giovedì 20 settembre 2018

«Non avevo dubbi sul fatto che la felicità fosse questo: un'infanzia senza abusi di alcun tipo». Il nuovo romanzo di Albert Espinosa.

Quello che ti dirò
di Albert Espinosa
Salani, 30 agosto 2018

pp. 228
€ 14,90 (cartaceo)
€ 8,99 (ebook)

Non si perde mai un padre, lo si recupera in altri mille modi per il resto della vita, si riflette in oggetti, ricordi e persone. (p. 227)
Il lago di Como può essere tanto romantico quanto cupo e nostalgico: è infatti così che lo vede Izan, mentre dalla vasca della sua stanza d'albergo riflette sul suo viaggio, sul desiderio di vendetta e sulla forte mancanza del padre. Per il turbinio di emozioni che Izan sta vivendo, l'unica soluzione è raccontare la storia di come è arrivato lì.
Ecco dunque che l'io narrante, senza mai smettere di dialogare con il lettore, che è un "voi" indistinto ma sempre presente sullo sfondo, intraprende un viaggio nel passato, a cominciare da quello più lontano nel tempo, in cui un padre difficile da capire non mai ha davvero accettato la malattia che ha ridotto Izan alla sordità. Tra i due, un rapporto complicato, una sfida costante che ha portato entrambi a porsi tante domande, senza mai rivolgerle all'altro: da lì, incomprensioni e incomunicabilità, favorite anche dalla scarsa presenza del padre a casa. Lui, infatti, si è sempre occupato dei "bambini smarriti". Niente a che fare con Peter Pan: la sua missione è sempre stata recuperare i figli sequestrati, a rischio e spesso vittime di abusi. Una professione che è diventata perno di tutta la sua vita, lasciando soli la moglie con gravi problemi di nervi e il figlio che aveva bisogno di un sostegno. 
Anche il viaggio in Italia è stato mosso dalla professione del padre, e qui Espinosa interrompe la storia e inserisce un nuovo livello narrativo: si tratta di una lunghissima lettera in inchiostro rosso, che comprende pagine di diario e una richiesta di aiuto insolita, da parte della tredicenne Catherina, vittima di bullismo e di abusi, che stanno sempre più sfiancando la sua voglia di stare al mondo.
La decisione è una sola: partire, benché il padre di Izan sia già malato da tempo e tradisca ormai tristemente i segni dell'età:
Insegnare a tuo padre e renderti conto che non capisce è una delle cose più terribili della vita. Lui che ti ha insegnato ad allacciarti le scarpe, a parlare, a mangiare educatamente, a leggere l'orologio... E tu che non lo puoi aiutare. Era davvero frustrante. (pp. 27-28)
Lui, che non ha mai capito a fondo la professione del figlio come epigenetista («Tu parlavi sempre di persone, io di virus», p. 37), chiede a Izan di affrontare insieme il viaggio. La missione si rivela molto più impegnativa del previsto, tra colpi di scena continui, salute incerta del padre, scoperte progressive che renderanno Izan e il padre molto più vicini di prima.

Siamo, ancora una volta, in presenza di temi cari a Espinosa, che non ha mai avuto paura di nascondersi dietro ai più grandi tabù della nostra modernità: la malattia e la morte e, più in generale, la sofferenza. Il dolore fa parte delle esperienze che aiutano a conoscerci e a conoscere chi abbiamo di più caro, e ancora una volta i personaggi di Espinosa si trovano tra le corsie di un ospedale. E qui Izan ha l'opportunità di scoprire un nuovo aspetto di suo padre:
La vita è curiosa, o più precisamente gli anni, il corso degli anni trasforma tuo padre. Puoi arrivare a vedere quattro o, se sei fortunato, anche cinque versioni di lui.
È sempre tuo padre, ma è anche l'uomo, il vecchio, l'amante, il sognatore e persino il maldestro.
Mio padre era un mistero per me, da sempre. In quel viaggio volevo fargli tante domande su noi due. Io ero pur sempre il frutto dei suoi consigli, avvertimenti e paure. E questi erano il frutto dei consigli che lui aveva ricevuto, di avvertimenti e paure altrui, che un'altra persona gli aveva inculcato. (p. 83)
È forte il senso di appartenenza alle proprie radici: Izan sostiene l'influenza educativa e formativa dei genitori, l'importanza dell'ambiente familiare per crescere sereno e, conoscendo più da vicino la professione del padre e provando, a sua volta, a salvare Catherina, conclude: «Non avevo dubbi sul fatto che la felicità fosse questo: un'infanzia senza abusi di alcun tipo».

Quello che ti dirò ci riporta un Albert Espinosa diretto, che non teme la paratassi e la semplicità formali: le sue frasi, brevi e apparentemente "facili", nascondono in realtà un senso profondo, disambiguano qualsiasi dubbio e sostengono con forza anche realtà scomode, che fanno male tanto sono vere. Gli interrogativi, che restano spesso senza risposta, o che la troveranno pagine dopo, sono illuminanti e condivisibili. E per questo vale la pena affrontare la sofferenza di Izan, scoprire quel che davvero è successo e, ancora una volta, muoversi tra la realtà e la mistificazione che comporta qualsivoglia racconto.

GMGhioni



Un post condiviso da CriticaLetteraria.org (@criticaletteraria) in data: