martedì 15 gennaio 2019

Il politicamente corretto come espiazione delle colpe dell'occidente nel saggio di Eugenio Capozzi

Politicamente corretto. Storia di un’ideologia
di Eugenio Capozzi
Marsilio, 2018

pp. 206
€ 17


La visione eticista della storia coloniale poneva le basi per una serie di vincoli restringenti a tutte le branche discorso pubblico in tema di rapporti tra culture. L’Altro rispetto all’Occidente doveva necessariamente, in quanto alienato dall’imperialismo, essere raffigurato come buono, innocente, vergine. Ogni confronto di civiltà, di modello socio-politico tra paesi industrializzati ex coloniali e il terzo mondo non poteva essere concepito come astrattamente oggettivo: i pregi del secondo andavano ricondotti alle origini autoctone, mentre i difetti dovevano essere addebitati a cause esterne, cioè alle colpe dei primi. (pp. 77-8)

Nella citazione riportata è racchiusa, in una summa estrema, il pensiero al fondo di questo saggio storico-politico-filosofico. Il concetto di base, infatti, è che, se oggi ci ritroviamo con «Il finale della Carmen riscritto. Una petizione per rimuovere dal Metropolitan di New York un quando di Balthus contestato per presunta pedofilia. Ovidio bandito dalle università americane perché offensivo e violento» (bandella di sinistra) c’è un motivo, e quel motivo è da rinvenire nel senso di colpa dell’occidente (e nello specifico dell’Europa) per l’eurocentrismo dell’epoca moderna, per il suo passato coloniale, per l’imperialismo e, last but not least, per la catastrofe del nazismo e della seconda guerra mondiale.
L’avvio dell’epoca contemporanea post colonialista e post guerra fredda, infatti, avrebbe coinciso con una diversa percezione dell’occidente il quale, con la sua pretesa di dominio globale e di un’esportazione forzata della democrazia e dei diritti civili e umani, avrebbe percepito se stesso come l’elemento inquinante del mondo, la causa di tutte le catastrofi che, anche in buona fede, ha causato a questo pianeta: lo schiavismo, le guerre, l’inquinamento globale, la negazione dei diritti dei popoli assoggettati attraverso il mancato riconoscimento della loro specificità. In una visione altamente manichea l’occidente, dapprima depositario di una verità inestinguibile, avrebbe visto se stesso come il male e gli altri mondi (l’oriente, ma anche il sud del mondo) come il bene. «Alla base di quel sentimento stava l’idea diffusa secondo cui le culture dei popoli extraeuropei assoggettati erano depositarie di un’“innocenza” originaria macchiata dai dominatori» (p. 61).
La riscoperta dell’altro, inteso come cultura depositaria di riti, verità e concezioni del mondo diversi dai nostri ma altrettanto validi, coincide quindi con la necessità di porre la Weltanschauung occidentale sullo stesso livello delle altre, e su questa argomentazione Capozzi intravede un errore di fondo: l’occidente, nel suo tentativo di offendere e denigrare se stesso per innalzare l’altro, getta nel calderone tutto ciò che è altro-dall’occidente, coagulando insieme le differenze infinite fra culture che sono, di fatto, molto diverse e spesso in contrasto fra loro. È proprio in questo passaggio che, secondo l’autore, l’occidente compirebbe l’errore fatale che porta al politicamente corretto: mescolando insieme ciò che è diverso, «un diverso da amare, accogliere e imitare a prescindere» (p. 74), si arriva a considerare ciò che è diverso dall’opinione corrente/occidentale come giusto e valido, dunque da apprezzare a prescindere, dunque da salvaguardare in ogni modo.

L’altro, l’esotico, il diverso diviene modello da imitare. Da qui, afferma Capozzi, l’interesse (a volte patologico) per la riscrittura della storia e la necessità di non offendere nessuno ma anzi rassicurare tutti mostrando come anche gli assenti dalla storia con la s maiuscola possono avere la loro parte. Cosa apprezzabile senza dubbio ma che, in determinate occasioni, può sfociare nello stravagante. Agli esempi “alti” forniti dall’autore, in effetti, mi verrebbe da citare la reinterpretazione al femminile del classico cinematografico Ghostbuster nel 2016, per non parlare della controversia (apparentemente approdata a nulla di fatto) riguardo la possibile rimozione del personaggio di Apu nei Simpson, ritenuto troppo stereotipato e offensivo della cultura indiana; proprio di questi giorni inoltre è la notizia secondo cui il prossimo Superman, da sempre appannaggio della cultura bianca occidentale, potrebbe essere interpretato dall’attore di colore Michael B. Jordan.

Capozzi, dopo i primi capitoli volti a dimostrare la validità della sua tesi, si sposta ad analizzare la situazione attuale indagando vari settori della cultura occidentale: dalla nascita dei radical chic negli anni settanta, i quali «non sposava[no] la causa delle Black Panthers […] in base a un’analisi ideologica, ma perché vi intravedeva[no] un modello di vita alternativo alla propria società e per questo preferibile» (p. 74) tout court, all’esplosione del veganesimo e dell’animalismo, che hanno come base la  concezione secondo cui la «centralità del[l’uomo] sulla Terra sia figlia della razionalità imperialista occidentale» (p. 161); dall’accettazione indiscriminata di qualsiasi modello religioso possa opporsi al cristianesimo ai gender studies e all’ideologia gender che rifiuta ruoli e identità fisse, i quali non possono in alcun modo essere interpretati «come stati naturali ma come “atti performativi”, per usare l’espressione di una delle principali caposcuola dei gender studies, Judith Butler» (p. 185).
A tal proposito c'è da dire che, sebbene questo voglia passare come un testo imparziale riguardo tutti i fenomeni elencati, a mio avviso nelle parole di Capozzi si può scorgere una critica velata al tentativo di valorizzare le culture altre rispetto a quella dominante dell’uomo bianco borghese, cristiano ed eterosessuale: questa presa di posizione, rinvenibile nell’uso di un linguaggio non sempre neutro e nell’inserimento all’interno del saggio di commenti al limite con l’opinione personale, è, a mio avviso, accettabilissima quando si tratta di criticare il politicamente corretto in quanto tale e la sua deriva “buonista” e “populista”; meno piacevole può risultare nel momento in cui si vanno ad attaccare i risultati ottenuti attraverso decenni di sanguinose battaglie sui diritti civili. Faccio un solo un esempio relativo a questioni bioetiche e al transumanesimo: «nell’attesa, però, del compimento di questa promessa mirabolante la cultura neo-progressista incoraggia l’idea che la malattia, la sofferenza, il disagio fisico e psichico possano essere affrontati attraverso pratiche come il testamento biologico, la sospensione delle terapie per situazioni di disabilità cronica, l’eutanasia attiva e passiva, il “suicidio assistito”» (p. 189, notare l’uso della locuzione “promessa mirabolante” a celare l’opinione personale).
Al di là di quest’ultimo aspetto, tuttavia, questo resta un testo molto interessante che, quantomeno, ripercorre la storia della cultura occidentale dal dopoguerra a oggi e ne traccia le conseguenze immediate sulla nostra contemporaneità.

David Valentini


"Retorica e propaganda, in quanto mezzi per diffondere e radicare una dottrina nelle società, ottenere e mantenere consenso, fidelizzare le nuove generazioni, rivestono un’importanza centrale in tutte le ideologie. Così, ogni religione secolare non soltanto ha i suoi testi sacri, i suoi santi, i suoi martiri, i suoi riti, le sue liturgie, i suoi simboli sacri, ma anche il suo catechismo." Eugenio Capozzi in questo saggio indaga le radici storico-sociali di un fenomeno tanto complesso quanto affascinante e onnipresente nel panorama quotidiano. Ce ne parlerà a breve il nostro @darvax. . #darvax #libri #books #instabooks #bookstagram #lettura #inlettura #reading #nowreading #bookshelf #bookporn #bookreading #booksofinstagram #igersitalia #iger #snapseed #libridaleggere #librichepassione #essay #saggio #booklover #bookblogger
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