sabato 23 marzo 2019

Il colore dei fiori: perché la bellezza fa (ancora) paura?


Il colore dei fiori
di Darroch & Michael Putnam
L'Ippocampo, 2018

Traduzione di Paolo Bassotti

pp. 482
€ 25


Aprite la mente a ogni forma di bellezza. Constance Spry
Al centro de Il colore dei fiori di Darroch e Michael Putnam si trova la bellezza; è l'estetica il fulcro, l'anima narrante del libro, una corposa serie di fotogrammi che ritrae in deliziosa sequenza 400 tipi diversi di fiori, che si snodano tra le pagine del volume in una scala cromatica dal bianco candido ai toni del viola e quasi del nero.
Darroch e Michael Putnam sono una coppia nella vita e nel lavoro: la loro storia professionale si avvicina alla favola, o più prosaicamente alla realizzazione dell'American Dream che fa sognare milioni di esseri umani. Si conoscono giovanissimi, si innamorano, lavorano per anni nel settore del design d'interni (Michael) e del fotoritocco (Darroch), fino a che l'hobby comune di creare e fotografare composizioni di fiori li conduce a un servizio su Vogue e, a seguire, all'inaugurazione del loro Studio sulla 28esima West, dal quale dedicarsi ogni giorno alla loro passione.
Il volume de L'Ippocampo costituisce per il neofita una guida pratica, rapida e affascinante alla scoperta del mondo dei fiori: i loro colori, ma anche la stagionalità di essi, le incredibili e infinte varietà attraverso cui si declinano quelli più conosciuti (solo della comunissima Rosa si contano quasi 40 tipologie!) aiutano nella conoscenza, ma anche nell'allenamento, nell'educazione del gusto.

Ci sono libri che si leggono, e sono la maggior parte di quelli che incontriamo sulla nostra via, che scegliamo quando entriamo in una biblioteca. Ma ci sono anche libri che si contemplano, che contribuiscono a evolvere una parte del nostro io che spesso trascuriamo, a favore del più nobile (secondo la maggioranza) intelletto: il nostro gusto estetico, appunto, il sentimento, come lo chiamano i filosofi dell'estetica.
Non è un caso se, all'interno dell'orizzonte filosofico, che origina nell'Antica Grecia, l'estetica si sia affermata come scienza a sé stante solo a partire dal XVIII secolo.
Siamo stati abituati a ritenere il bello, il gradevole ai sensi, qualcosa con minor dignità, minor valore di tutto ciò che può invece essere conosciuto attraverso l'esercizio della mente.
Perché il bello fa così paura?
Perché si ritiene che possa essere esperito soltanto attraverso i sensi e, dunque, che sia soggettivo, individuale, privo di dimensione ontologica. Inoltre, l'estetica è stata per secoli legata a doppio filo all'arte. Ma se nel Novecento si è scoperto che arte e bello non devono essere per forza sinonimi, che l'arte ha un ruolo differente dal veicolare il gradevole, e che si assesta nel raccontare il reale e stimolare la riflessione, a cosa si riduce il raggio d'azione del bello?

Potrebbe trattarsi di mera speculazione filosofica, ma il ruolo del bello nella nostra vita è concreto, innegabile. Libri come Il colore dei fiori aiutano a riflettere su questo tema: siamo in un'epoca in cui, essendosi dissolta la connessione tra estetica e arte, si è affermata una "everyday aesthetics", che pretende di ammantare di valore estetico ogni aspetto prosaico della quotidianità (l'esperienza gastronomica, sportiva, lavorativa).
Poter sfogliare il bello, scoprirne i dettagli didascalici, ma anche gli aspetti tecnici che si celano dietro un fiore elegante, un'idea di composizione, conduce alla scoperta del valore ontologico dell'estetica, del suo significato irriducibile. Il bello è una categoria del reale, che può essere esperita a prescindere dalla destinazione d'uso dello strumento attraverso cui si afferma.

La decisione di Michael e Darroch Putnam di classificare i fiori in base ai loro colori e non alle loro caratteristiche ("fatevi guidare dal colore e poi, successivamente, scoprite la stagionalità e la reperibilità del fiore che vi piace"), è l'invito a lasciarsi governare, per una volta, in un mondo che allontana con orrore l'idea del sentimento come bussola dell'agire, dall'istintiva coscienza estetica di ognuno di noi.

Lasciamo entrare il bello nella nostra vita, non spaventiamoci alla sua vista, non barrichiamoci in una roccaforte di intelletto: non siamo davanti a un ossimoro, tra estetica e intelletto non dobbiamo necessariamente scegliere: e soprattutto, non è detto che il secondo debba prevalere.
Scegliamo un fiore perché ci piace, per la sua bellezza. Solo dopo, scopriamone le caratteristiche e scegliamolo anche per la sua "tecnicità". Non vergognandoci dell'esperienza dei nostri sensi, possiamo scoprire un nuovo modo di agire intellettualmente: riscoprendo la dignità del bello, rendendolo oggetto di una scelta pensata.

Barbara Merendoni