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«Sono sempre sotto esame, ma l’esaminatore sono io». È impossibile sentirsi abbastanza in “Veneri deformi”, memoir di Yasmina Pani

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Veneri deformi
di Yasmina Pani
Neo edizioni, 13 maggio 2026

pp. 128
€ 12,35

Continuo a chiedermi a chi devo rendere conto. È come se la mia vita di adulto non mi appartenesse: il padrone è qualcun altro, che mi controlla e mi bastona. Un padrone sfruttatore a cui non basta mai il profitto. Ma qual è poi il profitto? Sembra comunque che io non possa godere di niente, perché il momento del premio non arriva mai. Per essere contenta di me devo essere costantemente scontenta di me. Eccolo, il mio premio. Sono sempre sotto esame, e devo cercare di prendere un bel voto. Ma l’esaminatore sono io. (p. 41)

Yasmina Pani in Veneri deformi racconta la sua esperienza coi disturbi alimentari, esplorando il tema del corpo come luogo di giudizio costante, spietato, crudele. La voce dell’autrice si scopre insieme giudice e imputata, prigioniera di un sistema di valutazione che non conosce tregua. L’ironia tagliente che, chi segue i suoi video su YouTube riconoscerà immediatamente, accompagna tutte le pagine in questo percorso.

Quello che colpisce in Veneri deformi è il modo in cui il racconto, nonostante sia solcato da un’autoironia spesso cruda, lascia emergere con chiarezza il dolore e la fatica di una mente che non riesce a sottrarsi a un giudizio costante su di sé. Sotto la leggerezza apparente della scrittura si avverte infatti una forma di disperazione lucida, proprio quella di chi riconosce razionalmente l’ingiustizia del proprio sguardo interiore, senza riuscire però a modificarlo.
Ma soprattutto sono davvero convinta che sia inutile: che io sia rotta, dentro, davvero da quando sono nata, che non potrò mai trovare pace e che il mio ultimo cazzo di pensiero prima di morire sarà che sono grassa e ho la pelle ruvida. Il mio cervello è un posto di merda in cui non manderei in esilio nemmeno il mio peggior nemico.

Il centro del memoir è proprio questa frattura tra consapevolezza e possibilità di cambiamento: il corpo diventa il luogo in cui si concentra un senso di inadeguatezza persistente sul piano estetico, che non viene mai davvero neutralizzato, neppure quando lo sguardo esterno, quello di un partner o degli amici, prova a contraddirlo. Il racconto, che attraversa l’infanzia e arriva all’età adulta, mostra così una continuità del disagio più che una sua evoluzione lineare: un dialogo interno che si ripete e si rinnova, rendendo il giudizio su di sé una forma quasi automatica e ineludibile. Seguendo Yasmina Pani anche nei suoi contenuti video, si ritrova nel libro la stessa lucidità analitica e la stessa intelligenza espositiva. Ecco allora che emerge una scrittura diretta, priva di ornamenti superflui, a tratti volutamente brusca, che restituisce la natura concreta e quotidiana del pensiero ossessivo, anche attraverso un linguaggio che accetta registri colloquiali e punte espressive più aspre.

Un elemento particolarmente significativo del racconto è la scansione delle diverse “fasi” del disturbo alimentare che l’autrice nomina e descrive quasi come rituali ricorrenti: l’Abbuffata, il Rito di purificazione, il Digiuno. Nella prima fase, quella dell’Abbuffata, prevale la dimensione compulsiva dell’ingestione: cibo grasso, unto, calorico, consumato in quantità e con una qualità quasi punitiva,  patatine, merendine, tutto ciò che sembra insieme desiderato e distruttivo. È una fase in cui il corpo viene travolto da un eccesso che non è piacere, ma perdita di controllo. 
Abbuffarsi è un bisogno; ed è un bisogno che non ha niente a che vedere con la fame. Intanto perché, quando ti abitui a digiunare, la fame non sai più cosa sia: è impossibile riconoscerla, e non è lei a guidare le tue scelte alimentari. E poi perché quello che fai non è nutrirti, ma è anzi il contrario. Ognuno vive il proprio inferno in maniera personale; per me, il modo peggiore di farmi del male e odiarmi e sputarmi in faccia non è mai stato digiunare, ma riempirmi di schifezze fino a sentirle depositarsi sulle mie cosce, sui miei fianchi, sulla mia pancia, come a rendere più pesante e tangibile quel cumulo di carne che già sento di essere. (pp. 22-23)

Segue poi il rito di purificazione, il Sacro Vomito, che nel testo assume una dimensione quasi cerimoniale, come se segnasse un passaggio necessario tra colpa e tentativo di reset. Ma, soprattutto, è la fase del digiuno quella che l’autrice descrive come più potente sul piano percettivo, perchè è il momento in cui si avverte una sensazione di controllo, di padronanza del corpo e dei suoi bisogni. Il digiuno è praticamente un tentativo di riduzione e disciplina fisica e mentale, che promette una forma di accettabilità estetica e di ordine interiore. 
La sensazione è di totale euforia, come dopo l’assunzione di una droga. […] Fantastica è la sensazione di vuoto, di leggerezza, di sottilità che si sperimenta; fantastico è vedere il numero sulla bilancia calare mattina dopo mattina; fantastico è il senso di potere dato dal dominio dei bisogni corporei. Ogni giorno io metto alla prova la mia forza di volontà, resistendo all’impulso di mangiare quando non dovrei; continuo a farlo perché vincere questa sfida mi garantisce una stima di me stessa (che è solo apparente, ma seduttiva) altrimenti a me completamente aliena. L’autoprivazione diventa l’unica fonte della coscienza di me: digiunare mi fa sentire più vera, più presente, mi dà una sorta di consistenza, di ancoraggio. (p. 17)
Tuttavia, anche questa fase si rivela instabile: il giudizio resta sempre attivo, e la soddisfazione non arriva mai, perché lo sguardo su di sé si sposta continuamente oltre il risultato raggiunto.

Il punto non è solo che il corpo viene osservato o giudicato dall’esterno, ma che viene interiorizzato come
criterio etico: non è più soltanto una questione estetica o fisica, ma diventa un parametro di valore personale. Essere in forma, resistere al cibo, cedere o controllarsi non sono più semplici azioni corporee, ma assumono il significato di virtù o fallimento. In questo senso, le diverse fasi che l’autrice descrive (abbuffata, purificazione, digiuno, allenamento costante) non sono soltanto comportamenti alimentari, ma diventano veri e propri dispositivi morali. L’abbuffata viene vissuta come perdita di controllo e quindi come colpa, il vomito come tentativo di espiazione e il digiuno come forma di disciplina e, temporaneamente, di rettitudine.

Il corpo, così, non è più neutro: diventa il luogo in cui si misura la propria capacità di essere giusti, adeguati, degni. Il risultato è che il giudizio non riguarda più soltanto ciò che si fa, ma ciò che si è. Il valore personale si sposta interamente sul corpo, e il corpo diventa il campo in cui si gioca una continua valutazione che non conosce tregua né assoluzione definitiva.

Marianna Inserra