Dry season. Il mio anno di piacere senza sesso
di Melissa Febos
Nottetempo, aprile 2026
Traduzione di Federico Principi
pp. 360
€ 20 (cartaceo)
€ 12,99 (ebook)
Era sempre tutta questione di quanto ero disposta a essere onesta con me stessa. Volevo davvero cambiare, vivere secondo le mie convinzioni? O sotto sotto preferivo continuare a fare come avevo sempre fatto? Voglio dire, perché impantanarsi in un progetto simile se poi non ci ero dentro con tutto il cuore? La prospettiva di rinunciare a tutti i piaceri dell'amore mi appariva funerea. Ma qual era la vera ragione per cui mi ero imbarcata in questa impresa? Solo evitare un altro vortice? Alleviare la mia depressione? Quest'ultima cosa l'avevo già ottenuta, ma sapevo che non finiva qui. L'obiettivo della mia castità non era semplicemente prendere una pausa, ma fare spazio a un cambiamento. Ero appena agli inizi. (p. 152)
Era da tempo che non leggevo un libro con così tanto piacere (restando in tema): sapete, quella voglia di tornare alla lettura dopo una giornata di lavoro, svegliarsi e sapere di avere ancora molte pagine prima che finisca, la sensazione di piccolo lutto quando si gira l'ultima pagina. La lettura di Dry season è stata intensa, gioiosa, e Melissa Febos è una grande affabulatrice.
D'altra parte il memoir è il suo genere d'elezione, come ben sappiamo grazie ai suoi testi precedenti Questa mia carne (2024) e Girlhood (2023), sempre editi da Nottetempo.
Il tema in sé mi interessava a prescindere, essendo grande amante delle narrazioni che indagano il sesso e le relazioni erotiche, e questo mi ha fatto superare quell'astio innato che da sempre provo per i memoir e le scritture autoriferite: un indagine così intima e aperta non poteva che essere affrontata in questo genere.
L'autrice infatti ci parla di sé e della sua decisione di vivere un periodo di castità assoluta: dopo una relazione disastrosa durata due anni con una donna che l'ha annichilita, Febos comincia a sospettare che il problema di tutta la sua vita non sia il suo essere queer, il suo passato da sex worker e da adolescente dipendente da droghe, ma la sua propensione a soddisfare il desiderio degli altri anteponendolo al suo. Per cui sceglie di allontanarsi dal sesso, in prima battuta per tre mesi, poi sei, infine un anno intero. Una scelta che possiamo definire, controintuitivamente, erotica, perché per la prima volta è lei a scegliere qualcosa.
Ho ripensato anche a una cosa che mi aveva detto la mia analista: "Non ci si sazia mai di una cosa di cui non si ha davvero bisogno". Un enigma su cui mi ero scervellata per anni, testandolo al cospetto di ogni genere di infelicità. Non mi saziavo mai di popcorn al cinema perché era cibo spazzatura. Non mi appagavano mai i soldi guadagnati sforzandomi di lavorare il più possibile, perché i soldi che avevo mi bastavano già. Non mi appagava mai l'approvazione di un collega che disprezzavo, perché non provavo rispetto nei suoi confronti. Non mi sentivo mai abbastanza magra e in forma perché continuavo ad aspirare a un ideale irraggiungibile. Non mi saziavano le attenzioni di una donna da cui non mi sentivo realmente attratta, perché non ero in cerca di attenzioni romantiche. Erano tutti desideri inappagabili perché non c'erano bisogni da soddisfare. Come un fuoco, crescevano man mano che venivano alimentati. (pp. 90-91)
La narrazione ovviamente procede in prima persona: Febos apre il libro con un'impressione che pare incrinare il suo proposito, così capiamo subito che le costa una certa fatica mantenersi casta. Quello che vuole, oltre a evitare il sesso e qualsiasi tipo di interazione romantica o di flirt, è operare un cambiamento: non si tratta solo di cancellare un elemento che, per l'autrice, è stato il pilastro di tutta una vita, ma di invertire la rotta, di guardare le cose con più lucidità.
Per questo, raccontando di sé, delle relazioni con e delle amiche, dei suoi rapporti sessuali e romantici, comincia a stilare un elenco, una sorta di compendio di tutte le sue relazioni, a ritroso, dal presente al passato, fino a scandagliare i primissimi rapporti avuti in adolescenza, cercando di essere il più onesta possibile in modo da trovare un pattern, delle ripetizioni viziose che, accumulandosi negli anni, l'hanno portata al punto di rottura.
E un pattern effettivamente c'è: tutte le sue esperienze, a prescindere dal soggetto amato o desiderato, hanno in comune la predisposizione dell'autrice a donarsi per soddisfare il desiderio altrui, quasi mai il proprio. Perché? Per il bisogno di approvazione, per sentirsi voluta e vista, perché non ha mai imparato a stare da sola. Dalle prime esperienze fino all'età di trentacinque anni, Febos è passata da una persona all'altra senza interruzione, con la convinzione di stare facendo del bene, di concedersi agli altri con generosità. In realtà, quell'abbondanza - di sesso, di flirt, di droghe, di cibo, questa fame - non ha fatto altro che prosciugarla.
Parallelamente alla narrazione di sé, Febos segue i passi di molte autrici femministe, di attiviste queer, di movimenti che predicavano la castità, proprio per cercare man forte nella sua piccola "battaglia" personale: si mette sulle orme, anche fisicamente a un certo punto, di Virginia Woolf, di Colette, santa Ildegarda di Bingen, delle beghine, di Annie Dillard e Margery Kempe. Intreccia le loro vite con il racconto delle sue relazioni - la ragazza più piccola, l'amore tossico, i rapporti sessuali con uomini, i flirt continui, l'esercizio del fascino - e le sedute dalla sua analista.
Stilare l'elenco fa emergere comportamenti sbagliati, errori di cui non si era mai resa conto, e di conseguenza emergono anche dei propositi più virtuosi: essere onesta con se stessa, guardando in faccia la realtà senza dare la colpa solo agli altri; mettersi al primo posto; aggrapparsi ai piccoli atti di resistenza che elevano i suoi desideri senza però ingannare, mentire, tradire, cedere.
Di fatto, a volerla fare breve, ciò di cui ha bisogno Febos non è una vita senza sesso, senza passione, una vita tristemente solitaria (anche se più volte nella narrazione afferma di non essere mai stata più felice come nel suo periodo di castità e solitudine) ma di costruire un rapporto sano.
Ovvero quello che forse, salvo rare eccezioni, non ha mai avuto: ha sempre scelto persone tossiche, non disponibili, incompatibili, soffrendo le inevitabili conseguenze.
Il risultato finale non è una rivelazione divina, nonostante l'autrice parli spesso di fede, di Dio e di comunione con un "io" superiore, ma la promessa di restare fedele a se stessa, a quello che ha scoperto nel suo anno di piacere senza sesso.
E di piacere, a proposito, se ne parla in abbondanza: il sottotitolo lo chiarisce, l'autrice decide di non avere rapporti sessuali, ma questo non vuol dire che abbia bandito la sensualità e l'erotismo. Le trova dappertutto, una volta schiariti i fumi della tossicità amorosa: in una passeggiata, in un buon caffè, nella bellezza della natura, nel letto vuoto quando si sveglia al mattino, in tutto il tempo che finalmente può impiegare per fare arte invece di restare attaccata a una relazione che le prosciugava tempo, energie vitali, voglia di vivere.
Difatti è questa la leva che fa scattare il cambiamento: l'arte al di sopra di tutto. Se qualcuno toglie il tempo all'arte, allora ecco che cominciano a suonare tutti i campanelli d'allarme. Il fare arte al di sopra di qualsiasi altra passione, anche quella amorosa.
Ho cullato tra i palmi quella sensazione ottimista come fosse una candelina a cui esprimere un desiderio. Tornata a casa, ho trascritto le parole che le mie dita avevano pescato in libreria e ho fissato il ritaglio di carta sopra la scrivania: "Voglio vivere il resto della mia vita, breve o lunga che sia, con tutta la dolcezza di cui sono capace, amando tutti coloro che amo, e facendo il lavoro che mi resta da fare per quanto possibile. Scriverò fuoco finché non mi uscirà dalle orecchie, dagli occhi, dalle narici - dappertutto. Finché non sarà ogni mio respiro. Me ne andrò come una cazzo di meteora!" (p. 319)
Da persona - e autrice - molto consapevole di sé, Febos intrattiene una conversazione con se stessa vagamente snob e autocompiacente; a parte questo piccolo dettaglio (il carisma, il talento, la bellezza fisica, il potere di attrarre gli altri, la validità come scrittrice), ho apprezzato molto tutto il resto: la sua onestà intellettuale, il suo esporsi senza remore, l'empatia, la decisione di condividere pezzi di vita anche dolorosi, non solo da comunicare ma soprattutto da analizzare in prima battuta.
Certe volte ignoriamo le cose perché ci fanno soffrire: ecco, non è il caso di questo testo, una pinza che scava nella ferita più e più volte fino a estrarre la pallottola.
Il sottotitolo rimanda senza dubbio a un altro volume, anch'esso famoso: Il mio anno di riposo e oblio di Ottessa Moshfegh. Se in quel romanzo l'autrice statunitense poneva l'accento sul sonno come strumento di dimenticanza, senza via di ritorno, in questo di Febos il fine non è distruttivo ma, al contrario, estremamente costruttivo.
Troverà senz'altro grande risonanza in molti lettori e lettrici, perché - alla fine - chi è che non ha mai messo da parte se stesso per favorire i desideri altrui?
Deborah D'Addetta

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