martedì 6 febbraio 2018

La "mutevole verità" del maresciallo Fenoglio

Una mutevole verità
di Gianrico Carofiglio
Einaudi, 2014

pp. 118
€ 12,00



Un romanzo esile (o un racconto lungo) che si legge serenamente in un pomeriggio di febbre di fine inverno, quando non si riesce a concentrarsi, ma si ha comunque bisogno del conforto di un po' di buona narrativa. Questo è Una mutevole verità, un'opera in cui Gianrico Carofiglio abbandona il buon avvocato Guerrieri (che, in realtà, esce dalla porta per rientrare dalla finestra), in favore delle indagini del maresciallo Pietro Fenoglio. Piemontese d'origine, sposato con un’insegnante con cui non vorrebbe parlare di lavoro (ma ogni tanto cede), Fenoglio è un uomo di spessore, appassionato di musica classica e ispirato da solidi principi morali, primo fra tutti un innato rispetto per il prossimo, che si accompagna a una grande delicatezza nei rapporti umani. È questo suo saper guardare oltre le cose, dentro le persone, che lo porta a dubitare di un caso di omicidio talmente semplice da sembrare, fin da subito, praticamente risolto. 
Ottimo, quando un'indagine prende un'accelerazione così immediata e rapida. Però il rischio, in questi casi, è di mettere a fuoco una cosa soltanto, e di tralasciare ogni altro dettaglio, che magari è importante o addirittura decisivo.
Certo, una testimone ha visto il colpevole, l'arma del delitto reca le sue impronte, il giovane non si difende. C'è però qualcosa che non torna, per il maresciallo Fenoglio: è forse l'assenza di un movente, o piuttosto la presenza di un'impressione vaga, qualcosa che aleggia nell'aria dell'appartamento del defunto, che porta con sé la certezza che forse non tutto è come sembra. 
Lì c'era qualcosa fuori posto, che non era riuscito a identificare. Un'incoerenza, un elemento dissonante. La dote fondamentale dello sbirro è proprio questa, Fenoglio lo aveva sempre pensato. Andare alla ricerca delle discontinuità, delle note dissonanti. Percepire quello che agli altri sfugge: i piccoli oggetti mancanti, le posture innaturali, i gesti forzati, i lievi affanni, i rossori, gli sguardi che sfuggono o indugiano troppo.
Lasciandosi guidare solo dalle sue sensazioni, controfattuali e apparentemente insensate, l'uomo procede con le sue ricerche, mentre un giovane (forse) innocente si trova in carcere, assistito da un avvocato rampante che noi ben conosciamo. 
Interessante, in quello che pare un romanzo disimpegnato, è anche il sottile gioco metatestuale condotto dall'autore, che a più riprese paragona l'arte dell'investigazione a quella di scrivere un romanzo:
Per risolvere i casi complicati bisogna essere capaci di costruire una storia, partendo dagli indizi disponibili, che contenga una spiegazione plausibile di tutti gli elementi che abbiamo. Ci vuole una certa dose di fantasia ed è un lavoro simile a quello di uno scrittore. Una volta costruita questa storia, che è, in sostanza, un'ipotesi su come potrebbero essersi svolti i fatti, bisogna andare alla ricerca delle conferme.
Pietro Fenoglio, un tempo studente di lettere mai laureato, grande lettore (il cui modello più volte citato è Sherlock Holmes), sta allora intessendo una storia, creando un romanzo - il romanzo - attraverso il suo stesso indagare: lo fa osservando il mondo con occhio critico, ma mai impietoso; basandosi sulle prove fisiche quanto sui sondaggi effettuati sull’animo umano; accettando di rimettere in discussione ogni apparente certezza alla ricerca di una verità che appare poliedrica e, appunto, continuamente mutevole. Proprio come fa sempre Carofiglio. Come fa, sempre, ogni buono scrittore.


Carolina Pernigo

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