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#ScrittoriInAscolto - Incontro con Jason Mott su "Che razza di libro!"

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Uno degli indubbi lasciti del Covid è stato lo sdoganamento degli incontri con l’autore online. Se da un lato nessuno può nutrire dubbi sul fatto che questi non abbiano lo stesso impatto di quelli dal vivo, è certo altrettanto vero che Meet e Zoom hanno reso possibili appuntamenti a cui tanti non avrebbero altrimenti mai potuto partecipare. È sicuramente il caso, per quanto mi riguarda, di quello organizzato ieri sera da NN editore con lo scrittore americano Jason Mott. Mentre leggevo il suo stranissimo, sfaccettato Che razza di libro! (recensito qui) non riuscivo assolutamente a figurarmi l’autore. Mi veniva spontaneo sovrapporlo al protagonista e io narrante, uno scrittore scanzonato, incidentalmente nero, impegnato in un tour promozionale del suo libro (che, altrettanto casualmente, aveva lo stesso titolo di quello che stavo leggendo), ma anche in un percorso di ricerca personale e coscienza civile. Adesso che l’ho visto, l’impressione di questa sovrapposizione un po’ sfasata si è consolidata. E d’altronde il gioco delle identità, delle figure che si accumulano, e si scambiano, e diventano indistinguibili pur restando sempre se stesse, è anche il meccanismo costruttivo della trama di un’opera che, va detto, non si può descrivere appieno, ma va soltanto e semplicemente letta.

Jason Mott appare, nel suo riquadrino digitale, affascinante, sorridente, molto incisivo. Cerco di non immaginarlo nudo mentre corre per i corridoi di un albergo del Midwest come la sua proiezione letteraria. D’altronde, nel romanzo lo scrittore si presenta così, e già dalla prima pagina in cui si fa la sua conoscenza lo si ama per questo. Dialogano con lui, nel mondo reale, Valentina Daniele, traduttrice del volume, e Serena Daniele, editor di NN.

Che razza di libro!
di Jason Mott
NN editore, maggio 2022

pp. 320
€ 19 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)

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La prima questione affrontata non può che essere quella ricorrente anche all’interno della trama, ovvero di cosa tratti Che razza di libro!. La domanda potrebbe far sorridere, ma la risposta è complicata, perché il romanzo è complesso, stratificato, e ha a che fare con contenuti che toccano molto da vicino il protagonista (e l’autore). Mott ce ne racconta la genesi: la parte che riguarda lo scrittore è stata iniziata circa dieci anni fa, dopo il suo primo book tour. Solo nel 2017-2018, però, ha aggiunto le parti relative alla violenza razziale, in seguito ai fatti di Baltimora, quando l’ennesimo ragazzo nero era morto in seguito a violenze subite durante un arresto. Questa, per Mott, è stata una prova di scrittura sedimentata attraverso il tempo, non vincolata a un accordo con editore. Le sezioni drammatiche sono state, inevitabilmente, le più difficili per lui, per questo qualche volta ha avvertito il bisogno di introdurre una risata a stemperarle.  Ha cercato, quindi, un bilanciamento tra la dimensione drammatica e qualche nota di commedia. Si trova traccia di questo nella descrizione del mondo dell’editoria, spesso caricaturale, se non apertamente satirica. Mott osserva che in questo c’è molta vita reale, ma anche molta immaginazione – e i due elementi sono sempre compresenti e interconnessi nell’opera. L’esagerazione è voluta per ottenere l’effetto comico, ma anche per sottolineare il messaggio che si vuole trasmettere, quello di un mondo editoriale troppo spesso concentrato sul business e sulle vendite, più che sui contenuti e sull’impegno etico (illuminante in tal senso la scena, letta anche durante l’incontro, in cui il protagonista incontra con la sua agente Sharon il media trainer Jack).

A strappare un sorriso ai lettori contribuiscono anche le molteplici citazioni dai film noir, che hanno rappresentato una vera, ma divertente, sfida per la traduttrice. Il protagonista del romanzo è infatti un grande appassionato di Humphrey Bogart e dei grandi film della Hollywood classica, che veicolano un certo immaginario, delle espressioni, un linguaggio (“Vado pazzo per i film in bianco e nero. Avete capito quali. Quelli con gli uomini che parlano a raffica e le donne che parlano ancora più a raffica”, p. 24). Il personaggio utilizza spesso questi stilemi nelle sue conversazioni, soprattutto quando incontra qualche donna avvenente. Mott conferma di adorare a sua volta questi film, il modo in cui parlavano i personaggi su quelle pellicole. Dal punto di vista dei riferimenti letterari, invece, cita William Golding (Il signore delle mosche è uno dei suoi libri preferiti), Toni Morrison, Hunter S. Thompson.

Un’interessante domanda riguarda gli elementi fantastici nel romanzo, anche in virtù delle sue opere precedenti in cui questo elemento era molto presente. Anche in Che razza di libro! il tema diventa centrale perché il protagonista non riesce a distinguere cosa sia reale e cosa non lo sia, e quindi non lo capisce fino in fondo neppure il lettore. Mott, che è stato in passato un ragazzino pieno di immaginazione, osserva che questo è stato importante nel suo libro per descrivere un autore che vive soprattutto nella sua testa, ma che finisce per scontrarsi con la vita reale.

Il romanzo vuole mescolare realtà e immaginazione”, osserva. L’immaginazione è una porta a doppio senso, che da un lato dà concretezza a Nerofumo, inizialmente proiezione della mente del protagonista, ma in cui lo stesso scrittore si rifugia per evadere dal mondo reale. Mott si rende conto che l’immaginazione è un’arma a doppio taglio, che non può essere usata indiscriminatamente. Il romanzo è un modo per cercare una misura, un equilibro tra i due elementi del finzionale e del reale.

Orientata a questo scopo è anche la particolarità strutturale del romanzo, che alterna due punti di vista: il racconto in prima persona dello scrittore senza nome e la storia in terza persona del piccolo Nerofumo. Jason Mott spiega questa duplice prospettiva con il tentativo di comunicare alcuni elementi di memoir, legati alla sua stessa vita, ma anche di lasciar spazio ad altre storie, o meglio alle storie di altri. Per lo stesso motivo, anche la scelta di non dare nome ai personaggi è voluta: i personaggi devono nascondersi dagli altri così come si nasconde lo scrittore, l’autore, tutti i neri da questa realtà. In alcune stesure precedenti lui aveva provato a dare un nome ai personaggi, ma non funzionava, avrebbe voluto dire andare oltre quello che i personaggi dovevano rappresentare. La sovrapposizione delle identità cui si faceva cenno prima è quindi funzionale alla tematica della violenza razziale in America.

L’intento preciso della scrittura, commenta Mott, è quello di non permettere mai al lettore di comprendere di chi si sta parlando, perché ognuno dei personaggi si nasconde, questa è la loro dimensione, che deve essere trasmessa al lettore e in cui il lettore si può riconoscere.

Tutti i personaggi vivono esistenze separate, ma procedendo col romanzo si sovrappongono, perché la violenza impatta su tutte le loro vite.

Connesso a questo è il tema dell’invisibilità, presentata sempre nella sua ambivalenza, poiché può essere una maledizione, ma anche una forma di protezione, salvezza. Mott risponde alla domanda che gli viene posta facendo riferimento alla sua stessa esperienza. Da piccolo era un bambino che leggeva molto e per questo spesso veniva bullizzato, e tante volte ha desiderato essere invisibile. Anche molti genitori di bambini afroamericani dicono ai figli di cercare di non emergere, di passare inosservati, per non correre rischi. Da un lato quindi c’è un senso di sicurezza, ma dall’altro chi è invisibile perde la voce e la possibilità di farsi sentire e rispettare. Ci sono pertanto aspetti positivi e negativi, che devono essere bilanciati.

Ma che cosa significa per lui essere un autore nero negli Stati Uniti? Mott prova a rispondere a questa domanda tutti i giorni, e cerca di farlo anche nel libro: racconta, lì, come a noi durante l’incontro, la divisione costante tra il senso di responsabilità di chi deve parlare per conto di, farsi portatore di un messaggio che ci si aspetta da lui, e il desiderio invece di fare altro, di dire altro. Il rischio, nota Mott, è di scontentare tutti, ma anche se stessi. A livello personale, non si aspettava certo che il libro ottenesse tanto successo. È sorpreso in particolare dal fatto che Che razza di libro! sia stato letto e apprezzato anche da lettori giovani. Quando l’ha scritto, lui non pensava infatti a questi come primi destinatari, ma si è reso conto che questo scritto è anche una lettera al se stesso giovane, e quindi può essere che ci siano dei ragazzini di quell’età che possono riconoscersi in alcuni personaggi o elementi narrativi. 


Carolina Pernigo