martedì 10 luglio 2018

Determinismo e innocenze tradite: il romanzo "terribile" di Distefano

Non ho mai avuto la mia età
di Antonio Dikele Distefano 
Mondadori, 2018

pp. 216
€ 16,90 cartaceo
€ 8.99 ebook


Soprannominato Zero dagli amici, che non ne percepiscono le implicazioni, il narratore di Non ho mai avuto la mia età vive in un costante stato di privazione: di sicurezza, di beni materiali, di relazioni sane che non siano quelle con la sorella Stefania e con gli amici del quartiere, Inno, Claud e Sharif, emarginati quanto lui. Per questo bambino che diventa uomo – il libro lo accompagna nella sua crescita e le sezioni sono scandite dal passare degli anni, dai sette ai diciassette, a sottolineare l'importante dell'età – "zero" è anche una condizione esistenziale
andava così. Mi annullavo per paura di essere giudicato ed escluso. La paura di restare solo, per chi sa stare in silenzio, è molta di più, perché fa più rumore. (p. 88)
Il senso di esclusione e di isolamento è in parte indotto dall'esterno, in parte autoalimentato, in un circolo vizioso di cui non si riesce a identificare l'origine. A chi si chiede quale sia la necessità dello ius soli, anche nella forma temperata proposta al Parlamento italiano, questa lettura può forse suggerire una risposta: si trova il senso nella tensione continua che può avvertire il bambino straniero, seppur nato in Italia, in una società che fatica ad aprirsi e accogliere, nella necessità che avverte di dimostrare sempre qualcosa, nel senso di inadeguatezza e di non appartenenza che non lo abbandonano.
Lo stesso tentativo di mostrarsi inclusivi talvolta diventa veicolo di una nuova, più sottile forma di discriminazione:
Che ero diverso l'ho imparato stando in mezzo agli altri. Quando mi guardavano con la coda dell'occhio le prime volte che sentivano il mio cognome, quando la maestra o il medico facevano fatica a pronunciare quelle consonanti vicine. Quando leggendo la città in cui ero nato, sorridendomi, mi dicevano "Ma allora sei italianissimo", "Sei più italiano di me". Come se attribuire una cittadinanza occidentale fosse un complimento. Come se dire davanti a tutti, con il sorriso stampato in volto, che non ero un africano, perché per loro l'Africa era un Paese, mi rendesse più normale. (p. 49)
La necessità di sottolineare un'appartenenza che per altri è data per scontata mette in rilievo le differenze, invece che attenuarle. Se ne rende conto il ragazzino, figlio di genitori angolani, ma che l'Angola non l'ha vista mai, e che non riesce a sentirsi davvero parte di una cultura che conosce solo per interposta persona, mentre non viene considerato detentore di quella che considera intimamente propria. L'opposizione radicale tra neri (discriminati) e bianchi (presuntuosi, che isolano e guardano storto, pieni di pregiudizi) è ribadita continuamente, fino a infastidire:
Dovevamo farci rispettare perché la presunzione dell'uomo bianco, anche se non lo verbalizzavamo mai, ci faceva soffrire. I continui sguardi indiscreti sul bus, al supermercato ci avevano resi solo più cattivi e arrabbiati. Il veder tenere più stretta la borsa quando passavamo creava un caos di "perché?" dentro di noi. (p. 57-58)
Del resto, si inizia a chiedersi dopo un po', se l'"uomo nero" viene definito attraverso il suo colore, perché non dovrebbe essere possibile il contrario? Quello di Distefano è un romanzo che disturba, mette in discussione, fa arrabbiare. È un romanzo per ragazzi che in realtà soprattutto gli adulti dovrebbero leggere. Ti obbliga a spiazzare la prospettiva, a provare ad entrare in sintonia con il discorso – retorico, ridondante, spesso sentenzioso – del narratore, a renderti conto con dispiacere, quasi incredulità, che forse quel che dice è vero. Se l'autore generalizza, rendendo del resto i toni spesso estremi del pensiero adolescente, è anche vero che quel che dice ci costringe a guardarci intorno e a constatare una serie di piccole avvisaglie inquietanti che vorremmo negare in chi ci circonda (“e in noi stessi?”, ci forza a chiederci il testo). E, d'altronde, non è solo il colore a determinare le avvisaglie di una predestinazione alla sofferenza e al fallimento: pesa altrettanto l'appartenenza a un contesto sociale disagiato, da cui pare impossibile poter evadere.
Chi nasce povero, difficilmente muore ricco. Muore ucciso, muore in fabbrica, muore solo, ma di sicuro non muore come in quei film dove le partite di coca ti cambiano la vita e il mondo diventa improvvisamente tuo. Chi nasce povero tratta tutto con la cura che si ha per le cose che [gli] vengono prestate. Vive con addosso tutte le promesse ancora da deludere. Si difende per tutta la vita dal desiderio di un qualcosa che non si potrà mai permettere. (p. 97)
Il pessimismo – a tratti cinismo, a tratti appello disperato – del testo sembra essere incrinato da alcune conquiste: l'amico Inno, asso del calcio, affronta la scalata verso la serie A e improvvisamente inizia ad essere accettato, riscattato; Zero si innamora di Anna, che è intelligente, delicata e meravigliosa, e obbliga il protagonista a rivedere i propri stessi pregiudizi (perché di pregiudizio, in direzione contraria al solito, si tratta) sui "bianchi", offrendogli finalmente la forza per rifiutare gli atteggiamenti autodistruttivi e dare un nuovo senso alla propria vita. Questo comporta una rottura, dolorosa ma necessaria, con le vecchie abitudini: di fronte a Sharif, che gli chiede se basti davvero una ragazza per cambiare, per sentirsi diverso, se ha senso fare tutto ciò per lei, il ragazzo ribatte che non è per lei, ma per se stesso, che deve cambiare. 
Tutto questo potrebbe accadere alla fine dell'opera e aprire la strada al desiderato lieto fine, pacificante, accomodante. Invece accade a due terzi, lasciando lo spazio per altro: perché, secondo l'autore, forse una predestinazione al momento c'è davvero, forse le cose sono ben lontane dal poter essere aggiustate, forse non basta il desiderio di un incontro per poter sanare i mali della società, ma è necessaria una rivoluzione più profonda, in forme e modi che ancora non si conoscono. Così, anche se la coscienza di Zero si fa sentire, chiedendo "un finale diverso, meno prevedibile", alla fine il finale è prevedibilissimo: non per il lettore, che cercava rassicurazioni e buoni sentimenti (e non trovandoli resta scioccato), ma per il protagonista, che fin dall'inizio descriveva un’emarginazione insanabile. 
Non è bello il messaggio che emerge da Non ho mai avuto la mia età: è, anzi, volutamente, un messaggio terribile. Per questo forse il target dei lettori andrebbe ridefinito nel senso di un pubblico più maturo, che sia in grado (e desideroso) di accogliere tutte le domande suggerite dal testo e di rendersi conto che – nella tragicità degli eventi narrati – non c'è una resa all'irreversibilità delle cose, ma l'espressione forte e urgente di una necessità di cambiamento.

Carolina Pernigo

Vite stropicciate, trascorse ai margini, in cui "Zero" non è solo un soprannome, ma una condizione esistenziale, e ogni fuga sembra impossibile. La condizione degli immigrati di seconda generazione, nati e cresciuti in Italia, eppure da una certa parte d'Italia guardati ancora con sospetto: di questo tratta il romanzo di #antoniodikeledistefano, che adotta una prospettiva durissima e non facile da digerire, soprattutto una volta arrivati in fondo, ma con cui è necessario fare i conti. Voi l'avete letto? Cosa ne pensate? A breve, la recensione di @quinquilia su @criticaletteraria! #nonhomaiavutolamiaetà #mondadori #immigrazione #iussoli #ya #yanovels #romanzo #adolescenza #marginalità #instabook #instalibro #bookstagram #bookoftheday #bookish #igreads #igbooks #readingnow #newbook #bookaddict #booklover #cover #bookcover #inlettura #cosebelle #criticaletteraria @librimondadori @antoniodikeledistefano
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