Devozione
di Charlotte Wood
Fazi Editore, aprile 2026
Traduzione di Manuela Francescon
pp. 252
€ 18,50 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)
Una volta che Anita mi ha dato le chiavi e se ne è andata nei suoi stivaletti con l'imbottitura di lana, mi rendo conto che potrei trascorrere l'intero soggiorno senza vedere o sentire anima viva. Come spiegato nell'opuscolo, l'ospite ha diritto se vuole a una solitudine completa ed è libero di declinare qualsiasi invito a unirsi agli altri per pregare o per consumare i pasti. Si chiede di evitare rumori. Se uno decidesse di togliersi la vita qui, sul tappeto pulito di questa stanza riscaldata, nessuno lo saprebbe fino alla fine del suo soggiorno. Al momento non riesco a pensare a un gesto più generoso che offrire una tale privacy a un perfetto sconosciuto. Ma la mia fuga è di un genere diverso e meno definitivo. Da un punto imprecisato fuori dalla finestra arriva un vago chiocciare di galline. (pp. 18-19)
Stone Yard Devotional, titolo originale di questo romanzo dell'autrice Charlotte Wood, inserito nella short list del Booker Prize 2024, ci porta in un monastero nell'Australia rurale, insieme a una protagonista senza nome, una donna di mezza età, che decide all'improvviso di mollare tutto - marito, lavoro, amicizie - per rifugiarsi altrove, in un posto dove trovar pace. Oggi lo chiameremmo ghosting.
La narrazione si apre con una brevissima prima parte in cui la donna visita il monastero per qualche giorno: la vita delle suore le sembra monotona, un po' triste, e tra l'altro lei non è affatto una credente. Ci resta quattro giorni, per lo più dorme, passeggia, legge, si nasconde. Da cosa? Forse non è ben chiaro nemmeno a lei. Non ha grandi traumi alle spalle: certo, il suo matrimonio con Alex non funziona più, il lutto per la madre e il padre sono ancora freschi e brucianti, ma di fatto non sembra che il motivo per cui necessita di isolamento e solitudine derivi da un fattore esterno, quanto più da qualcosa che ha dentro.
La quiete, che definisce "radicale", "illecita", è ciò che più le piace. La ripetizione, il non agire. Perciò si apre una seconda lunga parte in cui l'autrice, con una trovata narrativa interessante che lascia per un attimo interdetti, la riposiziona all'interno del monastero ormai in pianta stabile: la protagonista chiama le suore per nome, usa con loro parole e gesti familiari, collaudati, si dichiara responsabile di varie mansioni, come la cura dell'orto. L'autrice di comunica che la donna, dopo quel breve soggiorno, in un dato momento ha deciso di trasferirsi definitivamente lì e di restarci vita natural durante.
Ciononostante, l'esperienza ha una sua strana bellezza. Suor Bonaventura spiega che il punto è inciampare in una parola e, se quella parola ti turba o ti confonde, «metterla in mano al Signore». E così antitetico a ciò in cui ho sempre creduto (sapere è potere, mettere in discussione tutto, assumersi la responsabilità) da sembrare quasi empio. La sconvolgente - ambigua - semplicità di... passare il problema a qualcun altro. (p. 30)
Mentre racconta la vita monastica, il rapporto con le sorelle, le peculiarità di tutte loro, torna indietro al passato per chiarire molti punti della sua vita da giovane, soprattutto da studentessa: un episodio in particolare, un atto di bullismo nei confronti di una compagna di scuola, emerge più chiaro e con uno scopo narrativo, perché quella compagna si ripresenterà nel romanzo sotto forma di "celeb nun", ovvero di suora, e non una dimessa e relegata alla clausura, ma una donna che ha scelto la via di Dio per urlare al mondo la sua presenza.
Helen Parry: indomita, rabbiosa, determinata, tutto ciò che non ci si aspetterebbe da una suora. Famosa come un'attrice di grido, seguita dai giornalisti, è impegnata in varie cause umanitarie, dalla protezione animali al volontariato in Thailandia. Quindi come finisce in quel buco che è il monastero sperduto delle suore? Il legante è un'altra sorella, suor Jenny, che - in una forma che lascerò scoprire ai lettori e alle lettrici - deve far ritorno a casa. Ad accompagnarla, con estremo sgomento di tutto il monastero, sarà proprio Helen Parry.
Quella più infastidita e turbata dall'arrivo di Helen è la nostra protagonista: ricorda molto bene quell'episodio doloroso del passato e non si dà pace, sia perché tormentata dal rimorso sia per il momento del confronto.
Quello che mi ha colpito di lei quella volta nel bosco, e che mi colpisce ancora oggi, è che Helen Parry non è cambiata affatto: le cose per cui noi compagne la detestavamo tanto a scuola sono le qualità che ora le conferiscono questo potere destabilizzante. Il suo modo spudorato di prendersi lo spazio. Il modo in cui i vestiti le cadono sul corpo, la carnalità animale che emana. La postura risoluta e indomita di chi è sempre pronto a battersi. Non ho mai dimenticato la strana sensazione che ho provato quando mi ha piantata lì da sola, in mezzo al bosco, con tutto il mio rimorso e il mio rimpianto intatti, sospesi tutt'intorno. Senza condanna né perdono. L'ho ammirata, a essere onesta: ho ammirato il suo rifiuto di alleviare il mio disagio. Mi ha costretta a chiedermi cos'è davvero il perdono, che cosa significa. Cos'era che volevo da lei quel giorno?
Il modo in cui è rimasta integralmente se stessa, senza nascondere niente, anche per quello l'ho ammirata. E adesso che sta venendo qui, a fare irruzione nel nostro silenzio, mi fa anche paura. (p. 106)
Contemporaneamente all'arrivo di Parry e di suor Jenny, le monache e la protagonista del romanzo sono assediate da un'altra presenza: i topi. Nel corso del romanzo da pochi e sparuti, più che altro apparizioni casuali, diventano migliaia, una vera e propria invasione. Molte pagine saranno dedicate a dettagli macabri e particolareggiati della lotta a perdere delle suore contro i roditori, tant'è che mi sono chiesta quale metafora ci fosse dietro: biblicamente il topo è visto come un animale sporco, impuro, non solo parlando oggettivamente, ma soprattutto spiritualmente. Nel Levitico è simbolo di piaghe, immondizia, per cui - se vogliamo slittare questo concetto al romanzo - immagino che l'autrice faccia della presenza dei topi al monastero un simbolo di corruzione e minaccia alla pace, o di lotta delle forze del bene contro quelle del male.
La protagonista infatti si adopererà molto per sterminarli, senza però un gran risultato. Forse se rispettiamo il parallelismo, la sconfitta è dovuta al fatto che non sia poi questa gran fervente: non crede fino in fondo, spesso cade nella gelosia e nell'impazienza, controbatte e bisticcia con le altre sorelle, e - per farla breve - resta e sarà sempre un'ospite del monastero perché non ha avuto il coraggio di prendere i voti. Resta lì, come laica, vive come una suora (anche se gode di maggiori libertà) ma, di fatto, la sua non è una scelta del tutto radicale. Se vogliamo contestarla, è una scelta di comodo.
La tendenza all'autocommiserazione è la cosa che ho sempre disprezzato di più nelle altre persone. Simone mi fa notare che è perché ne sono piena. Tutti odiamo lo specchio, dice. (p. 155)
Ho continuato a guidare pensando a quelle parole e alla decisione che a quanto pare ho preso circa a metà della mia vita. La scelta di sparire. Laddove Helen ha scelto l'esatto opposto. Ho pensato ai costi di entrambe queste scelte. (p. 221)
Non succede molto a livello di trama: l'arrivo di Helen e di suor Jenny, la lotta ai topi (portata allo stremo, a mio avviso eccessiva, anche perché non ha molta utilità nell'economia della trama), le contraddizioni della protagonista che, nonostante tutto, prova a dare un senso alla sua fuga, cerca di obbedire, cerca di essere paziente, cerca di elaborare il lutto e la mancanza della madre, a cui saranno dedicati molti passaggi, trova il tempo di ricordare tutti quegli episodi della sua vita passata che l'hanno portata ad abbandonare tutto e tutti.
Una sensazione viscerale più che una decisione razionale. Tant'è che non ci sono grandi giustificazioni: lo fa e basta senza tanti drammi. Parla pochissimo del suo matrimonio, molto poco delle sue amicizie mollate, ancora meno del suo lavoro. Tutto si concentra sul presente, sul qui e ora.
Inevitabile che, come personaggio, la protagonista risulti poco ammaliante: è una donna ordinaria, con una vita ordinaria, che fa scelte ordinarie. Probabilmente la cosa più eccitante che lei abbia mai fatto è stata proprio mollare tutto e isolarsi in un convento. Ma non sembra, almeno da quello che racconta il romanzo, che ci sia una gran differenza tra il prima e il dopo: ha semplicemente cambiato luogo, nient'altro. I suoi problemi, ordinari anche quelli, l'hanno seguita fin dentro al monastero.
Il personaggio che, invece, maggiormente intriga è proprio Helen Parry. Il suo conflitto è più doloroso, urgente, è un personaggio attivo, decide, sceglie, sbaglia, urla, si mette in gioco. Per carattere, è totalmente antitetica all'altra. Eppure è una comprimaria.
La questione dei topi, poi: mi sembra un nodo narrativo che va troppo per le lunghe. Ma il romanzo non ha, o almeno mi pare, velleità artistiche molto ambiziose: ci racconta una storia tutto sommato noiosa, piatta, con rari guizzi di luce. Se lo scopo era fare di una vita ordinaria il fulcro centrale della narrazione, allora lo scopo è raggiunto in pieno. Ma per un romanzo shortlisted al Booker Prize mi sembra un po' troppo poco. O probabilmente sono io a non amare i personaggi inefficaci e poco magnetici.
Avrei preferito molto di più che al suo posto ci fosse stata Helen Parry.
Ma anche suor Jenny - e chi leggerà il romanzo saprà quanto è provocatoria questa dichiarazione - sarebbe stata meglio.
Deborah D'Addetta

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