Kolchoz
di Emmanuel Carrère
Adelphi, maggio 2026
Traduzione di Francesco Bergamasco
pp. 407
€ 22 (cartaceo)
€ 15,49 (ebook)
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Vent'anni prima, mentre insieme a lei assistevo ai funerali di Martine, un'amica a noi molto cara, mia madre mi ha detto queste parole, che ho riportato in Un romanzo russo: «Sai, per fortuna l'ultima notte Philippe le è stato accanto». Philippe era il primogenito di Martine. Davanti alla bara in cui giaceva quella donna così amabile, ancora giovane, di cui da adolescente ero stato innamorato, ho pensato per tutta la funzione alla morte di mia madre e a ciò che lei implicitamente mi aveva chiesto. Questo, in ogni caso, è ciò che ho capito io: nell'ora della sua morte contava su di me e, se avessi saputo ancora pregare, avrei pregato di essere pronto quando quell'ora fosse arrivata. Di essere capace, allora, di incrociare il suo sguardo, e di aver meno paura dell'amore tra noi. (pp. 306-307)
Kolchoz comincia con una morte, ma è uno dei libri più pieni di vita che Emmanuel Carrère abbia scritto. Si apre con l’omaggio nazionale alla madre, cinquantanove giorni dopo la sua scomparsa, e da lì prende forma un movimento che è molto di più di una riflessione sul lutto o sulla memoria personale. Carrère mette in queste pagine tutta la vita che ha avuto, la sua e quella che ha ricevuto dagli altri, e la fa brillare di una consapevolezza matura, commovente.
È un grande libro familiare, una saga che a tratti pare avere le note del romanzo storico, pur restando sempre dentro quel territorio di narrative non fiction di cui lui è maestro. La sua struttura è dichiaratamente verticale perché parla dei rapporti tra le generazioni, dei mondi diversi che hanno abitato e di quelli in cui hanno convissuto. «...via via che invecchio, quel che più mi interessa è la dimensione verticale. Non tanto i miei amici e i miei amori, quanto i miei genitori, i miei figli, il bambino che sono stato. È di questo che ho voglia di scrivere oggi.» (p. 28)
Come un albero genealogico che viene percorso dalla radice più profonda fino alle foglie più giovani, Carrère va a ritroso, verso le origini, per poi tornare spesso in avanti, dentro il presente.
Chi non ama Carrère gli rimprovera spesso di saper parlare solo di sé.
A chi come me lo ama verrebbe da rispondere che parlare di noi stessi non è una cosa semplice e che passiamo tutta la vita a cercare di capire chi siamo, cosa ereditiamo, cosa scegliamo.
Eppure Kolchoz, dietro l’apparenza di memoir di famiglia o di storia madre-figlio, è esattamente il contrario di un libro ripiegato sull’io: lo scrittore parla dei bisnonni, dei nonni, dei genitori, dell’amato zio Nicolas, delle sorelle, delle persone incontrate per caso o per scelta. Parla della Rivoluzione d’Ottobre e della dissoluzione dell’impero russo, dell’esilio, della povertà, delle fughe, delle valigie piene di fotografie e documenti ritrovati nei cassetti degli studi di famiglia.
Kolchoz è anche la storia di diversi Paesi, quelli da cui proviene la sua famiglia: la Russia del ramo materno, la Georgia di quello paterno, e poi la Francia, terra dell’esilio e della ricostruzione identitaria. Lingue, tradizioni e rituali si intrecciano continuamente.
Tra questi c’è la leggenda domestica del “fare Kolchoz”, da cui il libro prende il titolo: riunirsi tutti insieme in una stanza, portare materassi e cuscini accanto al letto della madre, trasformando l’intimità familiare in qualcosa che ricorda quasi un’assemblea politica.
Il rapporto con Hélène Carrère d’Encausse, nata Hélène Zourabichvili, è ovviamente uno dei fuochi principali del libro. Storica influentissima dell’Unione Sovietica, poi della Russia, donna fiera, risoluta, a tratti feroce ed egocentrica (l'ego di famiglia...), Hélène appare come una figura continuamente interrogata dal figlio: spiata, ricostruita, decostruita. Ma non è l’unico centro emotivo del romanzo. Accanto a lei emergono altre figure decisive, come lo zio Nicolas o il padre Louis, riscoperto attraverso i suoi archivi come il primo ad aver tentato di ricomporre la storia familiare prima ancora che lo facesse il figlio.
La forza del libro sta nello sguardo con cui Carrère osserva le persone amate.
È immerso nella materia mobile del ricordo, ma riesce a mantenere una distanza giusta, analitica, che rimette ogni relazione in prospettiva. Il Carrère che spesso sembrava scrivere dal pieno della tempesta qui appare più maturo e, se possibile dirlo attraverso un libro, più risolto. In Kolchoz, come in qualsiasi relazione umana, non manca il giudizio, ma ci si perdona. C’è una compassione nuova verso le fragilità dei suoi familiari, che l’autore riconosce come proprie, perché radici e foglie appartengono allo stesso albero.
«La vita con me è fatta di montagne russe e sabbie mobili. Arriva un momento, sempre, in cui lei non sa più chi ha davanti - e non lo so nemmeno io. O meglio, sì, lo so benissimo: sono il volto di mia madre che si gira senza appello da un'altra parte, sono la disperazione senza fondo di mio padre.» (p. 232)
Chi ha letto Carrère rileggerà qui quasi tutta la sua produzione.
Ci sono il perturbante e l’inganno de I baffi, lo smarrimento infantile de La settimana bianca, l’indagine storico-politica e un pizzico della trasgressione di Limonov.
C’è Un romanzo russo, naturalmente e su tutti, il libro che ha aperto fratture profonde nella famiglia e con la madre, e c’è soprattutto la ricerca di una spiritualità possibile, che qui passa attraverso le connessioni umane e la memoria. E poi c’è l’Ucronia, oggetto della sua tesi di laurea e discussa sulle prime proprio con la madre che lo illuminò di nuove prospettive sul tema.
Anche sul piano stilistico Kolchoz convince. I capitoli brevi, introdotti da titoli che funzionano come occhielli narrativi, danno al libro il ritmo di una serie di istantanee concatenate. Ogni frammento apre una storia e contemporaneamente la collega a tutte le altre, in un meccanismo analogo a quello che regge la raccolta Propizio è avere ove recarsi.
Carrère si conferma sì lo scrittore dell’io, ma di un io che contiene sempre il mondo.
L’operazione letteraria di Kolchoz è quella di tornare all’inizio del viaggio, al primo seme del suo mondo e raccontarlo mentre germoglia. Questo finisce per essere il racconto di una discendenza ma nel senso più largo del termine: non ciò che ereditiamo ma ciò che continuiamo a trasmettere.
Claudia Consoli

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