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La maternità divoratrice e l'entropia della vendetta. "L'amuleto", romanzo di esordio di Michael McDowell

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Amuleto Michael McDowell

L'amuleto
di Michael McDowell
Neri Pozza, maggio 2026
 
Traduzione di Elena Cantoni
 
pp. 480
€ 15,90 (cartaceo)
€ 8,99 (ebook)

Il corpo di polizia è ridotto, ma Pine Cone non è nota per i disordini, anche se bisogna ammettere che quando capita un reato, di solito è di natura violenta e spesso fatale. La città vanta più omicidi che rapine. Questo perché i delitti scaturiscono da liti tra amici e parenti, e sono crimini passionali. Una rapina si compie a sangue freddo, e il cittadino di Pine Cone, benché non esiti a piantare un coltello da macellaio nel cuore della moglie se la sorprende a letto con il suo compagno di domino, in fondo è un uomo rispettoso della legge. (p. 19)

Questa cittadina dell'Alabama, di circa duemila anime, oltre che per il suo bizzarro senso di rispetto della legge, è nota per la fabbrica di armi che sta foraggiando i campi di addestramento per i giovani che devono partire per il Vietnam. Proprio da uno di questi campi di addestramento ritorna Dean Howell, ma non in licenza o già carico di onori: uno dei fucili confezionati nella sua città natale gli è esploso in volto e l'ha sfregiato e reso un vegetale. Tocca alla giovane moglie, Sarah, e alla madre, Jo, prendersi cura di lui. Da quel momento, strane morti iniziano a colpire la cittadina: madri di famiglia danno fuoco alla propria abitazione con tutti i figli all'interno; scrofe divorano i loro allevatori; parrucchiere sciolgono lo scalpo delle loro clienti. Nulla sembra accomunare questi eventi se non, forse, la presenza di un ciondolo, un amuleto un tempo appartenuto a Jo Howell. Sarah, che conosce bene la crudeltà della tirannica suocera, è convinta che sia lei la responsabile e, anche se non crede a storie di fantasmi e maledizioni, sa che le opzioni sono poche: cercare di scoprire la verità, o aspettare che la vita di cura del marito che la aspetta non uccida anche lei.

Dopo questi ultimi anni di ripubblicazione delle sue opere con le splendide copertine di Pedro Oyarbide, Michael McDowell non ha più bisogno di presentazioni. L'amuleto, uscito per la prima volta nel 1979, è il suo romanzo d'esordio. Troviamo i temi che hanno accompagnato la produzione artistica dell'autore: l'asfittico mondo di una minuscola cittadina dove si può annidare il male del mondo, come a Perdido della saga di Blackwater; l'elemento sovrannaturale nel quale si cerca uno spiraglio di logica, come in Luna nera su Babylon; le figure femminili malvagie e vendicatrici che si scontrano con il tentativo, fallimentare, di mantenere rettitudine e bontà in un mondo che non ne offre, come in Katie. Il romanzo è una storia di vendetta che parte dall'ambiente domestico e di cura in cui si fronteggiano nuora e suocera.

«Jo Howell non è cattiva per sbaglio. È cattiva di proposito. È cattiva perché vuole essere cattiva, e per nessun altro motivo al mondo. Scommetto che non è nata così. Si è esercitata. Da piccola sarà rimasta per ore da sola nei campi, esercitandosi a essere cattiva». (p. 247)

Quando una tragedia, come un fucile che esplode in faccia, colpisce tuo figlio, il senso di impotenza e ingiustizia che prova una madre, che già si era rassegnata alla guerra del Vietnam, è sconfinato. Non si sa contro chi puntare il dito: contro la guerra? Contro la fabbrica che ha assemblato il fucile? Contro la nuora che in quella fabbrica ci lavora? Contro il proprietario della fabbrica che non ha voluto assumere Dean per risparmiargli la chiamata di leva? Dietro il giudizio senza appello nei confronti di Jo si nasconde tutto questo. Non che Jo sia una santa rovinata dalle circostanze: è pigra, sfruttatrice, probabilmente già responsabile di altri delitti in gioventù, tra cui quello del padre di Dean. Non sbaglia Becca, la migliore amica e collega di Sarah, a definirla «cattiva di proposito». Ma l'ambiente limitato che l'ha cresciuta e il senso di impotenza, sotto infiniti strati di malanimo e risentimento, sono il motore di avvio per una vendetta su larga scala

Dall'altro lato dell'aspetto della cura domestica abbiamo Sarah, la giovane moglie, costretta a una vita che si compone di otto ore di catena di montaggio in fabbrica, il ritorno a casa per servire la suocera e prendersi cura del marito e la requisizione di tutti i suoi guadagni da parte di Jo. Non ci sono spiragli di luce o sollievo, se non i pochi momenti con Becca, madre single, che farebbe di tutto per la sua amica. La condizione di Dean disgusta Sarah che ammette senza riserve di non amarlo più, di detestare l'odore che lascia sulle lenzuola, di non essere nemmeno in grado di capire se respira o la sente: tutto quello che le resta è la bocca nera del marito in cui lei, ligia, introduce purea di carote e di mela per nutrirlo e mantenerlo in vita. Sa che Jo la considera responsabile, in fondo è lei che avvita le tre viti sul calcio dei fucili in fabbrica, e il fatto che il fucile incriminato non fosse stato fornito da loro non basta a scagionarla. 

«Stammi bene a sentire, Jo» ribatté Sarah, ancora in preda alla rabbia. «Nemmeno io sono felice di com'è ridotto Dean. È mio marito, e io odio più dell'inferno ciò che gli è accaduto. Però la colpa non è stata di Larry Coppage. Nessuno ne ha colpa. Non c'è nessun colpevole contro cui puntare il dito». (p. 101)

Le prime morti a seguito del dono dell'amuleto sembrano seguire un contorto senso di liberazione dal lavoro di cura. L'amuleto accresce il senso di fastidio, paranoia, ingiustizia che tutti i personaggi si portano dentro: così, madri di cinque figli, mogli esasperate, donne senza figli costrette a prendersi cura di un'orfana sembrano lasciar deflagrare le ingiustizie, vere o presunte, che la vita ha inflitto loro. Persino una scrofa con i suoi cuccioli si rivolta contro i propri allevatori. Ma se l'inizio dei cerchi concentrici parte da questo nucleo, non c'è possibilità di prevedere dove la vendetta andrà a parare. Nessuno viene risparmiato, nemmeno persone innocenti o di reale buon cuore: il colpevole, nella testa di Jo o nella volontà dell'amuleto, è il mondo intero. Nessuno è veramente innocente. 

A Pine Cone che, ci avvisa con ironia l'autore, «era un posto eccitante in cui vivere, a condizione di essere uno spettatore e non la vittima» (p. 27) questa sequela di morti agghiaccianti e splatter è fonte di succosi pettegolezzi. Il telefono senza fili del gossip ingigantisce ogni racconto, aggiungendo dettagli sempre più fantasiosi, all'inizio, per poi cercare motivazioni concrete. Perché una babysitter nera, fino a quel momento affidabile, ha fatto ciò che ha fatto a un neonato bianco? Ma chiaramente per ciò che è successo a Selma. O forse centrano gli hippie che hanno sabotato la fabbrica di armi per protestare contro la guerra in Vietnam. Come avverrà anche nelle opere successive di McDowell, la spiegazione non è mai univoca o semplice se non il fatto che questo mondo ci rende veramente cattivi, fa il giro fino ad arrivare ai pochi esseri umani buoni che cercano di mantenere la loro umanità. Quando la malvagità li raggiunge, il ciclo di odio e vendetta è pronto di nuovo a ripartire.
L'amuleto, al netto di un finale fin troppo tranchant che lascia il senso di vuoto che prende dopo aver mancato un gradino nella discesa di una scala, è macabro, splatter, acido e ironico. Racchiude tutta la produzione di McDowell pronta a esplodere, dove una minuscola città è il cuore nero da cui il male infiltrerà il mondo. 

Giulia Pretta