della violenza. Narrando le vicende delle due donne, Aliide e Zara, e della complessità e la drammaticità della loro storia famigliare, la Oksanen ci fa conoscere un Paese, l’Estonia, descrivendolo in due momenti storici delicati e disperati.

La scrittura è ruvida come lo sguardo che rivolge alle donne umiliate e castigate, o agli uomini violenti e crudeli. La storia ha in incedere feroce, virile, determinato, come un animale che ha puntato la sua preda.
Con la freddezza e la precisione di un bisturi la scrittrice lacera il velo che copre il volto delle due donne, che procedono a testa bassa per nascondere agli occhi degli altri la loro espressione, la vergogna per quello che hanno fatto, per quello che sono state costrette a fare, per non riconoscersi nello sguardo di altre donne che hanno subito le stesse violenze, che sono state sfruttate sessualmente, che sono state rinchiuse negli scantinati del KGB.

Il libro sembra a tratti un noir, a tratti un reportage sull’Est Europa, ma sempre un romanzo sulla bellezza e sullo sforzo per raggiungerla anche quando sembra impossibile.

Luisa Roberto

lunedì 13 settembre 2010

Preparati a Morire!

Preparati a Morire!
di Maurizio Elba
Aletti Editore


pp. 243
Prezzo: 15,00€
Disponibile presso: ibs.com


Un assaggio di trama
Romanzo d'esordio di Maurizio Elba, ambientato tra i paesaggi agresti, le ospitali cittadine e le montagne generose del Piemonte. 
Sin dal titolo s'intuisce una chiara impronta noir, probabilmente velata di mistero e vendetta e questa iniziale sensazione non viene smentita. 
Il racconto, ambientato nel 1970, si apre con una lettere disperata, delle riflessioni sulla morte e un suicidio di una donna consecutivo alla violenza. 
E' difficile raccontare la trama senza incorrere nel rischio di spoiler giacché è un mosaico, un puzzle, una sorta di cubo di Rubik. 
Frammenti, capitoli brevi si susseguono evidenziando storie di ragazzi e nuclei familiari che rimangono parallele per molto tempo. In sottofondo la vendetta e la violenza, una morte in agguato quasi in ogni paragrafo, delle scelte personali che toccano e sconvolgono la vita di più famiglie. Il denaro, il potere e la cinica freddezza dell'agire indipendentemente dal fatto che ci si sta rivolgendo ad esseri umani.
Un cadavere su un treno sarà il punto d'inizio di indagini complicate e fitte.
Thriller e suspense si accavallano, generando ansia nel lettore, curiosità e voglia di conoscere.

Qualcosa sullo stile
La prosa di Elba è molto lineare e piana. Asciutta e secca, pochi fronzoli e abbellimenti, essenziale nelle descrizioni. Il linguaggio utilizzato è semplice, alla portata di tutti. I capitolo sono flash, come scene d'un film. Gergalismi e termini tipici del linguaggio giovanile concorrono nel dipingere le caratteristiche dei personaggi. La frammentazione dei capitolo non permette un approfondimento intenso dei caratteri e delle motivazioni, tuttavia agevola la velocità nella lettura. 
Viene alternato l'uso del corsivo, attraverso incisi e pensieri della voce narrante. Riflessioni sulla morte, sul tempo e sul destino suggellano, inoltre, il passare dei mesi all'interno del racconto.
Rispetto la punteggiatura registro un forte uso dei puntini di sospensione. 
L'Autore s'adopera per inserire nel testo metafore ed elementi di dominio pubblico come la tipologia delle auto o gli eroi dei fumetti, creando situazioni plausibili negli anni in cui è ambientata la vicenda. 

Perchè leggere questo libro? Se amate il genere thriller, noir, giallo, se vi piace scoprire nuovi autori e nuove potenzialità e visioni, "Preparati a morire!" fa al caso vostro. Non è un libro dalle grandi pretese letterarie. Permette e dà il là a discussioni e riflessioni rispetto i temi cardini legati alla vita, nonché regala buoni momenti di distrazione dalle tribolazioni quotidiane.

Cenni sull'autore. Maurizio Elba ha partecipato a concorsi e premi letterari nazionali, ricevendo numerosi riconoscimenti. E' anche vincitore del premio "I Fiumi", VII edizione. Le sue passioni sono la letteratura e la musica. E' laureato in Economia e Commercio ed esercita la professione di insegnante.

Il prezzo dell'infelicità silenziosa: Ethan Frome di Edith Wharton


Ehan Frome
di Edith Wharton

BUR - Biblioteca Universale Rizzoli ( collana i Grandi Romanzi)
pp. 144, 6,40 €

Questo breve romanzo, pubblicato per la prima volta nel 1911, è spesso destinato a finire nel dimenticatoio, perchè i toni che lo contraddistinguono, nonostante il finale tragico e devastante, sono pacati, sommessi, come se il libro sussurrasse o narrasse sottovoce la vicenda. Tuttavia, secondo me, merita ampiamente di essere riletto e quindi riscoperto, proprio per la delicatezza con cui l'autrice descrive la sofferenza umana.
Quando il dolore e l'infelicità vengono a lungo covati, senza la possibilità di esplodere in uno sfogo, sono ancora più dirompenti e distruttivi; piano piano distruggono l'uomo senza dargli una possibilità di salvezza, lo annientano scavando silenziosamente nella sua anima.

Ethan Frome, il protagonista del romanzo breve della Wharton, è un uomo taciturno, infelicemente sposato con Zenobia (detta Zeena), una donna dura e scostante malata di ipocondria. Ogni barlume di allegria e di felicità, nella vita di Ethan, sembra definitivamente spento e dimenticato, fino al giorno dell'arrivo di Mattie Silver, una cugina povera di Zenobia da lei accolta in casa come aiuto nelle faccende domestiche. La ragazza porta con sè la freschezza della gioventù, e con la sua dolcezza e una gioia di vivere contagiosa conquista il cuore di Ethan. Tra i due nasce un amore platonico ma intenso, fatto di sguardi e di parole non dette, che cresce giorno dopo giorno sotto gli occhi dell'impassibile Zeena. Quando quest'ultima deve assentarsi per delle cure mediche, Mattie ed Ethan si ritrovano a trascorrere una serata da soli, nell'intimità della quiete domestica. L'innocente cena tra i due viene descritta in tutta la sua dolcezza e poesia dalla Wharton, che suscita nel lettore un sentimento di commozione di fronte alla timida felicità della coppia, fatta di sguardi e di piccole attenzioni reciproche, di sentimenti non dichiarati, sommessi e silenziosi. Il casto idillio viene bruscamente interrotto dalla decisione di Zeena di mandare via da casa Mattie. La ragazza, poverissima, non sa dove andare; Ethan, anche lui senza un soldo, non può realizzare il suo sogno di partire con lei e di rifarsi una vita, abbandonando la moglie. I due, disperati, dopo essersi dichiarati i loro sentimenti, tentano un gesto estremo, le cui conseguenze li segneranno pesantemente per sempre.

In un ambiente povero e squallido (la provincia rurale americana), un'esistenza triste e altrettanto squallida, fatta di rassegnazione, vede improvvisamente sbocciare un timido fiore di speranza. Il malcontento e la frustrazione, fino ad allora ingoiati come bocconi amari, ma sopportabili, vengono illuminati e alleviati dal sogno d'amore, impossibile ma condiviso. Lo scontro tra la poesia del sentimento e la prosa della dura e sconcertante realtà non lascia però scampo al protagonista, per il quale la felicità resterà sempre una mera illusione, un concentrato di attimi rubati, di sguardi innocenti che gli regalano la sola gioia che Ethan riuscirà a vivere, quella di essere corrisposto. Per il resto la sua vita è colma di infelicità, di un'infelicità sotterranea che gli scorre nelle vene, tanto grande è il peso di avere accanto una donna che non ama e che lo tratta con aspra freddezza. L'inferno coniugale viene vissuto con triste rassegnazione, giorno dopo giorno; nemmeno l'incontro con Mattie può strappare l'uomo alla sua triste sorte. Al contrario, questo amore impossibile e infelice porterà solo altro dolore.
L'autrice esprime così la sua visione pessimistica della vita. Vivere non è altro che desiderare ciò che non si può avere. E' svegliarsi, giorno dopo giorno, e dover sopportare le conseguenze di aver fatto una scelta sbagliata, è scoprire di essere rimasti intrappolati in un'eterna prigionia, rispetto alla quale i sogni e le speranze non sono che dolci ma vane chimere. Se si crede troppo nei sogni, se si cerca di realizzarli, o soltanto di raggiungerli, si è destinati a soccombere, o a soffrire ancora di più. L'amore è una lontana illusione, che quanto più fa male tanto più è lontana, e che si avvicina solo per ferire spietatamente.
A Ethan l'amore è negato. E' negato per via del suo matrimonio con Zeena, per via della sua squallida esistenza di fattore.
Sono molte le persone che si trovano in questa situazione, che ogni giorno sopravvivono trascinando il peso dei propri errori, sapendo di non avere via d'uscita.
E' questo il pregio del romanzo della Wharton, quello di descrivere una situazione di sofferenza più che mai realistica, che tanti si trovano a vivere, urlando di dolore nella propria mente ma tenendo le labbra strette, i pugni serrati che vorrebbero schiudersi in una carezza per un lontano quanto inafferrabile oggetto d'amore, e si ritrovano invece a colpire la liscia superficie del muro di casa. Sempre in silenzio.
Irene Pazzaglia

domenica 12 settembre 2010

Il Salotto: intervista a Guido Catalano



D: Dicono di te che fai cabaret e non poesia: dove inizia una e dove finisce l’altro?

R: Penso che le due cose si confondano. Le mie poesie, non tutte, ma molte, fanno ridere le persone. Ho lavorato in ambito cabarettistico, solo che le mie cose nel mondo zeligghiano non funzionano. Bisogna essere brevi e pensare all’uomo in canottiera con il telecomando in mano. Anche nei live. Io sono lungo. E poi ci vuole il tormentone. E io non ce l’ho. Oggi il cabaret è Zelig. E io non ci sto dentro.
Una cosa che mi disturba è quando i sedicenti poeti mi danno del cabarettista con l’intento di offendermi. Essi non sanno che fare cabaret è una delle cose più difficili al mondo. Ci vogliono le palle di ghisa. O di cemento armato.

D: Nella poesia bum bum bum cerchi l’unità di misura dell’amore. Ne hai trovata una per la poesia?

R: Non credo. Le cose che scrivo sono in continuo mutamento. Se leggo le mie prime cose e le ultime mi rendo conto di questo mutamento. E ne sono contento. Ma forse non ho capito la domanda.

D: Sei in costante tour, tra presentazioni, poetry slam e Il grande fresco (“il varietà poetico-musicale più lungo del mondo”). Se non sei in giro sei sul palco, se non sei sul palco aggiorni il blog, se non aggiorni il blog sei in giro e così via. E poi ci sono le partecipazioni alle trasmissioni televisive (Zelig, Barbareschi Schiok): qual è il luogo ideale per la tua poesia?

R: Mi piace avere delle persone davanti che ascoltino le mie poesie lette ad alta voce da me. Dunque il luogo ideale è il luogo dove delle persone possano stare comodamente sedute ed io davanti a loro, leggere e raccontare.
La televisione fa paura ma è un’esperienza di rara potenza.
La mia speranza è che le mie poesie vivano di vita propria a prescindere dal fatto che io le declami. È come avere dei piccoli figli che poi devono essere autonomi. Non è detto che succeda sempre.

D: Tra i tuoi primi tre libri, Motosega, Sono un poeta, cara e I cani hanno sempre ragione, e l’ultimo, La donna che si baciava con i lupi, che differenze ci sono? Sei cresciuto migliorato deteriorato interiorizzato?

R: Come spiegavo nella domanda numero 2, le poesie mie sono cambiate a manetta. nei “Cani” erano brevi e tristissime. Io ai tempi ero tristissimo. Dunque c’è una coerenza. Poi si sono allungate. Poi si sono riaccorciate un po’. Poi si sono riallungate di brutto. Alcune sono diventate dei racconti. Solo che io dopo dieci anni non sono più in grado di non andare a capo. Anche adesso, mentre ti sto rispondendo per iscritto faccio una fatica boia a non andare a capo.
Negli anni ho cambiato molto e sono molto cambiato. Anche la tecnica di scrittura e i tempi. Una volta scrivevo di getto. Oggi impiego anche tre o quattro giorni a scrivere una poesia. La rivedo e ri-rivedo e la ri-ri-rivedo ancora. Una volta zac!
Oggi sono molto più di buon umore. Sto più attento al suono. Sto molto più attento perché so che la poesia che sto scrivendo la leggerò in pubblico. Deve suonare bene.
Non so se son migliorato, sinceramente.
Spero di sì sennò son cazzi.

D: Quali sono i tuoi modelli? In una poesia dichiari propositi di sodomia su Montale. Con chi altri fai all’amore?

R: Ero giovane e inesperto. Erano i tempi dei cani che hanno sempre ragione e mi piaceva l’idea di sodomizzare Montale. Oggi so che Montale, con tutto che non amo la sua poesia, se fosse ancora vivo, mi si inculerebbe lui con le mani dietro e su un piede solo.
Detto questo, avrei piacere di avere una relazione intima con Jacques Prevert. Proprio baciarci con la lingua. Ma è morto.
Amo Woody Allen, Benito Jacovitti e il poeta credo argentino Martin Santiago, morto nella grande mareggiata di Sicilia mentre pescava con le bombe a mano.

D: Che rapporto c’è con la prosa di Maurizio Milani (nel tuo ultimo libro c’è un personaggio specializzato in resurrezione di cani, lui invece i cani di solito li pesa)? Altro punti in comune sono gli accrescitivi onomastici – il tuo Cocciantone, per esempio, e le apparizioni di personaggi reali come figuranti (penso a Sempre, che comincia “eravamo io / Ludovico Einaudi e Francesco Guccini” o Carogna contro scimmia vince carogna (“eravamo io, Noam Chomski e Gilles Deleuze”).

R: Stimo il Milani. È uno della vecchia guardia. Quella del cabaret di Paolo Rossi, Cornacchione, Albanese e altri a scelta. Diverse persone, negli anni, mi hanno detto che ho qualcosa di milanesco. Soprattutto nel modo di esporre le cose. Non so, non sono mai stato un suo enorme fan. Però evidentemente, qualcosa c’è. Ma non voglio pensarci troppo che sennò mi viene l’ansia.

D: Dicci / dacci una tua poesia.

R: Posso dirti che la prossima che sto scrivendo me l’ha ispirata il tuo amico Gaetano l’altra sera a Pavia.
Spesso mi capita questa cosa: sento una frase che mi piace intanto che chiacchiero con qualcuno e me la segno di nascosto e poi, se il giorno dopo mi piace ancora, la uso per una poesia. Tante poesie sono nate così. Soprattutto a livello di titoli.
Questa poesia che sto scrivendo parla di morte e del fatto che ho un idea chiara di dove voglio essere seppellito quando tirerò le cuoia, fra una novantina d’anni.

sabato 11 settembre 2010

Il Salotto: intervista a Emanuele Podestà


Silvia Surano ha incontrato per voi l'autore de "La Sindrome di Bob Dylan"


Sono felicissima di intervistare Emanuele Podestà, giovane e spregiudicato scrittore che mi ha regalato una delle letture più interessanti di questo periodo.

D.: Benvenuto nel nostro Salotto Emanuele e grazie mille per aver accettato di tenerci compagnia!
 
R.: Grazie a te, Silvia. Un salotto che è anche l’habitat preferito da HabanerO: Internet, la rete. Il web è l’unico tra i medium, ormai, forse per la vastità, forse per la relativa gioventù che ne fruisce, a garantire un po’ di visibilità al mondo underground ed indie. Giornali, televisioni, radio, riviste, tutto in mano alla gerontocrazia. Non ci resta che internet e, per fortuna, il lavorare sul campo, sporcarsi le mani.

D.: Abbiamo da poco recensito, con grande entusiasmo, il tuo libro. Prima di entrare nel merito della trama, spiegaci le scelte estetiche: copertina, impaginazione, uso dei caratteri diversi… mi hanno colpita molto!


R.: Sono un iper-modernista. Se si ha un messaggio, ogni linguaggio, provocatoriamente, va bene: lettera, simbolo, ideogramma, immagine. Pochissimi l’hanno capito, ma “La Sindrome di Bob Dylan” è disseminato di anagrammi e di giochi di parole, oltre che di enigmi. In questo modo va scrutata la copertina (è semplicemente una foto, una foto che però riproduce tutto quello che si deve sapere di un libro). Credo che sia l’ora di smettere di nasconderci dietro costrutti grammaticali o, per chi fa poesia, versetti da poetucoli con rime baciate in terzine dantesche. L’ordine va infranto, lo scrittore deve essere delinquente e bombarolo, per fare ciò bisogna restituire vera importanza all’autore, alla sua scelta estetica, al suo gesto eroico. E per fare ciò ci vuole sincerità: sarebbe bello se in Italia ci fosse gente più sincera.

D.: Da dove è venuta l’idea di creare l’Iconoclasta? Volevi solo stupire o c’è qualche significato dietro questa scelta?

R: Più che stupire, volevo riportare la situazione sugli standard accettabili. L’Iconoclasta uccide uno scrittore alla moda all’anno. In realtà l’Iconoclasta uccide tutti gli scrittori alla moda, sia quelli bravi (il Wu Ming, ad esempio, collettivo che stimo), sia quelli che reputo superflui e pleonastici, financo dannosi (Alessandro Baricco). Questo perché la vera vittima dell’Iconoclasta non sono gli scrittori. È la sporca, disillusa , bagascevole editoria italiana. Per uccidere lei, l’Iconoclasta parte dalla sua fonte di sostentamento: gli scrittori. Purtroppo gli editori spesso si dimenticano degli scrittori. 

D.: Toglimi una curiosità: perché Moccia no? Insomma...credo che ci sia rimasto male!


R.: Speriamo! E con quest’augurio che mi/ci faccio credo anche di averti risposto! 


D.: Quanto c’è di te in questo libro? Qual è il confine tra realtà e finzione, tra te ed il protagonista?


R.: A volte ho dei problemi a capire questo confine anche nella vita di tutti i giorni, figurati quando scrivo. A questa domanda non so rispondere, so però che non è tutta realtà (ovviamente), non è tutta fiction (per fortuna). Di vero, senz’altro, c’è il mio nome in copertina, poi non so proprio.

D.: La musica. Raccontaci cos’è la musica per te e che ruolo ha nella storia e nella tua vita.


R.: Importante. "La Sindrome di Bob Dylan" reca una sorta di colonna sonora nelle prime pagine, una serie di canzoni da ascoltare durante la lettura. La musica è importante per un libro quanto lo è per un film, senza musica cade tutto. La necessità di ascoltare musica si è palesata durante la stesura ed è diventato un obbligo riportarla quando ho deciso che questo strano romanzo su viaggi nel tempo, amori, amici, "baricchi" morti, si sarebbe ispirato a La Jetée di Chris Marker, un mediometraggio del 62.
 
D.: Andreea Sperelli. Chi l’ha uccisa? Ci sveli il segreto?

R.: Mai. Posso dirti che “La Sindrome di Bob Dylan” è il primo romanzo ad avere un ultimo capitolo solo su richiesta e, per giunta, via mail. È un'altra provocazione nell’ambito del linguaggio, il metaromanzo. Mi diverto a ricevere le mail di chi mi chiede l’ultimo capitolo, spesso alla seconda cedo e mando il finale. 

D.: Parlaci di Habanero. Che cos’è questo progetto?


R.: HabanerO è un gruppo di lavoro gestito da giovani under25 e sito a Genova che si propone di scovare talenti nel mondo della narrativa contemporanea ed underground, trovando poi per questi contratti con case editrici che possano investire e credere in loro attraverso una distribuzione nazionale e ufficio stampa. Contestualmente al mio romanzo (maggio 2010) sono usciti per HabanerO altri due libri e tra settembre e dicembre 2010 altre otto pubblicazioni saranno in libreria. Con queste, nel 2010 HabanerO avrà fatto esordire o pubblicare 25 scrittori giovani. HabanerO è anche musica, socialità, eventi, vita.

D.: Da ultimo. Hai sterminato un po’ di gente! Se l’Iconoclasta avesse altro tempo a disposizione, chi ucciderebbe, chi salverebbe e chi non prenderebbe nemmeno in considerazione?

R.: Confido di trovare l'Iconoclasta, un giorno, finita la sua mattanza per varie faune e disturbata umanità, in qualche isolotto televisivo o tribuna opinionistica. A quel punto penso che l'Iconoclasta ricorrerà, sarà inevitabile, al harakiri.

Credo che questa intervista sia "strana" come "strano" è il tuo romanzo! Proprio per questo ti ringrazio ancora personalmente e a nome di tutta Critica Letteraria. 
Speriamo di ospitare a breve qualche altro tuo lavoro. A presto!


mercoledì 8 settembre 2010

Il Salotto: intervista ad Andrea De Alberti

Intervista ad Andrea De Alberti

a cura di Alfonso Maria Petrosino

D: Sei al tuo secondo libro di poesie: dopo Solo buone notizie (Interlinea, 2007) ora Basta che io non ci sia (Manni, 2010). Che differenza c’è tra i due libri? In che misura la tua scrittura è cambiata, se è cambiata, in questi anni?

R: Ciò che è cambiato nel passaggio da un libro all'altro è che da figlio sono diventato padre, con tutto il carico di responsabilità che porta essere genitore. La scrittura non è cambiata in questi anni, forse si è solamente sollevata a pelo d'acqua, diventando meno melmosa e complicata. Si è soffermata un po' di più sulla superficie delle cose, sulla realtà che ci circonda, sulla provincia dove sono nato in continua evoluzione, senza continuamente andare alla ricerca dell'invisibile nella tana.

D: Le poesie di Solo buone notizie avevano spesso un dedicatario esplicito; Basta che io non ci sia è dedicato a tuo figlio Giacomo: qual è il tuo lettore ideale? A chi pensi quando scrivi?

R: Quando si è figli senza più un padre e con una situazione economica difficile che ti sovrasta gli amici sono l'ancora di salvezza, ognuno diventa il lettore ideale, anche un cane. Nel secondo libro l'unico dedicatario è Giacomo perché diventando padre hai bisogno di rimpicciolire il mondo per proteggere la tua creatura. Giacomo come Mennea inizia la sua corsa recuperando quello che i suoi genitori hanno perso durante la loro esistenza; è una specie di corsa invertita, Giacomo avanza recuperando (come mi ha suggerito Luca Stefanelli). Non penso a nessuno quando scrivo, quando scrivo non penso al tempo, perché so che in quel preciso momento io lo sto uccidendo, io sto vincendo sul tempo.

D: Nella splendida prefazione che introduce i tuoi testi nell’Ottavo quaderno italiano di poesia contemporanea (Marcos y Marcos, 2004) Flavio Santi parla di come “va[i] a riempire un vuoto”, riuscendo a descrivere il mondo della provincia in italiano e non, scelta dominante nel secondo Novecento, in dialetto. E so che ami molto Raffaello Baldini. Qual è il tuo dialetto e come contribuisce alla fattura dei tuoi versi?

R: Ho scoperto che anche Baldini era figlio di osti, è nato e vissuto in un bar, le sue storie sono nate lì, il suo dialetto frammentato come la voce dei suoi personaggi si è forse formato in un'osteria. Anch'io vengo da una tradizione simile ma il mio dialetto è stato filtrato un po' di più dall'italiano della televisione. Il mio dialetto è come il caffè che dà, o che almeno dovrebbe dare, la spinta al mio italiano.



D: I tuoi prefatori sono Angelo Stella e Cesare Segre, due accademici di grandissimo valore e fama: qual è il tuo rapporto con la critica? Quale, per quanto ti riguarda, pensi che dovrebbe essere il suo compito?

R: Il mio rapporto con la critica è molto semplice e cristallino: dopo aver scritto le poesie le faccio a leggere al critico; se al critico piacciono esce la prefazione o la recensione altrimenti tutto rimane poesia senza prefazione o recensione. Se parlo del critico di poesia penso che, citando Pasolini, sia colui che sa ma non ha le prove. Il compito del critico forse è quello di procedere verso la verità di chi scrive rispettando la propria verità.

D: Basta che io non ci sia pullula di riferimenti se vogliamo “pop” e icone dell’immaginario collettivo: si va dalla pubblicità dell’olio Cuore a giochi come Monopoli, Risiko e Indovina chi? o Shining di Kubrick: in che modo questi riferimenti agiscono con le immagini della tua memoria privata e personale?

R: Fungono da attack, per restare in citazione pop, aggiustano la mia memoria individuale legandola a una memoria collettiva.


D: Non sei un accademico, né un critico, né lavori in una casa editrice: insomma, non sei un addetto ai lavori del mondo della poesia, ma, per così dire, un poeta e basta. Pensi che sia un vantaggio o uno svantaggio?

R: Uno svantaggio, mi piacerebbe molto essere un poeta para-cool... scherzo, ma non troppo...



D: Parlare di bellezza a proposito dei versi è cosa antiquata ma allo stesso tempo, trovo, paradossalmente, senza tempo. Quand’è che pensi che un verso o una poesia siano belli? Mi riferisco sia ai tuoi che a quelli altrui.

R: Una poesia è bella quando diventa memorabile per chi la legge e fondamentale per la sua vita, se aiuta il lettore anche per pochi istanti dandogli un senso di pienezza e di tempo ben vissuto, se ha funzione fisiologica e taumaturgica, se diventa balsamo ogni volta che ti vuoi medicare le ferite.


R: Ci leggi una tua poesia?

Una inedita:

Gorilla

Noi depressi come gorilla,
con gli occhi tristi e bagnati
di chi prende importanti decisioni,
con la depressione pronta a colpire
nel terzo ventricolo subcraniale:
quello dell'ipotalamo,
del nucleo accumbens,
della ghiandola pineale,
noi depressi come i gorilla dalla schiena argentata,
dal troppo piombo e mercurio
che ci tocca sopportare,
nei cui geni c'è la traccia fossile
di bellissimi comportamenti primordiali,
noi come i gorilla ai quali,
se si riduce lo spirito competitivo,
aumentano le chances di vincere lo stress,
di sopravvivere più uniti ai morsi della fame,
noi come i gorilla
riusciremo mai ad essere più umani?

lunedì 6 settembre 2010

All'ombra delle magnolie - resoconto del pomeriggio poetico pavese

5 settembre 2010, h. 17.00 - Università Degli Studi di Pavia, Cortile delle Magnolie
Pomeriggio poetico, a cura del Comitato pavese della Società Dante Alighieri

Da sinistra: M. Bocchiola, A. Mattio, M. Gramegna, F. Lavezzi, N. Pozzi, S. Cambiè, A.M. Petrosino, M. Poletti.
Tra le magnolie del cortile omonimo, ai piedi della statua di Ugo Foscolo, ieri pomeriggio si sono riuniti sei poeti, una presentatrice d'eccezione, un bravissimo chitarrista, un drappello di bracci destri e un buon numero di spettatori. L'occasione? Un raffinato sebbene informale pre-festival dei Saperi: infatti, se i poeti si sono amichevolmente prestati a una lettura libera e talvolta ammiccante, i loro versi hanno aggiunto alla brezza settembrina un sapore diverso.
Il pubblico alla fine della lettura
Oserei dire che ieri s'è davvero respirata aria di Poesia, e non penso di esagerare. A confermarlo, la presenza di un vasto pubblico, nonostante una serie di disagi tecnici imputati agli organizzatori degli eventi pavesi, e non all' "equipe poetica". Una curiosità: i poeti hanno dovuto letteralmente portare di peso tutte le sedie nel cortile, dal momento che l'evento era passato nel dimenticatoio degli organizzatori.

Massimo Bocchiola
Risolti questi piccoli inconvenienti, il pomeriggio s'è aperto con una breve ma efficace presentazione di Franca Lavezzi, che ha sottolineato la vivacità poetica dell'ateneo e dell'ambiente pavese in generale, nonché la diversa formazione di alcuni poeti (anche se è più alto il numero dei letterati) e la loro differente età. Franca ha poi introdotto gli autori con una scheda bio-bibliografica che riassumeva le pubblicazioni, la poetica e lo stile di ognuno.
La parola è quindi passata immediatamente ai poeti che, in ordine alfabetico, hanno avuto la libertà di spiegare diffusamente la loro opera, commentandola o anticipando particolari e contesti fondamentali per capire appieno la lettura.

Franca Lavezzi e Silvia Cambiè
Ha rotto il ghiaccio Massimo Bocchiola, classe '54, poeta e traduttore noto non solo in territorio pavese. La sua scelta è caduta sulla lettura di alcuni brani di prosa, dal momento che nell'ultimo periodo l'autore si è sentito più portato alla narrazione o alla riflessione. E nei suoi lacerti, incentrati sul tema della guerra, si legge ugualmente un'accesa vena lirica, celata nei non-detti e nelle continue allusioni.

Maurizio Gramegna
Ha fatto poi una divertente lettura la giovanissima Silvia Cambiè, studentessa venticinquenne di farmacia, che due volte ha partecipato al concorso "I poeti laureandi", indetto annualmente dal Collegio S. Caterina di Pavia, aggiudicandosi un meritatissimo secondo posto. La sua poesia, giocata su una frequenza altissima di rime, assonanze e varie riprese foniche, non è solo divertissement, come si potrebbe credere. Oltre la piacevolezza istintiva, che ha suscitato applausi e sorrisi spontanei, la poesia di Silvia contiene un retroscena profondo, tutto da ricercare.

Nicolò Pozzi
La parola è quindi passata a Maurizio Gramegna (1964), poeta e narratore (ricordiamo il suo romanzo Caduti in volo, da noi recensito e presentato, - rec. 1 - rec. 2 -, poi intervistato). Nella sua poesia il territorio dell'Oltrepò, dove Maurizio è cresciuto e attualmente vive, è fondamentale. Così la descrizione paesaggistica vive come rievocazione del passato e osservazione del presente. Maurizio ci ha letto poi alcune poesie che appartengono a una sfera maggiormente intimistica, con quesiti esistenziali che sfiorano l'ineffabile.

Il primo trio poetico è stato salutato dalla chitarra straordinaria di Nicolò Pozzi, che anche in seguito ha intervallato le letture con la sua musica.
Amos Mattio
Siamo quindi passati alle poesie di Amos Mattio (1974), molto apprezzato per la sua tagliente sensibilità (e gli ascoltatori di ieri sanno come questo ossimoro si sposa con le poesie), per cui pochi anni fa è stato incluso nell'antologia poetica mondadoriana curata da Cucchi. La sua poesia vive di eventi quotidiani: può nascere da un volantino che pubblicizza con grande leggerezza una promozione sulla carne, o dai pensieri che si affastellano durante il viaggio quotidiano al lavoro, o ancora dalla visione di un galleggiante nel Ticino. Innumerevoli e variegate le fonti d'ispirazione, ma sempre grande e raffinata la sua poesia, a tratti prosastica, che s'anima d'immaginazione e di punti di vista inusuali.

Franca Lavezzi e Alfonso M. Petrosino

Quinto poeta del pomeriggio, Alfonso M. Petrosino, conosciuto e amato dagli amici universitari (sta concludendo a Pavia il Dottorato in Filologia Moderna), nonché nostro collaboratore e uno dei rari casi di poeta che rifugge i complimenti (poetici, s'intende, per il resto transeat). Dunque, invito Alfonso a non leggere le righe che seguono, se s'imbarazza. Grande sperimentatore, non si lascia imprigionare dalle forme metriche tradizionali, che invece adotta agilmente, giocando con grande intelligenza le carte della contemporaneità. Così sonetti, sestine, ballate e altre forme metriche sono solo apparentemente chiuse, e si piegano anzi a nuove potenzialità. Forma e contenuto spesso si schiacciano l'occhio, garantendo versi arguti che non hanno paura di toccare argomenti diversissimi. Infatti, sperimentazione contenutistica e formale vanno di pari passo, e non mancano prestiti e calchi linguistici, rime fonetiche ma non grafiche,...
Matteo Poletti

Ultimo poeta (solo per responsabilità dell'ordine alfabetico), Matteo Poletti ha portato la sua poesia delicatissima, che vive di dialettica continua tra un ambiente interno e interiore, e uno esterno. Una grande sensibilità accende i suoi versi, che scaturiscono da particolari osservati direttamente, poi strappati alla quotidianità e poi riproposti in versi, secondo una lettura molto personale.

Alla prima tornata di letture, è seguito un rapido passaggio di testimone: una o due poesie a testa, per un congedo poetico che ci auguriamo preceda una prossima lettura, forse anche a più voci.

G.M. Ghioni