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Auscultare la carne dei luoghi e ridare loro un senso: le pratiche in “Aree interne e comunità. Cronache dal cuore dell’Italia”

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Aree interne e comunità. Cronache dal cuore dell’Italia
a cura del Collettivo PRiNT
Pacini Editore, aprile 2022

pp. 248
€ 20,00 (cartaceo)
€ 12 (ebook)


A cosa pensiamo quando parliamo di aree interne? Bisogna rispondere senza riflettere, senza la paura di essere giudicati. Pensiamo a questi luoghi come sinonimo di margini, degrado, spopolamento, abbandono. E molti altri termini che rientrano in un campo semantico cupo, superficiale, intriso di pregiudizi che affondano le loro radici nella terra e nelle menti. Ma come siamo arrivati a immaginarci così questi luoghi?

Abbiamo assistito in Italia a una progressiva mistificazione di quei posti incastonati tra le montagne, lontani dalla frenesia della quotidianità urbana, dal caos delle metropolitane, della puzza di smog, dal chiacchiericcio inconsistente dell’umanità. Così siamo arrivati a vedere l’entroterra e l’umanità che gli gravita intorno come un locus amoenus in cui potersi rifugiare per trovare pace, per incontrare nuovamente quel contatto con la natura che ci sembra sempre più perduto, per allontanarci, insomma, dai problemi che danno troppo spesso il ritmo alle nostre giornate. E così viviamo in una menzogna, perché all’essere umano risulta ormai difficile un’analisi un po’ più profonda del mondo in cui viviamo, in questo caso specifico dell’Italia, e la decostruzione dei pregiudizi che hanno orientato la percezione della nostra realtà non è un’opzione, perché verremmo nuovamente destabilizzati. O meglio, questa percezione delle aree interne come paradisi terrestri non è del tutto una menzogna: in una società che ci spinge sempre di più all’iper in tutti i sensi (iperattività, iperproduttività, ipersensibilità…), a volte rallentare è doveroso e necessario, per uscire da quel vortice che sembra fagocitarci sempre di più. Ed effettivamente, alcuni luoghi favoriscono in maniera particolare il rallentamento. Ma se da un lato riconosciamo il valore della lentezza e lo associamo ai luoghi periferici (sempre che esista davvero un centro oggettivo cui fare riferimento), dall’altro sarebbe riduttivo e ingiusto dare a questi luoghi solamente questa etichetta. Cadere nel banale e nel “già sentito” sarebbe sin troppo facile e rischioso.

Ma è ora di fare chiarezza su ciò che davvero sono le aree interne d’Italia, è arrivato il momento di auscultare la carne dei luoghi, senza soffermarsi sui bordi scheletrici. Sì, carne. Come a ricordarci che questi luoghi sono fatti di terra, di ossa bruciate, di tradizioni, di storia, di donne e uomini cui noi siamo legati da un filo che è più resistente di quanto non pensiamo, anche se non li conosciamo.

Il volume corale Aree interne e comunità. Cronache dal cuore dell’Italia ci guida attraverso dei progetti che vogliono rendere vivi quei luoghi che le persone comunemente, con un’ignoranza forse non voluta, definiscono abbandonati. E l’abbandono in quanto tale sarebbe una tragedia non solo per i luoghi stessi e per i loro abitanti, ma per tutti noi. In questo libro, un vero prodotto della pandemia, vengono raccontate "22 pratiche che parlano di borghi, percorsi, parchi, festival, sapori antichi e nuove professioni. 22 percorsi per rendere giustizia e ridare un senso ai luoghi più interni del nostro Paese".

Troviamo ad esempio le comunanze agrarie nelle aree colpite dai sismi del centro Italia; “La Rivoluzione delle Seppie”, il network internazionale di giovani professionisti che operano in Calabria; CasermArcheologica, il percorso di rigenerazione urbana a base culturale in provincia di Arezzo; e molti altri progetti di rigenerazione urbana e rilancio socioculturale che danno vita nuova a queste aree, ridefinendole e allontanandole da quegli stereotipi di cui abbiamo parlato più sopra.

Queste pratiche credono che la storia e l’immaginario di questi luoghi possano cambiare, si adoperano concretamente affinché le giovani generazioni trovino un motivo per restare e non scappare come spesso è stato fatto in passato. Sono esempi di grande coraggio e forza di volontà, di fatica e duro lavoro, tipici di chi crede fermamente e con passione in qualcosa. Perché i luoghi in cui queste pratiche vengono attuate sono una ricchezza culturale, un nido intimo dove la profonda umanità ha ancora una voce forte e chiara che non è stata zittita dalla (pre)potenza delle grandi metropoli e dalla conseguente omologazione delle cose e delle persone.

Un invito a restare, perché sono luoghi difficili che ci ordinano di confrontarci con noi stessi e noi, da quel che so, davvero non possiamo fuggire da noi stessi.

Questo volume ci ricorda poi una cosa importante: ci rieduca all’atto del prendersi cura, come si fa con le cose che si amano, e non con quelle che pensiamo sbagliate e crediamo vadano riparate a tutti i costi. Perché la rigenerazione dei territori avviene quando il prendersi cura è una scelta, e trovo meraviglioso che questa scelta venga spesso fatta dai giovani, che hanno capito che fuggire non è più la sola opzione, perché ne esiste un’altra, rimanere. Una sorta di pratica estetica e sociale che consiste nel recupero del passato per garantire la valorizzazione delle radici ostili che si tendono verso una nuova vita.

Ammetto di aver faticato un po’ a recensire questo volume, perché questi progetti mi riportano a una mia paura irrazionale e costante: che le antiche tradizioni italiane, i saperi degli anziani, i vissuti custoditi gelosamente nell’entroterra e nelle aree periurbane si perdano, perché se così fosse perderei anche una parte della mia identità, ancorata inconsapevolmente a quelle radici.

Per questo trovo che il lavoro del collettivo Print sia stato molto importante (in un periodo, poi, di forte crisi non solo economica ma anche e soprattutto socioculturale come quello della pandemia), sia per chi lavora nel settore sociale e può prendere spunto, sia per smentire chi crede che non venga mai fatto nulla per dare nuova linfa a territori che sembrano costantemente in rovina, quando in realtà le loro fucine sono inaspettatamente vitali.

Concludo la mia riflessione citando le parole dell’antropologo Vito Teti, tratte dal suo saggio La restanza (Einaudi, 2022):

 Il mio non è un elogio del restare come forma inerziale di nostalgia regressiva, non è un invito all’immobilismo, ma è solo il tentativo di problematizzare e storicizzare le immagini-pensiero del rimanere come nucleo fondativo di nuovi progetti, di nuove aspirazioni, di nuove rivendicazioni. Lo so e lo sento il senso profondo del migrare in permanenza, l’epica della resistenza e della rivoluzione nella restanza. L’ho ascoltato dalla voce di tanta gente che ho incontrato nel mio cammino. Perché per restare, davvero, bisogna camminare, viaggiare negli spazi invisibili del margine.



Lidia Tecchiati