lunedì 13 gennaio 2020

Il primo romanzo della collana "Incursioni" di Italo Svevo: «Alba senza giorno» di Fernando Coratelli


Alba senza giorno
di Fernando Coratelli
Italo Svevo edizioni, 2019

pp. 312
€ 18,00 (cartaceo)

Lei non ha mai visto il mare.
Non hai mai visto il mare?
No, non l’ho mai visto.
Allora devi portarcela, cugino.
Certo, ce la porterò, dice Stoian sorridendo.
Stéphka si stringe al suo braccio. Dragan li guarda di sottecchi, È così bella. Devi farle questo regalo, mi raccomando. (p. 35)
 Coratelli nel suo romanzo, che segna l’apertura della nuova collana di narrativa Incursioni della casa editrice Italo Svevo, ha deciso di raccontare tre diverse storie che, pur incrociandosi più volte fra loro e arrivando a collidere nel finale – e non è un’anticipazione questa, visto che in quarta di copertina leggiamo che questa è «una storia che parte da un ghetto di Plovdiv, in Bulgaria, e si conclude con tre colpi di pistola alla fermata Romolo della metro di Milano» –, mantengono una loro identità.
Troviamo qui un primo aspetto critico di questo romanzo, che poi è un aspetto critico di molti romanzi corali: narrare tre storie separate, con personaggi e vicende proprie, senza per questo far percepire al lettore uno sfilacciamento nella trama generale. Se in alcuni momenti questo senso di dispersione rischia di venir fuori, soprattutto nella parte centrale del libro, per la stragrande maggioranza del tempo è palpabile invece come le tre storie stiano convergendo, nei tempi e nei modi che l’autore ha ritenuto più opportuni, verso un punto ben preciso.
È vero infatti che Stoian e Stéphka sono due rom in fuga dalla Bulgaria e alla ricerca della felicità attraverso mezza Europa; è altresì vero che Martina è una madre fresca di separazione dal marito e vive in una Milano multietnica e dominata dalla Lega, nella quale è forte la percezione di un’immigrazione senza controllo; è infine vero che la storia di Tonino Cortale e della guerra fra clan mafiosi rivali rimanda a un genere di narrativa avulso dai primi due: se tutto questo è vero, è altrettanto vero che tutte e tre le storie rappresentano una componente concreta della realtà italiana contemporanea, ed è qui che il romanzo di Coratelli trova il suo punto di forza, ossia narrare con schiettezza come stanno le cose, senza pietismi o isterie.
Vero è anche che alcune vicende sono trattate meglio di altre, com’è inevitabile. La storia di Tonino non riesce a generale nel lettore compassione o empatia verso i personaggi, ma forse è così che devono andare le cose: d'altronde lui è uno dei tanti sicari della mafia calabrese, ha una famiglia a cui sembra legato solo per questioni formali, va a prostitute e ha della vita umana (altrui) un concetto bassissimo che rasenta lo zero assoluto.
Con Martina la situazione cambia, e qui il Leitmotiv sembra essere la stereotipizzazione di certe idee razziste e xenofobe che, soprattutto negli ultimi anni, sono nate nei confronti degli immigrati e soprattutto dei rom: leggiamo qui frasi qualunquiste come il fatto che gli stranieri ci rubino il lavoro, tutti gli zingari rubino eccetera. Per quanto banali siano alcuni concetti espressi nel romanzo, è pur vero che non affondano le radici nel nulla, anzi, in questo Coratelli è bravo a comporre un ritratto fedele di quanto avviene nelle strade di una qualsiasi città italiana soggetta a flussi migratori. Una certa politica ha proprio su questa realtà fatto leva per raggiungere posizioni di rilievo, dopo tutto.
Più interessante – e non a caso più pagine le sono dedicate – è la storia romantica di Stoian e Stéphka, con i quali riusciamo veramente a empatizzare: loro sono quello che sono, due ragazzi innamorati alla ricerca di un posto dove vivere insieme e costruire una famiglia. Anche qui il pietismo non trova spazio, perché i due non sono rappresentati come eroi della contemporaneità e non sono esenti da imperfezioni caratteriali – fermo e immutabile è il rapporto di subordinazione della donna all’uomo, come da tradizione, ad esempio – ma questo non fa che renderli più umani. Con loro entriamo nel mondo dei campi rom, di lavori al limite della legalità, ma anche di una rete che si estende da est a ovest, da nord a sud, fatta di famiglie sparse per l’Europa e di una lingua che travalica i confini nazionali. È una bella storia, la loro, composta a tinte chiaroscure, e che rimanda anche alla nostra storia, quando dalla parte dei migranti c'eravamo noi italiani.
Alba senza giorno è un romanzo corale, si è detto, ma fra le voci del popolino e di personaggi che troviamo e lasciamo in poche pagine emergono con forza quelle dei quattro protagonisti che, ognuno a modo suo, sa raccontarci qualcosa di quello che siamo stati e che siamo diventati. Il finale, c’è da dire, arriva un po’ previsto anche a causa della quarta di copertina, e ciononostante la tensione è palpabile, così come viva resta la speranza che l’umanità, pur nel piccolo, sia ancora in grado di discernere il bene dal male.

David Valentini




Un post condiviso da CriticaLetteraria.org (@criticaletteraria) in data: