La vita sessuale di Guglielmo Sputacchiera
di Alberto Ravasio
Quodlibet, 2022
pp. 176
€ 14,00 (cartaceo)
€ 8,49 (ebook)
Quando ho letto, e riletto, La vita sessuale di Guglielmo Sputacchiera, scritto da Alberto Ravasio e uscito nella collana Compagnia Extra di Quodlibet, mi sono chiesto se non avessi già conosciuto il suo protagonista.
Abitante di un «paesello stercoso», mai laureato eppure gran conoscitore delle facoltà universitarie (quasi una versione aggiornata del nostro avo Zeno Cosini), mantenuto, alienato e porno-dipendente, il protagonista del libro, Guglielmo Sputacchiera, è un super fallito. Non ha mai raggiunto un qualsiasi obiettivo, sia che riguardi la sua individualità, sia che si parli del rapporto con l’altro, sia che ci si provi a consolare con i traguardi lavorativi. Staticità e arrendevolezza sono i due volti della moneta sputacchierica.
L’ambientazione è quella della provincia e dei suoi limiti invadenti (razzismo, analfabetismo emotivo, chiusura mentale, sterilità culturale, in generale: ignoranza). In questo luogo così familiare, Ravasio parla di noi con noi e per noi. Le immagini dei sordidi bar invasi da vecchi alcolizzati e di oratori e chiese brutaliste sono volutamente abbozzate e non identificate dall’uso di nomi propri perché tutti noi sappiamo riempire gli spazi vuoti con i ricordi dei nostri personali paeselli stercosi. Ora, stizziti, vi chiederete: ma tutti noi chi? Beh, tutti noi che siamo figli dei figli del “Boom”, tutti noi che cerchiamo di sgomitare per trovare un posto nel mondo, ma che non sgomitiamo tra simili, bensì allontanando chi ci ha concepiti, chi il mondo ce l’ha offerto, ma senza lasciarcelo prendere:
Per la prima volta nella storia la generazione dei padri mangia completamente il futuro a quella dei figli, la fotte in ogni senso, voi avete tutto e noi non abbiamo niente, siamo una generazione pigiamata e depressa, voi siete i soli a disporre di potere sindacale, elettorale e d'acquisto, ma noi siamo i vostri discendenti quindi erediteremo l'unica ricchezza reale rimasta, ovvero il risparmio privato, e nell'attesa staremo fermi e buoni, a cuccia. (p. 158)
In un tempo in cui non c’è spazio per i figli perché tutto è dei padri, la narrazione soltanto darà un’occasione al protagonista:
Un mattino d'agosto Guglielmo Sputacchiera si svegliò col muso sprofondato in un bel paio di seni: i suoi. In otto ore di sonno si era trasformato in donna, creatura a lui sconosciutissima, che in trent'anni di vita non era quasi mai riuscito ad avvicinare, non dico per le acrobazie pubiche, ma anche solo per le informazioni stradali. (p. 9)
Seni rotondi e cosce formose aiutano Guglielmo a rinsavire attraverso il trauma, che prima negherà, poi proverà a comprendere e da cui solo alla fine troverà sollievo grazie all’accettazione del suo fato. Questo trauma è necessario come un rito di passaggio perché in esso sta la forza di un primo moto nell’infinita inerzia di Sputacchiera. Grazie al suo nuovo corpo, dopo anni di rapporti malati, trova un confronto sincero con la madre, una lotta (anche sessuale) col padre, ascolta l’aperta ammirazione del suo migliore amico (il sgn. Guido Coprofago) e sente il coraggio di destarsi per correre verso la grande città. Ce la farà Sputacchiera ad ambientarsi a Milano? Chissà, ognuno può tentare un suo pronostico, ma l’informazione essenziale ci è già stata data: la staticità, tramite l’assurdo, è stata interrotta.
La provincia, le sue condanne e la precarietà delle nuove generazioni sono temi letterari logorati dagli ultimi anni della letteratura italiana, soprattutto esordiente, e il rischio è sempre quello di finire per raccontare la propria storia personale, che sicuramente è unica in quanto individuale, ma povera di qualità letterarie.
Questo rischio non è nemmeno una possibilità all’orizzonte mentre si legge Guglielmo Sputacchiera. Il romanzo, infatti, si distingue per una potenza di linguaggio praticamente unica nell’ambiente letterario italiano, in particolare così giovane. Ogni periodo è arricchito da giochi di parole, neologismi e continua ricercatezza di vocabolario che rende anche la battuta più sentita una novità: «Lei è un ciarlatano. Non ha capito nulla e vuole spiegare tutto. Ascolti il nostro consiglio malevolo: si dia all’ippica, possibilmente come equino» (p. 26).
La costruzione della frase cerca sempre di non ripetersi e permette una grande scorrevolezza del testo; volendo, in un pomeriggio ci si può tranquillamente ingollare l’intero romanzo senza troppa fatica, ma anzi divertendosi.
Il risultato di questo sforzo di forma, come avrete intuito, sono comicità e satira. Più volte mi sono sorpreso a ridere rumorosamente leggendo il testo e non c’è nulla di meglio per rendere un tema così pesante e noto di nuovo vivo. Ci tengo ad aggiungere che questo tono non minimizza in alcun modo la profondità del romanzo (tra i ringraziamenti è lo stesso autore a sorprendersi di questo grazie agli insegnamenti di Ermanno Cavazzoni), infatti risaltano ancor di più alcune parti tragiche come la lettera al padre o il dialogo con la madre.
Nella scrittura di Ravasio turbinano gli echi di Busi, la ricercatezza e il nome parlante dei personaggi di Landolfi (ogni tanto mi diverto a pensare che Sputacchiera sia parente lontano di Giovancarlo Scarrabozzi), l’unione di alto e basso tipica di Gadda, ma anche il risentimento ironico, a tratti anche molto serio, dello Svevo della Coscienza e dei racconti.
Siamo davvero tanto meglio del protagonista? Mah, magari la laurea ce l’abbiamo o forse no (in fondo che cambia?), forse un ragazzo o una ragazza l’abbiamo baciata o quanto meno le/gli abbiamo chiesto le informazioni stradali, probabilmente a noi si possono recriminare meno sbagli che a lui. Eppure Ravasio ci sussurra che nonostante queste attenuanti siamo comunque tutti figli della stessa epoca, tutti degli Sputacchiera in cerca di noi stessi, ma se il suo personaggio è riuscito a trovare una speranza, o almeno un piccolo moto di cambiamento interiore, perché non possiamo farlo anche noi?
Paolo Sciortino
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