di Patric Gagne
Mercurio Books, luglio 2026
€ 12,99 (ebook)
Sono una criminale ma non ho precedenti. Sono una maestra del travestimento. Non sono mai stata scoperta. Mi pento raramente. Sono amichevole. Sono responsabile. Sono invisibile. Mi confondo perfettamente tra gli altri. Sono una sociopatica del ventunesimo secolo. (pp. 17-18)
Il sociopatico è forse uno dei personaggi più comuni nelle serie televisive degli ultimi anni. Veste i panni del cattivo, ovviamente, perché tutte le sue caratteristiche – mancanza di sentimento, nessun senso di colpa e rispetto per le regole – sembrano potergli permettere solo quel ruolo. Patric Gagne, autrice e protagonista di Sociopatica. Un memoir (2026), parte proprio da questo stereotipo per raccontare la sua storia e cerca di far vedere il punto di vista di qualcuno che non è veramente felice di essere sociopatico, ma non ha altra scelta.
Il libro si divide in tre parti, ognuna corrispondente al raggiungimento di una nuova consapevolezza riguardo alla propria condizione. Se l'infanzia è caratterizzata da una sorta di invincibilità per questo suo "superpotere" – la sorella le crea addirittura un alias: Capitan Apatia –, la giovinezza e l'età adulta servono proprio per ricostruire il suo rapporto con i sentimenti più complessi, vengono sepolti dall'apatia. Ma come si fa a vivere veramente quando non si prova nulla? Ed è veramente possibile non provare nulla? «Perlopiù, – scrive Gagne – non provavo nulla. E quel "nulla" non mi piaceva. Così facevo in modo di sostituire quel nulla con... qualcosa» (p. 24).
Da questo cortocircuito emotivo, per cui si sente tutto e tutto insieme, nasce la necessità di compiere gesti estremi: rubare oggetti, poi macchine, ma il modo più efficace per sfuggire l'apatia sembra entrare nelle case abbandonate o in quelle dei vicini, mentre i proprietari non ci sono. La permanenza in un posto vuoto, «uno spazio che si accordava con i miei sentimenti» (p. 53), la fa sentire in pace, in equilibrio. La solitudine diventa sue alleate durante l'infanzia, ma anche l'unica condizione possibile per una bambina che non riesce ad entrare veramente in contatto con gli altri. Con il tempo, inizierà a mimetizzarsi tra gli altri, osservandoli o meglio spiandoli, per carpire movimenti ed espressioni e farle sue:
Appena conoscevo qualcuno, assumevo la sua postura, imitavo i suoi gesti, copiavo la sua cadenza. Scoprivo cosa gli piaceva e cosa no, e poi lo facevo passare per mio. L'effetto era quello di uno specchio gigante. Uomini, donne, giovani, vecchi: non importava. La gente restava sempre conquistata – non da me, ma da com'erano loro riflessi in me. Mi bastava imitare un comportamento. Un comportamento che stavo osservando – ed esercitando – nelle varie occasioni sociali. (p. 132)
La parte centrale del memoir esplora la giovinezza di Gagne ed è la parte del libro che mi ha affascinata di più. Uno spiraglio di sentimento si apre in questa esistenza governata dall'assenza: entra nella sua vita David, di cui, a dispetto di ogni previsione, la giovane donna si innamora. Ma non è questo, a mio avviso, il vero punto di forza della storia. È soprattutto la capacità di Gagne di non darsi per vinta quando non trova la voce "sociopatia" sul dizionario o nel manuale diagnostico dei disturbi mentali – il DSM-5, dove si inserisce nella psicopatia e viene catalogato come "disturbo antisociale di personalità": «L’avevo letta nei libri. L’avevo vista al telegiornale. L’avevo sentita a scuola. L’avevo scritta nel mio diario. Sapevo che la definizione di “sociopatico” era da qualche parte là fuori. Dovevo solo trovarla» (p. 14). Inizia quindi un percorso di letture e ricerca scientifica, ma soprattutto di introspezione e consapevolezza.
La scrittura del memoir di Gagne è fluida, scorrevole, soprattutto considerando che ci mette davanti a una situazione mentale complessa, spesso ossessiva e a volte ridondante, ma che comunica un messaggio di forte speranza: si può sempre riscrivere la propria storia, anche se tutti sembrano dirti l'opposto.
Claudia Fogliani

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