sabato 4 maggio 2019

#CriticARTe - "Cominciamo a immaginare": la proposta di Maurizio Corrado per aggiustare la storia "sbagliata" del design (italiano e non)

Design.
Una storia sbagliata

di Maurizio Corrado
Armillaria Edizioni, 2019

pp. 158
€ 12,00



Sulla copertina di Design. Una storia sbagliata, l’ultimo libro dell’architetto, docente e scrittore Maurizio Corrado appena pubblicato da Armillaria, c’è una graffetta in trompe l’oeil: lo strumento di cancelleria spunta dal bordo superiore, restituendoci la perfetta illusione di starsene a cavallo della pagina. Non si tratta di una scelta meramente decorativa, e del resto chi ha imparato a conoscere la collana I Cardinali sa bene che l’uniformità della tinta unita non viene mai contaminata a caso. Questa graffetta così protagonista, che vale anche come invito a prendere appunti in corso di lettura, è soprattutto il simbolo della vera essenza del design, quella che purtroppo è andata perduta nel corso dei decenni a tutto vantaggio di un sistema  votato all’eccesso produttivo, all’obsolescenza programmata, all’inquinamento ambientale e, in fin dei conti, all’inutilità (nel pieno rispetto, né più né meno, della politica industriale del Novecento):
«1867. L’americano Samuel B. Fay è il primo a brevettare una graffetta che poi verrà perfezionata fino ad assumere la forma in cui la conosciamo. È questo genere di oggetti che costituisce uno dei migliori lati del design, piccole cose che ci aiutano tutti i giorni, in silenzio e senza pretese. Quando la storia del design s’intreccia con quella delle invenzioni, possono nascere questi piccoli miracoli silenziosi» (p. 23).
Il lato per così dire filantropico del design, dunque, esiste, è sempre esistito. Ma le buone intenzioni del settore, ovvero quelle di migliorare la vita dell’uomo in modo geniale e poco invasivo, si sono perse ben presto per strada. Il chiasso ha sostituito quella moderazione di volume così salutare per il nostro benessere (esattamente come un buon trucco, che c’è ma non si vede), e la ridondanza di forme facilmente replicabili e smerciabili ha fatto il resto. Que reste-t-il, dunque, de notre design?

La questione ecologica sta evidentemente molto a cuore a Maurizio Corrado, docente alla Scuola di Architettura e Design dell’Università di Camerino, all’Accademia di Belle Arti di Bologna e di Verona, nonché membro dell’Osservatorio permanente di design ADI. Oltre all’esperienza in qualità di organizzatore di mostre ed eventi culturali e alle collaborazioni con la televisione e la carta stampata (è stato direttore di collane editoriali e riviste), l’autore si occupa da più di vent’anni di ecologia del progetto, e sono numerosi i suoi saggi su design e architettura ecologica. È dunque facile intuire come, nella sua ottica, tutti gli sbagli di questo settore vadano a coincidere con ciò che ne ha reso la presenza eccessiva, temporanea e superflua. Un processo che, a partire dal Settecento, ha richiesto del tempo per affermarsi al massimo del suo potenziale produttivo (e, va da sé, distruttivo), determinando una mutazione profonda negli esseri umani e nel loro modo di stare al mondo. Come ben sintetizzato nella Premessa:
«da un tipo di vita che comprendeva immaginare, costruire, riparare, scambiare, comprare, si è passati a una modalità che prevede solo comprare, consumare, rifiutare. L’anima delle cose è cambiata. La quantità, la serie, l’identico, sono conseguenze del sistema industriale che ci ha abituati all’uniformità, tanto che il diverso diventa difetto e male. L’unica azione rimasta è l’acquisto compulsivo e perennemente insoddisfatto» (pp. 5-6).
Che fare, dunque, per sanare una crisi che riguarda l’intero pianeta? Prima di tracciare una possibile nuova via di riflessione e di azione, Maurizio Corrado propone innanzitutto un ripensamento complessivo di quanto accaduto nel più recente passato della storia del design (ovvero nel corso del Novecento e poco oltre): non solo per ripercorrerne i principali snodi evolutivi al fine di individuare la matrice di tutti quegli errori che sarebbero costati cari alla categoria, ma anche per individuarne i semi di quel pensiero critico che ancora può germogliare e dare buoni frutti. Rievocare la strada fatta finora è utile per immaginare altre direzioni possibili, perché «la stessa storia, vista da un altro punto di vista, diventa un’altra storia. Questo testo vuole andare nella direzione di chi cerca soluzioni a quella che un poeta avrebbe forse chiamato una storia sbagliata» (p. 6).

Maurizio Corrado sintetizza così l’evoluzione del design occidentale in quattordici agli capitoletti, intervallandoli con rielaborazioni grafiche dedicate a una selezione significativa di oggetti iconici (la già citata graffetta, ma anche la più classica molletta da bucato, la sedia Thonet, la Moka Express Bialetti, la Coppa Martini, la bottiglietta del Campari, lo sgabello Bamboo e molti altri) e facendoli precedere da epigrafi riassuntive a dir poco lapidarie, che lasciano intendere l’intenzione franca e transitiva del volume ma anche la verve tra l’ironico e il sarcastico che talora caratterizza la trattazione; si veda, anche a proposito di recenti esternazioni circa “le cose buone” fatte dal fascismo, quella relativa agli anni Trenta: «dove si celebra Parigi come crogiolo di artisti, in Italia nasce la Triennale, in America soffia il vento dell’airstream, arrivano inquietantemente insieme consumismo e nazismo, e Mussolini ha fortuna con gli architetti» (p. 63).

Nel non semplice tentativo di riassumere oltre un secolo di avvenimenti, tendenze e scuole di pensiero in poco più di 150 pagine, Maurizio Corrado ha le idee chiare su quali siano stati i principali malintesi che hanno portato alle suddette criticità attuali, a partire dalle idee espresse da Adolf Loos in Ornamento e delitto (1908) – dove si annida «l’idea strisciante che fa germinare l’estetica di quello che sarà il Movimento Moderno, una visione morale che abilmente si nasconderà dietro a parole come razionalismo e funzionalismo, fino ad aderire colpevolmente alle sole necessità dell’industria» (p. 37) – passando per il Bauhaus, la scuola tedesca che ha legittimato in toto le dinamiche nefaste della produzione massiccia e seriale:
«nato con ottimi intenti, officina di sperimentazione anche nella formazione, in una lettura a posteriori il Bauhaus si è rivelato l’arma più affilata ed efficace per la diffusione delle idee di semplificazione e standardizzazione necessarie allo sviluppo del metodo di produzione industriale. L’industria ha trovato nel lavoro della scuola la migliore giustificazione culturale per continuare a perseguire le logiche del profitto di pochi a scapito di molti, che sono sempre state alla base del suo sviluppo» (p. 46).
Come sopravvivere, dunque, al consumer engineering e al consumismo totale degli anni Trenta, ai “mitici” Cinquanta e al boom degli elettrodomestici e della plastica (che in Italia, con l’invasione dei filati da essa derivati, comportò la crisi della fiorente produzione della canapa) e all’edonismo degli anni Ottanta, in cui la logica pervasiva dell’intrattenimento inebetiva a tal punto l’individuo da farlo sentire vivo solo all’atto dell’acquisto e del consumo? Di grazia e per fortuna, Maurizio Corrado ci ricorda come la storia sia stata scritta anche da personaggi visionari e controcorrente come Antoni Gaudí, che concepiva il progetto come una continuazione dell’opera delle natura e studiava le sue soluzioni non per imitarla ma per apprenderne i segreti e svilupparli in uno spirito di cooperazione: 
«la sua opera ricorda che esiste un altro modo di concepire lo spazio, un modo che parte dalle necessità dell’uomo e non dell’industria, e che cerca soluzioni nell’opera della natura. Pensiamo alla tristezza e al degrado delle nostre periferie, tutte costruite con i parametri del Movimento Moderno e la complicità delle necessità del sistema industriale. Pensiamole costruite alla Gaudí. Basterebbe questo per porre l’analisi delle sue opere al centro della didattica architettonica e del design contemporanea» (p. 55).
Nel ripercorrere le stagioni delle utopie e delle visioni (pronunciandosi a favore delle seconde, pericolose perché possibili, reali, davvero capaci di mettere fine al sistema), l’autore si dichiara più e più volte convinto di come quanto è stato fatto finora non sia ancora sufficiente: non è bastata l’uscita nel 1971, a New York, di Design for the Real World: Human Ecology and Social Change di Viktor Papanek, anticipatore di tutti i grandi temi della cultura ecologica e del progetto sostenibile; non è bastata l’operazione culturale dell’autocostruzione tipica degli anni Novanta; e ancora non basta, nell’attuale momento della grande rivoluzione elettronica basata sul credo del business is business, per cui la stessa raccolta differenziata è diventato un ulteriore stratagemma  del sistema per ricavare denaro, il grande battage pubblicitario sulle tematiche green:
«in questi anni le ragioni dell’ecologia provano a crearsi uno spazio, cercando di far entrare nel mondo del design modi di produzione alternativa, oggetti che cercano di seguire filosofie di vita ecologiste, ma sempre con scarsi risultati, almeno dal punto di vista della produzione industriale. C’è una ragione molto semplice per questo: ecologia e industria stanno su parti opposte della barricata. La maggior parte delle battaglie ecologiche prendono le mosse da modelli di vita, di produzione, di comportamento generati dalla rivoluzione industriale e dai comportamenti che necessita. Difficilissimo conciliarle» (p. 125).
Per superare questo stallo, Maurizio Corrado ha una proposta radicale, che chiede all’uomo di evolversi rispetto alla sedentarietà (a suo tempo considerata un’evoluzione rispetto al nomadismo) che costringe all’acquisto di oggetti su oggetti: per l’autore, oggi più che mai, bisogna andare oltre la casa, attrezzarsi in questa prospettiva e vivere di più all’aria aperta. L’unico design utile per l’uomo del futuro sarà quello «che costringe la mente ad accendersi», «che interviene sul miglioramento concreto della vita»: «il termine design è abbinato a concetti molto differenti fra loro; qualunque sia il design di cui ci occupiamo, ciò che importa è che serva a svegliare la coscienza e non ad addormentarla» (pp. 143-144):
«una possibilità reale è lavorare sul design come attrezzatura (…) non è più necessario possedere, è necessario essere, conoscere, saper fare. La sfida per i nuovi progettisti è spostare l’attenzione dagli oggetti all’attrezzatura, un totale cambio di punto di vista (…) va abbandonata proprio l’idea di casa, va lasciata indietro, con nostalgia, certo, come una cara vecchia cosa del passato in cui ormai stiamo stretti e che non ci rispecchia più. Andiamo oltre la casa, attrezziamoci» (pp. 147-148).
La proposta di Maurizio Corrado è, con tutta evidenza, una sfida: solo il tempo, in base alle risposte, ne darà conto. Ciò che è certo è che nell’avere voluto raccontare Una storia sbagliata del design ha dato vita a un volumetto che mette insieme l’utilità del compendio e l’allerta del memento. Il suo Design, avvantaggiato dal formato piccino che lo fa tenere in una tasca, è una lettura che tutti, in quanto consumatori più o meno consapevoli di oggetti, dovremmo fare. Tanto più che l’invito conclusivo non è di francescana spoliazione, ma mira al più inestimabile degli arricchimenti:
«non è certo una novità affermare che il sistema industriale ha fallito, di conseguenza anche gli oggetti di produzione industriale vanno ripensati, spostando l’attenzione non solo sulla durata, ma soprattutto sul fare, sulla capacità di ognuno di inventare la propria vita e gli strumenti per attuarla. Ragionare su materiali non trattati industrialmente e su sistemi di produzione a scala umana non è solo un’azione politica, ma potrebbe diventare necessario in un mondo che si avvia verso la saturazione. Possiamo provare a fare come tre milioni di anni fa, quando qualcuno guardando un sasso fece un’azione totalmente rivoluzionaria. Cominciamo a immaginare» (p. 149).

Cecilia Mariani




"1867. L'americano Samuel B. Fay è il primo a brevettare una graffetta che verrà poi perfezionata fino ad assumere la forma in cui la conosciamo. È questo genere di oggetti che costituisce uno dei migliori lati del design, piccole cose che ci aiutano tutti i giorni, in silenzio e senza pretese. Quando la storia del design si intreccia con quella delle invenzioni, possono nascere questi piccoli miracoli silenziosi". Il libro di Maurizio Corrado appena pubblicato da Armillaria Edizioni @armillaria_edizioni ha un sottotitolo esplicito - "una storia sbagliata" - e un messaggio di fondo altrettanto chiaro: conoscere l'evoluzione del design serve per ritrovare un'alleanza tra noi e le cose, e oggi più che mai ce n'è un bisogno assoluto. Perché il design, che non è corpo - anzi: è tutto ciò che non è corpo - ci ha cambiato, e ha cambiato il pianeta in cui viviamo. Recensione di Cecilia Mariani presto sul sito! ✏📏📐📎#libro #book #instalibro #instabook #leggere #reading #igreads #bookstagram #bookworm #booklover #bookaddict #bookaholic #libridaleggere #librichepassione #libricheamo #criticaletteraria #recensione #review #recensire #recensireèmegliochecurare #design #designunastoriasbagliata #mauriziocorrado #armillaria #armillariaedizioni
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