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Il lato oscuro dell'io, l'inquietudine, la paranoia: il nuovo romanzo dell'autrice cinese Can Xue

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La vecchia nuvola fluttuante
di Can Xue
Utopia, giugno 2026

Traduzione di Maria Rita Masci

pp. 120
€ 18 (cartaceo)
€ 9,99 (e-book)

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Quando Geng Shanwu aprì la porta, la prima cosa che attirò il suo sguardo fu la testa della vicina alla finestra. Anche lei guardava i fiori per terra, i suoi occhi brillavano rapaci, il collo proteso come volesse saltare dalla finestra. «I fiori sono morti», disse lui in un tono sorprendentemente vacuo.

«La folle stagione è passata...», le labbra della donna si mossero eppure era impossibile capire che stesse parlando.

«Siamo vissuti come sonnambuli, giorno e notte... Ma adesso è passata. Il profumo dei fiori ci ha reso folli, hai sognato...».

Geng Shanwu voleva continuare ma la donna era già sparita. Sotto l'enorme coperchio di vetro tutte le cose apparivano ovali e gialle, la luce esterna era accecante, non c'era ombra per ripararsi. I sogni tra i fiori svanirono. (pp. 15-16)

Can Xue, una delle autrici più influenti e brillanti del panorama letterario cinese contemporaneo, ci ha abituati a narrazioni la cui comprensione non è mai immediata. Anzi, a volte, lo svelamento del significato non arriva mai, e forse è questa una delle caratteristiche più peculiari delle sue opere. 

Non fa eccezione questo nuovo romanzo breve, La vecchia nuvola fluttuante. L'ultimo testo che avevo letto dell'autrice La città del fumo — presentava la stessa inafferrabilità, la stessa assenza di vere e proprie trame, la stessa incoerenza, e atmosfere in bilico tra realtà e sogno. 
In questo caso, un piccolo intreccio c'è: ci troviamo in un luogo indefinito, probabilmente un villaggio rurale cinese; due coppie sposate 
—Geng Shanwu e Mu Lan, Kang e Xu Ruhua —vivono una di fronte all'altra, e parallelamente di fronte alle due case vive un gelso, le cui fioriture sembrano altamente tossiche, allucinatorie. Quando spuntano i fiori, e i frutti rossi, la gente perde la testa. 
Dunque già questo primo setting ci indirizza verso una narrazione inaffidabile, onirica, perché tutto ciò che accade alle due coppie, e ai personaggi corollari, non è detto che sia reale.

I sogni e i pensieri dei protagonisti sono avvelenati dall'albero (o almeno, così ci dice l'autrice attraverso la voce dei personaggi), ma loro stessi ci mettono farina del proprio sacco: tutti spiano tutti, e vengono a loro volta spiati. Aleggia un'atmosfera tremendamente paranoica, psicotica quasi, che il lettore sente addosso. Xu Ruhua spia Geng Shanwu, Mu Lan spia Xu Ruhua, Gen Shanwu spia sua figlia, la madre di Xu Ruhua spia Xu Ruhua. Insomma, occhi dappertutto, furtivi, inquietanti, indagatori, con motivazioni in apparenza senza logica.

La logica, in effetti, manca del tutto: compaiono, senza motivo, bambini con visi neri, insetti, uccelli inchiodati ai muri; il caldo è soffocante; i sogni si sparpagliano, tutti fanno i sogni degli altri e viceversa; i dialoghi sono sconclusionati, non hanno alcun senso, proprio come avviene nei sogni. 
Ci sarebbe da pensare che il romanzo non è altro che un lungo sogno trascritto, con le sue contraddizioni, assurdità, devianze. 

Quell'uomo è un infido mostro, pensò tranquilla.

Si era dimenticata di aver detto che le somigliava. L'aria sotto la zanzariera era soffocante, sopra ci ronzavano due grosse mosche che poi si erano messe a copulare. Il sole bruciava e l'aria era torbida, lo era da quando lei ne aveva memoria, il gelso e la camera erano immersi in quella torbidezza, le zanzare intonavano la loro soffocante canzone nella stanza ermeticamente chiusa. I giorni scintillanti erano esistiti solo nel passato. Arrivarono con l'amaro degli oleandri, quando le foglie sembravano andare a fuoco e per terra c'erano dei piccoli cerchi, come se qualcuno avesse sparso monete dappertutto. Al tempo non si sentivano i lamenti malati dei grilli, solo il canto dolce e sognante di due tortore che risuonava dalla mattina alla sera. (p. 49)

I personaggi si confondono: sono davvero persone separate o espressioni fisiche di un'unica entità? Sono due coppie o la manifestazione della stessa coscienza in movimento? Dei quattro personaggi principali quella più instabile è senz'altro Xu Ruhua, una donna forse pazza (o forse lo sono tutti gli altri e lei è l'unica sana?) nel cui corpo crescono delle canne vacanti. Questa, credo, sia una metafora: il corpo in realtà è un paesaggio, le canne — per natura vuote — evocano il nulla, l'assenza; l'angoscia della donna non si manifesta con gesti o comportamenti "esterni" (di fatto, rimane sigillata in casa per tutto il tempo) ma "interiori", come se la crescita surreale di questa vegetazione fosse la risposta alla crudeltà della realtà.

Questa metamorfosi un po' angosciante non viene combattuta, ma accolta. Forse l'autrice vuole dirci che la psicologia umana, con tutte le sue logiche contorte, non è qualcosa da sistemare, ma semplicemente da accogliere così com'è. All'autrice non interessa raccontare perché, ma cosa significa quella trasformazione, da che livello interiore ci parla. 

Man mano che il romanzo va avanti diventa sempre più frammentato, incomprensibile. Le immagini sono descritte a blocchi, come fotogrammi immobili, una serie di fotografie ferme che non hanno consequenzialità con le successive. Ciascuna di esse potrebbe sviluppare una sottotrama, ma Xue preferisce lasciarle alla deriva, perché il fulcro di tutto non è capire, non è decifrare, ma lasciar fluire la coscienza, proprio come se si trattasse di un sogno. 

«...».

«Anche tua madre è pazza, hai ereditato la pazzia da lei. Un tempo volevo piantare una vigna, i grilli mi hanno quasi ucciso. Se ripenso al passato mi vengono i sudori freddi, e sono sonnambulo, mia madre non fa che ripetermi che soffro di manie di persecuzione».

«...».

«Mastica bene le fave».

«Non venire di persona, la prossima volta. I vicini hanno appeso uno specchio al grande albero, lo hai visto arrivando? Lo usano per controllare i tuoi movimenti. Non capisco che intenzioni abbiano, ma è inquietante, no? Forse pianificano un assassinio». (p. 66)

Il finale si riallaccia al principio, rendendo protagonista il gelso. La domanda nasce spontanea allora: la colpa è dell'albero? Questa follia collettiva che infetta tutti. Eppure l'autrice semina il dubbio che la pazzia non venga "da fuori" ma da dentro i personaggi e che il loro pensiero, i loro sogni condivisi, proiettino all'esterno quella stessa pazzia. 

Can Xue non è un'autrice di facile lettura. Può scoraggiare anche i lettori più allenati. Ma piacerà moltissimo a chi ama le narrazioni non lineari, oniriche, paranoiche, a quelle persone che preferiscono racconti paradossali sui lati oscuro dell'io

Deborah D'Addetta