sabato 11 agosto 2018

"Avrei voluto un’altra vita". Quando la parola apre porte altrimenti sbarrate

Sono anni che CriticaLetteraria segue con interesse le iniziative connesse al Premio Letterario Goliarda Sapienza (qui tutte le recensioni): le raccolte dei racconti che ne sono state tratte, i cortometraggi, il recente laboratorio di e-writing organizzato per i partecipanti, i continui e sempre nuovi tentativi di creare un dialogo tra la comunità che sta fuori e la comunità che sta dentro le mura carcerarie. Fattore comune a tutte queste iniziative è l’importanza attribuita alla parola come strumento di riscatto: nel raccontarsi (e nel leggere i racconti di altri) i detenuti hanno l’occasione di conoscersi meglio, di rielaborare il proprio vissuto, ma anche di accedere a realtà altre, di scoprire nuove dimensioni. La cultura adempie al suo compito primario: quello di formare la coscienza di individui e cittadini, di inserirli in maniera piena nel tessuto sociale – anche se, come in questo caso, partendo da un contesto più complesso, che richiede di colmare delle mancanze pregresse. 
Per comprendere meglio questo processo in atto, abbiamo deciso di contattare i vincitori dell’ultima edizione: in particolare, Eugenio Deidda, che con lo pseudonimo di Edmond (con cui fa riferimento esplicito al protagonista de Il conte di Montecristo di Alexandre Dumas) ha ottenuto il primo premio grazie a “Sette pazzi”, ma che ha presentato anche un altro racconto ugualmente riuscito, in cui assume un inaspettato punto di vista femminile (“Non chiamatemi Guendalina”); Patrizia Durantini, autrice del racconto femminile più votato, “Ti ho ucciso”; e Salvatore Torre, alias “Arizona”, che ha concorso con due testi ( “Cose che capitano a Palermo” e “Allegoria di un’espiazione. Senza attenuanti”), qualificatisi ex aequo per il Premio Speciale Vatican News, assegnato tramite una votazione online da parte degli ascoltatori della radio. I tre intervistati sono stati lasciati liberi di rispondere alle domande nella misura in cui avessero preferito e le loro risposte sono state a tratti sorprendenti per ampiezza ed esaustività.

Foto del laboratorio di e-writing presentata alla premiazione a SalTo 2018.
Dalla mediateca di www.raccontidalcarcere.it
Puoi dirci qualcosa di te, per presentarti ai nostri lettori?

Edmond con la madrina del Premio, Dacia Maraini.
Dalla mediateca di www.raccontidalcarcere.it
EUGENIO: Io sono Edmond, ed Edmond è rabbia, dolore e sogni infranti; Edmond è la mia maschera a cui non metto maschere, è lo pseudonimo che uso per sputare tutte le verità che il mondo m'ha fatto ingoiare a forza di calli, Edmond è lotta, ed io in questa lotta con me stesso sarò molto più vero di ciò che credete. 
Che dirvi di me, potrei raccontarvi delle 1000 volte che ho pregato in un dio a cui non credo che cessasse lo squallore, o di quante volte mi sono svegliato con il volto gonfio, le mani spaccate e il cuore in gola; potrei inventarmi di essere stato un buon figlio, o un docile adolescente, ma dovrei anche inventarmi una nuova famiglia, dovrei fantasticare su una casa senza urla, senza follia; dovrei  ridisegnare tutti pazzi che ho amato; ma forse ridisegnandoli non riuscirei più ad amarli,  non è ridisegnando il passato che vincerò il futuro. Ciò che sono stato e ciò che per il mondo sono si annienta di fronte agli occhi di chi mi guarda in questo cesso per ciò che sarò; e quindi non so che dirvi, vecchi miei, a parte che sono un odiatore seriale che in un mostro di cemento ha imparato ad amare.

PATRIZIA: Sono una ragazza di 22 anni. Detenuta dai 20... Ora finalmente a casa.

SALVATORE: Dire di me implica necessariamente raccontare di un ragazzo difficile, cresciuto in una borgata siciliana all’interno di un contesto sociale e culturale deviante; ambiente in seno al quale, figlio di un malavitoso, ha imparato a svolgere un’attività delinquenziale che, ancora ventenne, lo ha portato a ricevere una condanna al carcere a vita. Una pena che sconto tuttora all’incirca da ventisette anni.
Nel corso di questo tempo una molteplicità di fattori – culturali, esistenziali e psicologici, hanno favorito in me la possibilità di osservare in maniera maggiormente realistica quegli aspetti sfavorevoli della mia esistenza che prima assumevo come alibi alla mia identità negativa, persuadendomi della necessità di rivedere la mia concezione del mondo e della vita stessa. 
Da qui il conseguimento di alcuni diplomi di scuola media superiore, gli studi universitari (per la verità non completati) nella facoltà di Scienze dell’Educazione, la scoperta di una vena poetica, la voglia di romanzare la fantasia che viveva nei miei pensieri e quindi di raccontarmi attraverso la produzione anche di racconti, coi quali ho concorso a dei Premi Letterari, tra cui il Goliarda Sapienza, che in verità mi ha scoperto e premiato per primo come scrittore.


Cosa ti ha spinto a partecipare al laboratorio di e-writing? Cosa cercavi e/o pensavi di trovare? 

EUGENIO: Ho partecipato per caso. Con una professoressa di italiano che mi era molto simpatica ho scritto dei testi per dei ciechi che dovevano far visita in carcere; i testi sono piaciuti e si è sparsa la voce che ero in grado di scrivere cose sensate, nonostante la mia terza media presa per miracolo; un giorno mi hanno chiamato per sapere se ero interessato al corso: ho accettato, frequentato, rimediato qualche libro, ed il resto è venuto da sé. 

Patrizia Durantini durante la premiazione.
Dalla mediateca di www.raccontidalcarcere.it 
PATRIZIA: Il corso di e-writing per me è stato fondamentale. Mi ci ha spinto la mia anima a partecipare. Fin da piccola mi è sempre piaciuto creare, scrivere o disegnare. Mi aiutava a tirar fuori i miei mostri interni, che fin da bambina ho sempre tenuto dentro di me. Con il tempo, crescendo e non avendoli più liberati, mi sono chiusa in me stessa, finendo per non credere più in nulla. Alla fine, quando proprio pensavo che per me fosse tutto finito, è arrivato così all'improvviso questo corso e mi ci sono subito buttata per potermi disintossicare dal mio dolore... raccontando. Per me è stata una rinascita.

SALVATORE: Potrei dire di avere aderito al laboratorio di e-writing in quanto questo era figlio del Premio Letterario Goliarda Sapienza, al quale partecipo si può dire sin dalla sua nascita, ma questa sarebbe solo una parte di verità; in realtà mi ha suggerito di farlo, più che la possibilità, la consapevolezza – considerata la presenza in questo luogo di incontro di tanti autorevoli autori e giornalisti italiani – di trovare nuovi strumenti linguistici ed espressivi che, uniti a ulteriori stimoli intellettuali e a una maggiore conoscenza dell’arte della scrittura, arricchissero la mia tecnica e il mio stile narrativo.


Perché per te è importante raccontare? Da dove prendi gli elementi che inserisci nella tua narrazione?

EUGENIO: Come vi ho accennato sopra vengo da una famiglia con disagi psichici, e forse più di qualche disagio l'ho avuto anch'io. Il mio essere un emarginato ha giovato alla mia fantasia e quindi, che dirvi, non tutti i pazzi vengono per nuocere. In questo caso narrare della follia mi ha aiutato a vincere: ciò che in passato mi ha distrutto oggi è alla base della mia ricostruzione.  Lo so, può sembrare folle, ma chi ha mai detto di non esserlo. 

PATRIZIA: Ciò che scrivo, gli elementi e tutto ciò che racconto sono eventi, pezzi della mia vita con cui non sono riuscita a convivere. Solo quando scrivo li riesco ad accettare. Per questo per me la scrittura è una salvezza. 

SALVATORE: Iniziai a scrivere perché, a un certo momento della mia detenzione (vale a dire mentre ero sottoposto a regime totale di isolamento), sentii il bisogno di inventare, principalmente per me stesso, delle storie che avessero la forza di riempire i vuoti emotivi e alleviare le carenze esistenziali che a quel tempo esacerbavano alquanto la mia vita. 
In altre parole, non potendo godere della mia, di vita, godevo di quella dei miei protagonisti: attraverso loro esploravo, davo libertà e soprattutto tornavo ad abitare quegli stati d’animo e quelle emozioni, quei luoghi e quelle relazioni sociali delle quali ero sostanzialmente deprivato. Scrivevo quindi allora a beneficio di me stesso, considerando la scrittura un laboratorio introspettivo utile alla mia conservazione, quantomeno quella mentale e, in questo, un potente strumento di estraniazione dalla realtà nemica. 
Salvatore Torre. Dalla mediateca di www.raccontidalcarcere.it
Sennonché, come dicevo prima, venne a me il Premio Letterario Goliarda Sapienza e, con esso, la richiesta di narrare della realtà relativa al contesto delinquenziale nel quale ero cresciuto e di quella detentiva, che continuo ancora oggi a sperimentare: mi era offerta cioè l’opportunità di avvalermi di un importante mezzo di comunicazione, di un megafono attraverso il quale mi sarebbe stato possibile diffondere le mie esperienze di vita, di delinquenza e di persona condannata a trascorrere l’esistenza in carcere, ed io l’accolsi senza esitare.
Scrivere risponde all’esigenza di consegnare all’altro le rivoluzioni della mia vita interiore – della quale fanno parte i disagi, le disarmonie, le ripercussioni emotive recate da questa estenuante attesa di avere restituita una parvenza di libertà, ma anche le condizioni di abbandono socio–familiare che mi avevano instradato verso la malavita e le incongruenze di un'istituzione penitenziaria che, poi, trascura di operare un effettivo recupero sociale della persona condannata ad espiare una pena detentiva. Partendo da questo presupposto i miei racconti trovano principio nella rielaborazione, talvolta anche fantasiosa, del mio vissuto personale e criminale, delle vicende apprese da altri, ma anche della cronaca che ci restituiscono quotidianamente gli organi di informazione. Da questo fondo di verità attingo quindi quegli elementi che, ricomponendosi e rimodellandosi nella mia mente, arricchiscono la mia narrazione e quella dei miei personaggi.


Credi che la letteratura, e più in generale la cultura, abbiano un valore nella vita delle persone? Quale, e per quale motivo?

EUGENIO: La cultura è ciò che più mi ha salvato, ed i libri insieme alle mie donne sono la cosa che ad oggi amo di più; detto così posso sembrare bigamo, in realtà le mie donne sono mia sorella e la mia fidanzata. Che dirvi se non: leggete, leggete, leggete. In un mondo dove tutti vogliono apparire, ma pochi hanno da raccontare, createvi una vostra linea di pensiero, una vostra morale ed una vostra lotta. Se non sono pronto a capire ciò che mi stanno facendo, non sarò mai pronto a difendermi. Ma non voglio andare sul politico, quindi dico a tutti di leggere: i libri aprono la mente.

PATRIZIA: La scrittura ha un valore molto profondo per me. Come una fede.

SALVATORE: Prodromica alla mia attività narrativa è stata senz’altro la scoperta della letteratura, nel senso che durante la detenzione ebbi modo di beneficiare della lettura di molte opere letterarie, dalle quali appresi l’esistenza di altri popoli, di altri mondi e di altre realtà sociali rispetto a quella a cui ero da sempre appartenuto; entrai in contatto con tante altre storie, culture, usi e costumi; una straordinaria quantità di informazioni che mi posero nelle condizioni di rivolgermi delle domande sino a quel momento neppure col pensiero sfiorate, e di investirmi di critiche, considerando quanto fossi stato sino allora figlio prediletto dell’ignoranza, e in questo, del degrado socio-ambientale nel quale mi ero culturalmente formato.
La letteratura, e più in generale la cultura, sono innegabilmente fondamentali nella vita di ogni persona, in quanto strumenti essenziali per riuscire, tra le altre cose, ad elaborare, a comprendere e ad esternare le criticità del proprio tessuto sociale e i propri eventuali limiti conoscitivi ed emotivi. Questo processo è il presupposto indispensabile per trovare un’occasione di emancipazione da possibili coercizioni subculturali e per intraprendere un più consapevole e assennato percorso di vita.


La parola è anche un modo per abbattere i muri e costruire relazioni. Questo vale anche per te? Come?

EUGENIO: Per quanto riguarda abbattere i muri, visitate "Matricola 1312" [si riferisce alla sua pagina FB e al suo blog]. È il mio modo di abbatterli.

PATRIZIA: La parola riesce ad abbattere il muro dentro me... è da lì che parte tutto, internamente. Scrivendo riesco ad essere libera, come se riuscissi a vivere meglio.

SALVATORE: La parola, se usata in modo appropriato, è capace di proiettare sé stessi e l’altro al di là di barriere altrimenti invalicabili, quali ad esempio il pregiudizio e le iniquità sociali, e di avviare quel dialogo che conduce alla chiarificazione e all’empatia, qualità ineludibili per la formazione di relazioni durature e significative. In tal senso mi sforzo di adeguare le mie modalità comunicative alle capacità cognitive e quindi di ascolto del mio interlocutore, tenendo debitamente conto dell’eventuale resistenza o diffidenza dello stesso. Utilizzo quindi la parola declinandola a queste variabili e ad altre, quali ad esempio il contesto generale, l’esistenza di codici “preconfezionati” e il rapporto di forza, anche. Avendo cura di tutto questo, mi propongo di assegnare alla parola il compito di costruire quel dialogo in grado di superare le differenze e le contrarietà, e di creare infine un’intesa. Ovviamente non sempre questo è quanto si ottiene.

Carolina Pernigo