venerdì 13 marzo 2020

"Novantanove notti nel Lowgar": raccontare un mondo altro

Novantanove notti nel Lowgar
Jamil Jan Kochai
Einaudi, febbraio 2020

Traduzione di Norman Gobetti

pp. 264
€ 19,50 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook) 

Questa storia è tante storie, dentro e fuori dalla pagina. È vicenda editoriale, di un debutto molto interessante, apprezzato dalla critica internazionale, passato un po’ troppo in sordina nel contesto nostrano nonostante la pubblicazione per un editore prestigioso come Einaudi. È letteratura che tenta di mettere in ordine nel caos o quanto meno provare a venirne a patti. È storia che si apre a innumerevoli altre, sotto trame e spunti che arricchiscono e un po’ confondono il lettore che viene travolto da questo mondo di cantastorie e termini che tante volte non comprende. È racconto di conflitto, tra il luogo in cui siamo cresciuti e la terra dei padri cui apparteniamo. È storia di un’avventura mirabolante, in cui realtà e fantasia si confondono, perché poco importa dopotutto tracciare confini tanto netti.
Novantanove notti nel Lowgar è un romanzo in cui non è facile entrare e dentro il quale in un certo senso si resta invischiati, storditi dalle miriadi di voci, personaggi, storie raccontate quasi mai per intero, tradizioni, odori e parole sconosciute. Kochai rifiuta di fornirci una mappa per orientarci in questo mondo e se la mancanza almeno di un vocabolario minimo all’inizio della lettura mi aveva un po’ indispettita, pagina dopo pagina e soprattutto a lettura conclusa credo di averne capito le ragioni: quella mancanza di riferimenti, linguistici e culturali, spaziali perfino, era necessaria, per tentare almeno in parte di comprendere lo straniamento, il conflitto, di Marwand il giovane protagonista, di Kochai stesso, pakistano di nascita e cresciuto negli Stati Uniti.
Kochai tenta un’impresa per niente facile nel raccontare un mondo altro, lontanissimo dalla cultura che la maggior parte di noi conosce o più facilmente riesce a comprendere, e in qualche modo avvicinarsi a tutti i lettori, rinunciando alla retorica, al sentimentalismo. Critici autorevoli lo hanno accostato a Huckleberry Finn e alle sue avventure lungo il Mississippi: ci sono senza dubbio molti punti in comune tra le due storie, leggiamo le vicissitudini di Marwand e corriamo con la mente a quelle di Huck, riconosciamo il confronto-conflitto generazionale, la fatica di trovare sé stessi e il proprio posto in un mondo complicato – dalla guerra, dallo schiavismo.

Anche in questo caso, la vicenda principale ne racchiude al suo interno molte altre, che si aprono a spunti di riflessione importanti. C’è al cuore la storia di un ragazzino di dodici anni, Marwand appunto, cresciuto negli Stati Uniti e tornato a passare l’estate – quella del 2005 – nella terra d’origine della sua famiglia, un villaggio del Lowgar, dove si ritrova immerso in una cultura che per un attimo sembra sopraffarlo: pur avvertendo fortissimo il richiamo di quella terra, della famiglia, è comunque un outsider, almeno in principio. La lingua, prima di tutto, è il segno più importante di questa distanza:
Agha si mordeva il labbro e mi lanciava un’occhiataccia, dicendo senza dirlo che la nostra lingua è la nostra vita è la nostra anima è il nostro sangue […]. (p. 25)
Insieme a lui anche il lettore partecipa a questo conflitto linguistico, scorrendo lungo la storia numerosi termini che ignora. I dialetti, i nomignoli con cui affettuosamente ci si chiama tra membri della stessa famiglia, ma anche le tradizioni, i luoghi, i legami, il modo stesso di vivere, sono un mondo nuovo di cui non è sempre facile comprendere le regole. Outsider, però, Marwand lo è anche negli Stati Uniti, in un modo più sottile e crudele:
[…] a volte mi chiedono dove si nasconde mio nonno, così possono andare ad ammazzarlo, e pensano che mi arrabbio perché vogliono ammazzare Bin Laden, e a volte lo dicono come se scherzassero, e come se io stessi al gioco, a volte invece, dopo che hanno smesso di ridere, se ne stanno lì a guardarmi senza dire niente, come se si aspettassero davvero che gli dica dov’è Bin Laden. Così possono andare ad ammazzarlo. (p. 22)
Cambiano le motivazioni – se mai di motivazioni si possa in alcuni casi parlare – ma quel senso di estraneità, di rifiuto, ferisce allo stesso modo. C’è però, in questa terra martoriata da guerre e corruzione, un richiamo del sangue cui Marwand in breve tempo risponde, aiutato da quelle storie che raccontano le mille sfumature e contraddizioni del Paese, riscoprendo la lingua, i sapori, i legami famigliari. Ecco, anche di questo, in fondo si tratta, dei legami famigliari: l’avventura con i cugini – alla ricerca di quel cane-demone chiamato Budabash – , i segreti sussurrati dalle donne, le difficoltà affrontate in tanti anni di conflitti, la lontananza e i ritorni. I conflitti, così tanti da aver perso il conto, cambiano le armi, i nemici, ma il risultato è sempre lo stesso e la pace sembra impossibile da costruire quanto quella strada asfaltata, che a ogni metro conquistato ne perde altrettanti sotto le bombe.

E, ovviamente, il confronto generazionale, i padri e i figli. Perché appena sotto la superficie, questa storia – come nella migliore tradizione – è molto più dell’avventura di un gruppo di ragazzini, ma “nasconde” al suo interno uno sguardo sul mondo complicato degli adulti, sui rapporti nella società afgana, sul senso di estraneità e appartenenza. Noi e loro, qualche volta, sono anche i genitori e i figli, un rapporto complicato dal vivere in una società che tende all’esclusione di chi, in quel dato momento storico, è generalemente riconosciuto come “diverso”:
Mio padre lavorava. Dalle sei del mattino alle sette di sera trasportava barili di pesticidi, guidava camion e ridisegnava i giardini dei quartieri bianchi. Nei giorni feriali, in quelli festivi, e anche durante le vacanze. A volte quando tornava a casa era così stanco che riusciva solo a sedersi nella sua poltrona, bere un chai e fare due parole con Moor. Sembrava che si sforzasse in ogni modo di non farci del male. Me ne accorgevo anche allora, della fatica che gli costava non farsi distruggere, e non distruggere noi. (p. 133
Distruggere”: è una parola pesantissima, che Marwand riferisce al padre tanto nei confronti di sé stesso quanto alla sua famiglia, che si imprime a fuoco nella mente del lettore, che assume di volta in volta sfumature diverse. Lo sforzo di un uomo estraneo nel paese che ha scelto, mai davvero accolto, e dei suoi tentativi di non perdersi.

Non è stata una lettura semplice e nemmeno scorrevole, per le scelte linguistiche, la folla di personaggi dai contorni a volte sfocati, le innumerevoli storie anche solo accennate e a tratti quel realismo magico con cui personalmente non ho mai avuto grande affinità: eppure, il racconto di Kochai si illumina di brani e riferimenti solo all’apparenza casuali, che spalancano mondi e ci costringono a confrontarci con essi, con il nostro pregiudizio, con le verità che con arroganza crediamo di avere in tasca. E proprio qui, alla fine, risiede la chiave di lettura di questa storia.