in

«Tu pensi che possa essersi fatto del male?» «Non so. Che ne sai di cosa passa in testa alla gente»: brillare, assenti al mondo, assenti a sé stessi, nel romanzo di Silvia Dai Pra'

- -

Brillare
di Silvia Dai Pra'
Mondadori, giugno 2026

pp. 324
€ 20 (cartaceo)
€ 10,99 (ebook)


«Perché, quando sono a Greto, mi sembra di non riuscire a parlare con la gente? Come se parlassimo due lingue diverse. Io dico A e loro capiscono B». (p. 115)

Una famiglia interrotta: è quello che ho pensato leggendo le prime pagine di Brillare, nuovo romanzo di Silvia Dai Pra'. All'inizio della storia ci alziamo insieme alla protagonista Bianca, che si sveglia accanto a Orlando, con cui ha passato una notte di sesso: entrambi hanno i postumi della sera precedente, e così anche la casa è sporca e disordinata, tra bottiglie vuote, posaceneri strapieni, piatti di carta usati. Non c'è però traccia del padre, Argo, che la sera prima ha litigato con Bianca e l'altra figlia, Viola, per il caos della festa e per gli invitati a lui sgraditi, e poi è semplicemente scomparso. Tutti hanno pensato che fosse andato a farsi passare l'arrabbiatura, ma in realtà non è reperibile da nessuna parte e non è rientrato a dormire. 

Inevitabile – perché compatibile con l'ansia che l'attanaglia – la preoccupazione immediata di Viola, la figlia che, ancora adolescente, ha assistito alla morte improvvisa della madre, per strada, e non ha potuto far niente per aiutarla. Da allora, la famiglia, come dicevo, è incapace di parlarsi veramente e ognuno ha reagito a suo modo: Argo si è lasciato andare, aspettandosi che le figlie lo accudissero come ha sempre fatto la moglie; Viola si è chiusa in casa, in preda ad attacchi di panico e a una tale angoscia da non riuscire a costruirsi né relazioni stabili né una carriera; Bianca, al contrario, ha scelto di andarsene il prima possibile, con la scusa di fermarsi a Firenze per il dottorato di ricerca persino nelle feste comandate e rientrare il meno possibile. Adesso che il percorso di studi è quasi alla fine e le prospettive future sono decisamente precarie, l'idea di tornare nel paese natale, Greto, e in quella casa in particolare le toglie il fiato. E non fa niente per nasconderlo, a costo di rendersi intrattabile agli occhi dei parenti, degli amici e dei compaesani.

Bianca, diciamocelo, non è un'eroina né vorrebbe mai esserlo (e qui sta la grande originalità della narrazione): vive in uno stato di perenne insoddisfazione, può passare una notte con Orlando, il ragazzo di Greto di cui era innamorata anni prima, o del tempo a Firenze con Christian, accademico sposato che potrebbe forse darle una mano, ma non è mai davvero felice. Né si capisce cosa voglia. Porta avanti la sua tesi su Amelia Rosselli, la poesia le piace ma non manifesta uno slancio reale perché vede troppo marcio nell'accademia per sperare di andare avanti col suo percorso. Eppure non ha prospettive né sogni. Bianca beve troppo, fuma troppo, ma quel "troppo" è un confine che si dilata a seconda delle situazioni;  annebbiare il presente che non le dà niente è anche un modo per mettere a tacere il passato, con la morte della madre. 

Neanche con sua sorella Viola c'è reale comunicazione: i litigi sono all'ordine del giorno ed è come se ognuna accusasse l'altra di non saper vivere. Per tutto il paese Viola è quella che è rimasta e, nonostante i suoi disturbi, sta dando una mano a casa; Bianca invece è l'ingrata che se ne è andata a Firenze, la snob che rifiuta Greto e i suoi abitanti, e che di tanto in tanto torna ma senza prendersi responsabilità. 

Ma è davvero così? La situazione è molto più complessa, il precariato si fa precarietà, i problemi di famiglia vengono amplificati da un contesto inospitale, agonizzante e ben poco stimolante. Nel corso del romanzo, Silvia Dai Pra' non cerca soluzioni facili per i suoi personaggi, né vuole renderceli amici: Argo continua a non farsi trovare, ma anche con la sua assenza è ben presente nella storia; Viola e Bianca lo cercano, e intanto conducono una quotidianità rotta dai sensi di colpa, dalla rabbia, dalla sensazione che non ci siano soluzioni alla loro portata. 

Greto, d'altra parte, non è un paese vitale: dopo aver subito in anni lontani le persecuzioni fasciste ed essere stato teatro di una strage terribile, è rimasto ancorato a vecchi valori, per tanti versi anacronistici, e non riesce a tenersi al passo coi tempi. Benché abbia delle potenzialità, essendo sulle Alpi Apuane e offrendo mare e monti a breve distanza, non ha un turismo florido e le attività tendono ad avere breve durata. Insomma, Greto è un paese che si sta spegnendo, dove c'è chi resiste a suo modo (come Argo, Viola, Orlando e tanti altri personaggi che danno vita a una narrazione corale) e chi invece non vede l'ora di andarsene (come Bianca). 

Prestando attenzione alla storia particolare dei suoi personaggi ma anche a un contesto storico e geografico che ricalca quello di tanti altri paesini simili a Greto (che è un nome d'invenzione, ma, appunto, ha caratteristiche che ben possiamo trovare in tante realtà italiane), Silvia Dai Pra' scrive un romanzo doloroso in cui non mancano però delle scintille di svolta, che brillano, appunto, e permettono di sperare che qualcosa faccia breccia nell'incapacità di Bianca di guardare alla bellezza che ha attorno, di carpire e accettare che ci si può voler bene giorno per giorno, resistendo insieme al dolore. 

Romanzo denso, pieno di dialoghi mimetici, Brillare non è rassicurante né consolatorio. Come ne I giudizi sospesi (Mondadori, 2022), è un'occasione per aprirsi un varco in una famiglia e raccontare l'incomunicabilità, la chiusura di ognuno nel proprio microcosmo. I personaggi di Brillare sono tante monadi che, anche se vorrebbero sfiorarsi, cozzano l'una contro l'altra, senza mai piena consapevolezza, mosse dal proprio dolore e da un groviglio di desideri irrisolti. 

GMGhioni