sabato 19 dicembre 2020

#CriticaLibera - Serve ironia per raccontare l'infinito. Franco Battiato scritto da Aldo Nove (e vissuto anche da me)


Franco Battiato

di Aldo Nove
Sperling & Kupfer, 2020

pp. 256 
€ 17,90 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)


Chi ama Franco Battiato ricorda certamente il primo momento in cui l'ha ascoltato. Succede così con tutte le grandi passioni della nostra vita - direte probabilmente voi - ma con Battiato è diverso. Quel momento coincide con la nitida e inequivocabile sensazione di uno scoppio, una folgorazione che avviene da qualche parte nell'anima. Un momento di pura bellezza che non si può spiegare. 
In molti ironizzano da sempre sul fatto che le canzoni di Battiato non si riescano a spiegare e interpretare. È vero. Battiato non si fa spiegare perché non procede mai per narrazione (un tema che si dispiega in inizio-svolgimento-conclusione), bensì per intuizione.
E l'intuizione spesso ha la forma di frammenti, luci, oppure quella delle "scie delle comete" venute da tempi e spazi remoti a parlarci di mondi lontanissimi e altri sistema solari. Come si fa a spiegare tutto questo? 
Aldo Nove, che appartiene a quella schiera di esseri umani che hanno assorbito la musica del compositore siciliano come un tatuaggio sotto pelle, per l'appunto non lo vuole interpretare. 

Con il suo Franco Battiato (volume dall'intrigante copertina con il bianco e nero del Maestro che ci rivolge uno dei suoi sguardi vivaci e indagatori) vuole raccontarlo al lettore offrendone una visione che, per sua stessa ammissione, mira a essere sì quanto più ricca ma non rigidamente bibliografica o biografica. Gli studiosi di Battiato, d'altro canto, sanno bene che la sua vita è stata raccontata da lui stesso in modo alquanto impreciso negli avvenimenti, soprattutto per la parte che precede la carriera di cantante e il successo. E sanno anche che mettere in fila le tappe di una vita non è sufficiente a comporre il mosaico di un'esistenza come la sua, segnata dalla continua ricerca, tra crisi, elaborazione di nuovi sistemi, nuovi processi di messa in discussione e costruzione di significati. 

Aldo Nove, che veste i panni a lui senza dubbio propri dello scrittore più che quelli del biografo, racconta Battiato da una prospettiva personale e questo gli permette di ascoltare anche se stesso e di raccontarsi - prima ragazzino poi uomo adulto - grazie a quello che a più riprese chiama Il Nostro, perché è vero che Battiato fa parte di noi. Appartiene allo spazio comune delle nostre intuizioni e dei viaggi interiori che ci ha regalato con le sue canzoni. 
Procedendo per gradi, il volume abbraccia l'ampio arco della parabola battiatesca, dall'infanzia a Ionia - città sulla costa siciliana che oggi designerebbe i due distinti comuni di Giarre e Riposto che hanno il naso rivolto all'insù verso l'Etna e lo sguardo rivolto all'infinito del mare - fino al commovente inedito del 2017, Torneremo ancora
Tutto quello che sta in mezzo è un uragano di svolte e giravolte del pensiero (non solo musicale, ma artistico in senso lato), dove l'alto e il basso si rincorrono e si prendono per mano (l'uno può forse esistere senza l'altro? - ci chiede continuamente Battiato) e dove l'artista si smarrisce e ci fa smarrire, colti dallo stupore
La facoltà dello stupore (suo e nostro) è dunque il perno primordiale attorno a cui ruotano le opere di Battiato e Battiato stesso. Noi insieme a lui. (p.2)

Stupirsi per Battiato significa sforzarsi di comprendere quel mondo che a volte anche noi guardiamo da dentro, creature che nuotano in uno stesso mare, altre invece da fuori, come alieni venuti da lontano. 
E il tutto si complica notevolmente se si pensa che non esiste mai un unico mondo nella sua musica: i mondi sono sempre plurali e sfaccettati e l'unico modo per raccontarli è avvicinarli attraverso la spiritualità, la conoscenza, la filosofia. E soprattutto l'ironia, dote necessaria per raccontare l'infinito e la "tempiternità" (termine preso in prestito da Raimon Panikkar, studioso, religioso ed eremita, che indica nel presente l'unica esperienza possibile). 

Il libro è costruito secondo un impianto generale essenzialmente cronologico che a volte è spezzato da digressioni personali e dal ricordo dei tanti momenti in cui Battiato si è intrecciato alla vita dell'autore. Questa linearità in certi punti appiattisce un po' il racconto, rischiando di farlo scivolare quasi nell'aneddotico, in una sequenza di date e dati, mentre è proprio in quelle digressioni della memoria e nella rilettura più intima che Nove raggiunge i suoi punti più alti, in tutti quei momenti in cui cerca (e felicemente trova) le parole per omaggiare il Nostro Maestro: 

Ma torniamo a quel primo incontro con Battiato o, meglio, con la sua musica. Le note, una dopo l'altra, si dilatavano. Io stavo sopra ciascuna di quelle note come su un tappeto volante e guardavo tutto da lontano, e mi piaceva. Una nota mi trasferiva all'altra con grazia, mente un fondo costante, un rumore quasi spaventoso, formava una specie di cielo immobile che non comprendevo, per fortuna non comprendevo, come dentro un miracolo o un'estasi che non volevo interrompere. (p. 9)

Di Battiato Nove ripercorre soprattutto il percorso mistico, quella sua particolare spiritualità sempre indagata attraverso lo studio e l'intuizione, la stessa che lo portò ancora bambino a scrivere su un foglio bianco: "Io, chi sono?". Questa domanda tornerà sempre nella sua opera, incisa com'è da punti interrogativi ed enigmi più che da risposte. 

La gavetta e gli anni della fame a Milano, le prime esperienze (quasi cabarettistiche) sui palcoscenici della grande città, le "leggere" canzoni giovanili.
Le crisi di alienazione del 1971, annus horribilis ma di incredibile importanza strategica, e l'avvicinamento alla meditazione, e poi Fetus (1972), primo dei trenta album in studio che l'hanno consacrato anno dopo anno come l'artista indefinibile che sfugge al compiacimento del pubblico, alle etichette commerciali dei discografici, alle categorie astratte dei critici, alle maschere di chi voleva renderlo personaggio e non persona.
A Battiato il successo non è mai bastato: ha sempre cercato altre vie, altri suoni, altro sentire. 
Il libro permette a chi non conosce ancora tutto di Battiato di comprendere anche quali incontri gli abbiano permesso di sviluppare se stesso in modo così eclettico: il produttore Pino Massara e il pubblicitario Gianni Sassi, il compositore Karlheinz Stockhausen, il violinista Giusto Pio, Francesco Messina, l'artista che ha realizzato molte copertine dei suoi album, la straordinaria Carla Bissi, in arte "Alice", che ha legato la propria voce alla sua in un inscindibile controcanto, Giuni Russo e Manlio Sgalambro, amico, sodale, compagno dello spirito nel suo senso più comprensivo.
E anche gli incontri del pensiero che hanno donato spunti e prospettive al suo creare: Georges Ivanovič Gurdjieff, René Guénon, Sant'Agostino, i mistici indiani...

Dal pop allo sperimentale, dal collage sonoro alle opere colte, dal sintetizzatore VCS3 al violino, Battiato non si è mai ripetuto, non ci ha mai regalato una canzone simile a un'altra.
Ognuna di loro è illuminata - alcune davvero risplendono come gemme - da una sua irriducibile irripetibilità, memori della lezione di Eraclito che ci insegna che non possiamo bagnarci mai due volte nello stesso fiume perché l'acqua scorre di continuo e noi con lei, nomadi in un viaggio che non finisce mai.

BATTIATO E IO: SEGNALI DI VITA, SEGNALI DI SICILIA

Io ovviamente me la ricordo la prima volta che ho ascoltato Battiato. Avevo quindici anni e a farmi innamorare è stata Segnali di vita, che ancora oggi domina la classifica delle sue canzoni che amo di più.
Ero nella mia camera e ricordo di aver cercato subito il testo. Mi sono ritrovata immersa in un mondo che parla di luci che si accendono nelle case all'imbrunire e di meccaniche celesti.
Ecco la prima grande illuminazione: il transitorio della nostra esperienza mortale si unisce alla ricerca del tutto, all'invocazione di un altrove ("lo spazio cosmico si sta ingrandendo e le galassie si allontanano"). Unito a ciò, la canzone parla di un uomo che ha una infinita voglia di cambiare, che sente "il bisogno di una propria evoluzione". La me adolescente capiva che c'era qualcosa in quelle parole che parlava anche di lei ma non poteva cogliere bene che cosa fosse: in quel momento, infatti, stavo cambiando anche io.

Negli anni ho intrapreso una scoperta solitaria di (quasi) tutto ciò che Battiato aveva prodotto in passato, con veri e propri innamoramenti che dopo anni avrei condiviso con alcuni amici ma che per molto tempo ho tenuto solo per me con curiosità e anche con gelosia.
Certamente accanto alla capacità di disintegrare il tempo e lo spazio in frammenti di stupore, a risuonare in me è anche quell'anima siciliana che trova massima espressione in alcune straordinarie canzoni in dialetto (Stranizza d'amuri, Strade parallele - Aria siciliana, Veni l'autunnu, Bulgarian song...) ma che in realtà dà linfa a tutto quello che Battiato ha prodotto. 

Nella sua musica c'è l'asprezza della terra vulcanica e la generosità dei nostri frutti, il nero della cenere e il bianco della luce, ci sono tutte le contraddizioni dell'insularità (a volte condizione privilegiata, altre esperienza del vuoto e dell'angoscia), c'è l'orgoglio di essere siciliani unito alla sua miseria, e soprattutto la bellezza della nostra "isola plurale" che, "come la Ionia di Eraclito e Anassagora è magica e richiama sempre coloro che gli appartengono", per usare le parole di Sgalambro. 
La ricerca di questa bellezza è come la caccia alle farfalle che Franco faceva da bambino. 

Col tempo ho capito che Franco Battiato, unico tra tutti i musicisti, riesce a parlare della mia casa e a parlare di me. Per questo non esiste - e mai in futuro esisterà - nessuno capace di muovere in questo modo le corde del mio cuore.


Claudia Consoli