giovedì 13 settembre 2018

Quando eravamo eroi: di mancanze, sentimenti, desideri traditi

Quando eravamo eroi
di Silvio Muccino
La nave di Teseo, 2018

pp. 240
€ 17


A quegli anni resi così puri e perfetti dalle speranze condivise e da un futuro tutto da scrivere (p. 87)
Ero decisamente prevenuta nei confronti di questo romanzo. Sì, Silvio Muccino aveva già dato qualche prova apprezzabile di scrittura, ma sul suo esordio da solista ero un po' scettica. Non voglio dire con questo che un attore non possa diventare anche un buono scrittore, al contrario, credo che la sensibilità di chi fa arte, in qualunque forma, possa trovare nuovi spazi per esprimersi, spesso con risultati sorprendenti; quello che mi frenava, era piuttosto il timore che il romanzo non fosse altro che un nuovo mezzo per raccontare la stessa storia, i personaggi e i caratteri a cui Muccino come interprete ci ha abituati. In parte, in effetti, è così: ma il risultato, a mio parere, è apprezzabile e non scontato.
Un romanzo corale, in cui le voci e i differenti punti di vista dei cinque protagonisti si alternano nel costruire la storia, spingendo il lettore a confrontarsi di volta in volta con sentimenti e ricordi di ognuno di loro: un gruppo strampalato di trentenni, i ricordi dell'adolescenza che si mescolano agli adulti che sono diventati, i sentimenti e la distanza, un segreto a lungo custodito che ora ha bisogno di essere svelato, condiviso, per ripartire - forse - da dove il filo si era bruscamente interrotto.
Un vuoto, con la partenza di Alex, carismatico cuore del gruppo, che negli anni si è fatto sempre più difficile da colmare. L'improvviso ritorno costringe il gruppo a ritrovarsi e soprattutto confrontarsi con tutto quello che è stato, i sentimenti a lungo repressi, le mancanze, le frustrazioni degli adulti che sono diventati. E l'equilibrio su cui hanno costruito le loro vite, in quei tre giorni di nuovo insieme, mostra tutte le sue crepe. I ricordi dell'adolescenza, la sensazione di sentirsi inadeguati, ma in qualche modo uniti nella diversità e la certezza di un futuro, di un'età adulta, tutta da scrivere e modellare su di sé:
Eravamo cinque alieni in cerca di una casa, di un pianeta o di una stella dove non sentirci costantemente inadeguati, diversi e dove essere al sicuro. Non trovandola, la costruimmo noi quella stella. (p. 11)
Ognuno di loro, ragazzini un po' disadattati, porta dentro fragilità, mancanze, desideri che solo nel gruppo si trasformano in forza. Ma quando Alex sparisce il vuoto che lascia dietro di sé sembra impossibile da colmare, nonostante nuovi legami e l'età adulta che sembra arrivare così all'improvviso, cogliendo loro - come tutti - impreparati, irrisolti.
A quegli anni resi così puri e perfetti dalle speranze condivise e da un futuro tutto da scrivere (p. 87)
Per ogni personaggio, Muccino tenta di costruire una voce - non sempre riuscendoci fino in fondo - e un background, aprendo il romanzo a molteplici spunti. Ma, a mio parere, quello che costituisce il cuore pulsante della storia è, molto semplicemente, l'amicizia e la difficoltà di diventare gli adulti che avevamo immaginato di essere. Sì, in questo senso i personaggi si avvicinano a molti di quelli interpretati dall'attore (e, non me ne voglia, a quei trentenni in crisi rappresentati dal fratello regista): tuttavia, come dicevo, non è una debolezza, la storia porta con sé elementi interessanti e originali, e l'autore si muove a suo agio nell'indagare frustrazioni e ansie in cui non è poi così difficile riconoscere noi stessi o qualcuno vicino a noi. Un gruppo di "alieni", di perdenti, irritanti a tratti per quella loro umana debolezza e incapacità di reagire, prendere la decisione migliore, dare un senso al passato e al debito con gli adolescenti che erano. Difficile, in questo senso, entrare in completa empatia con loro, ma, personalmente, non è questo che cerco in un libro, in una storia: quello che mi sorprende sempre è la capacità di destabilizzarmi, mettere in dubbio certezze o pseudo tali, spingermi ad interrogarmi intorno ad una tematica o una situazione, come accade anche in questo caso, con le ragioni del ritorno di Alex. O, ancora, riconoscere certi stati d'animo, in questa età così strana che sono i trentanni oggi.
Una buona prova: la scrittura a tratti acerba si abbandona un po' troppo alla storia e la costruzione corale non è adeguatamente sostenuta da tono e registro linguistico; tuttavia, in generale, un romanzo apprezzabile, che non ha le pretese - o, quantomeno, non è un'etichetta che personalmente sento di attribuirgli - di presentarsi come racconto generazionale ma, semplicemente, ritratto intimo e soggettivo di un gruppo, una sensibilità, una storia, circoscritta, parziale. E che, infine, permette di interrogarsi su una tematica importante - anche se, lo ammetto, il "buonismo" del finale mi ha lasciata un po' insoddisfatta - e aprirsi a nuovi spunti di riflessione.

Debora Lambruschini