sabato 9 gennaio 2021

La conversione sulla via di San Pietroburgo. Di come, inaspettatamente, ci si può avvicinare alla letteratura russa

I
 russi sono matti. Corso sintetico di letteratura russa (1820-1991)
di Paolo Nori
UTET, 2019

pp. 184 
€ 15,00 (cartaceo)
€ 7,99 (ebook)
 
 
Il mondo si divide in due categorie: chi ama i grandi romanzieri russi, e chi ama Il Maestro e Margherita di Michail Afanas'evič Bulgakov. Antiche voci riferiscono che difficilmente le due posizioni siano compatibili e i puristi, del resto, negano che Bulgakov incarni realmente le caratteristiche della narrativa russa.
Io, personalmente, pur non avendo alcuna competenza specifica in materia di “russità”, ho letto e riletto Il Maestro e Margherita, mentre non sono mai riuscita ad arrivare in fondo a Umiliati e offesi, e Le notti bianche sì, insomma, certo che però...
Sono anni che una mia collega e cara amica, dostoevskiana convinta, viscerale oserei dire, prova a convincermi che non sarò mai felice nella mia vita finché non avrò colmato questa mia lacuna. Non fa, così, che aumentare i miei latenti sensi di colpa, senza peraltro riuscire a smuovermi di un millimetro dalle mie resistenze interiori.
Questa lunga premessa serve a giustificare il mio assoluto spaesamento nel trovare sotto l’albero di Natale il breve volume di Paolo Nori. Sul titolo nulla da ridire. Quando il mio sguardo attonito è sceso al sottotitolo, però, ho avuto un sussulto e mi sono chiesta perché, perché proprio io, cos’avevo fatto di male per avere il carbone invece che i dolcetti. Chiaramente, ho sorriso e pensato che non l’avrei mai nemmeno aperto. Invece già il 26 dicembre ho dato una possibilità alla prima pagina e, per qualche meccanismo che cercherò di spiegare, è stato poi inevitabile proseguire con la seconda, la terza, la centesima.
Innanzitutto, bisogna chiarire cosa questo saggio anticonvenzionale non è: non è davvero un corso di letteratura russa. Non viene affrontata in maniera cronologica e sistematica l’evoluzione del canone, non vengono esplorate le biografie dei maggiori esponenti, non viene adottato per nessun argomento un approccio didascalico e lineare.
È però certamente “sintetico”, nella misura in cui da una serie di aneddoti, divagazioni, riflessioni sparse si prova a trarre una sintesi, talvolta fulminante, di quello che la letteratura russa rappresenta, di quel che può offrire al lettore coraggioso che osi avventurarvisi. È sintetico anche perché, più semplicemente, risulta accessibile e non genera, con il suo volume, quel senso di timore reverenziale misto a sconcerto che ti coglie di fronte a Guerra e pace. Al contempo, la brevità dei capitoli è ingannevole: attraverso una segmentazione del discorso in molte micro-sezioni, da un lato si induce il fruitore a proseguire quasi forzosamente la lettura per capire dove il ragionamento vuole condurlo, dall’altro si agevola quell’esercizio di straniamento e di rallentamento del riconoscimento che pare essere alla base della stessa letteratura russa e che viene teorizzato all’interno del volume. I grandi russi eccellono infatti in questa capacità di disvelare ciò che si crede di conoscere, di sollecitare quello sguardo che rende nuove tutte le cose. Lo stesso prova a fare Nori e, se da un lato quasi sicuramente una conoscenza preliminare dell’argomento aiuterebbe una piena comprensione, dall’altro l’ignoranza (intesa come mancanza più o meno abissale di tale conoscenza) agevola una scoperta senza pregiudizi, innesca la curiosità.
Leggendo, matita alla mano, oltre a sottolineare diversi passi densi di significato ho iniziato ad appuntarmi titoli di opere che, chissà, forse dopotutto potrei provare ad affrontare. Merito di questo è il tono affabulatorio dell’autore, che adotta uno stile volutamente medio, poco accademico, per raggiungere senza spaventare, per avvicinare e avvincere anche il lettore più sospettoso.
L’esposizione si articola intorno a tre nuclei tematici principali: il potere, l’amore e la vita quotidiana. Il percorso che conduce all’interno di queste sezioni è ondivago, il tono colloquiale, senza che questo sminuisca in alcun modo la profonda competenza dello studioso. Nella storia che racconta critici e scrittori incrociano le loro strade nella San Pietroburgo della seconda metà dell’Ottocento in uno di quei momenti e di quei luoghi che sanciscono il trionfo culturale e artistico di un paese (come la Parigi o la Vienna fin de siècle). La letteratura russa pare dunque alimentata da relazioni e rapporti di interdipendenza tra personaggi e opere.
Nori sceglie di non dirci cosa dovremmo provare noi di fronte ai grandi romanzi russi, ma di raccontarci cosa ha provato lui, cosa questi testi hanno fatto risuonare nella sua vita, e questo genera più fascinazione di quanto potrebbe mai fare un qualsiasi trattato più oggettivo. Ogni due pagine, avrei voluto mandare un messaggio alla mia amica dostoevskiana, condividere con lei un passaggio, chiederle cosa pensava di qualcosa che avevo appena letto. Ho creduto infatti di riconoscere nel saggio di Nori e finalmente di capire davvero tante cose di cui lei aveva già provato a convincermi.
Perché quel che emerge dall’opera è che la letteratura russa, se affrontata con cognizione, è in grado di cambiare la prospettiva sul reale, è in grado di ferire più di ogni altra letteratura, soddisfacendo quindi quello che è il suo compito fondamentale (anche Kafka, del resto, si e ci chiedeva: “Se il libro che stiamo leggendo non ci sveglia come un pugno che ci martella sul cranio, perché dunque lo leggiamo?”). Perché della letteratura russa non si può essere esperti, ma solo appassionati:
Koz’ma Prutkov [sosteneva che] “Nessuno abbraccia l’inabbracciabile”. [...] E io avevo pensato che [...] dei grandi scrittori come Gogol’, Dostoevskij, Tolstoj, Puškin e Checov nessuno poteva dirsi un esperto, eravamo tutti degli appassionati, perché si può essere esperti di tante cose, di cinema, di meccanica, di elettronica, di statistica, di raccolta differenziata, di agricoltura, di calcio, di pallacanestro, di sport estremi, di pattinaggio in linea, di tutto, tranne forse che di letteratura perché i grandi scrittori, i grandi libri, sono, forse, [...] inabbracciabili. (p. 20)
Perché, soprattutto, come ci ricorda l’autore, per scoprire la radura assolata, il luogo di pace che si nasconde al centro del bosco, vale la pena di attraversare le ramaglie e quindi, inevitabilmente, di sforzarsi di aprire il romanzo russo e arrivare oltre pagina 39.

Carolina Pernigo