giovedì 15 febbraio 2018

L'eco di fantasmi coloniali. Ma le tenebre sono altro

I fantasmi dell’Impero
di Marco Consentino, Domenico Dodaro, Luigi Panella
Sellerio, 2017

pp. 552
€ 15,00 (disponibile in e-book)


Etiopia, 1937. Il tema sollecita interesse: un giallo politico-militare nei territori africani appena ribattezzati impero da Mussolini con il proposito di smascherare i falsi miti del colonialismo nostrano, dagli "italiani brava gente" al controllo effettivo sul territorio abitato dalle scorbutiche e orgogliose genti etiopiche. Per non parlare di divisioni e rivalità all’interno dello stesso regime.
Squarci necessari per avere un’idea più vicina ai reali accadimenti di quell’epoca in cui anche di fronte ai coriacei arbegnoch, i resistenti abissini, l’Italia mostra tutta la sua inadeguatezza militare. Credendo di sopperirvi con i gas e lo sterminio dei civili. Tipo Saddam con i curdi pochi decenni fa. Ora però bisogna ragionare su quanto mi è capitato di leggere in alcune recensioni. Deduco provenga da una singola fonte. È un po’ come le piramidi sparse in vari angoli della Terra che sarebbero frutto di una stessa civiltà pregressa scomparsa: ecco, mi sono fatto l’idea che il paragone tra I fantasmi dell’Impero e la discesa in  Cuore di tenebra abbia un’origine unica.
Già: questo romanzo, secondo tale interpretazione, permetterebbe di spingersi gradualmente, insieme al protagonista principale, l’avvocato militare Vincenzo Bernardi, all’interno del lato oscuro. Sempre in Africa siamo, in effetti, qui e nel testo di Conrad. Fra le edizioni disponibili di Cuore di tenebra cito la tascabile Feltrinelli del 2013. Ne esistono altre, tuttavia mai si va oltre le 150-170 pagine, la Feltrinelli citata ne ha 120. Tante bastano per permettere a Conrad di accompagnarci nell’abisso. Dove le tenebre esistono fin dall’ambientazione: il sole fa fatica a filtrare tra le maglie intricate della foresta pluviale dentro la quale s’insinua come un serpe biblico il fiume Congo. E sono 120 pagine di allusioni sull’orrore. Non c’è alcunché di esplicito semmai qualcosa che incombe. Sempre. Così il lettore, l’uomo, può prenderne coscienza.
Ne I fantasmi dell’Impero il clima cambia, l’altopiano etiopico è una landa che riflette la luce, è tutto all’aperto: lago Tana, montagne, regioni, mercati, vie imperiali e strade impervie, attentati, scontri militari. Ogni tanto un acquazzone rompe la monotonia ma l’astro torna prepotentemente a prevalere. Perciò si fa fatica anche solo a figurarsele queste tenebre. Intuisco la replica: ma le tenebre vere non sono il prodotto dell’alternanza tra giorno e notte, o delle stagioni, piuttosto albergano malignamente attorno e in ciascun essere umano. Va bene, allora andiamo a fondo.
Per dire che a me non basta una tortura o una carovana militare in marcia che da Addis Abeba si addentra nelle zone più ribelli come il Goggiam. Neanche mi basta Vincenzo Bernardi che prende coscienza grazie a un processo alquanto scontato, umano e narrativo al tempo stesso. La figura dell’avvocato militare, infatti, è in una posizione di debolezza dovuta alla sua contraddittorietà. Questa di per sé non sarebbe un difetto, se non fosse che l’asse portante Bernardi è contraddittorio in chiave ermeneutica.
Integerrimo come detta il cliché, concluderà la carriera nel ruolo di magistrato della Repubblica Italiana nel processo Kappler. Sembra che assuma come unica guida il diritto e tuttavia appaiono accenni a certe sue decisioni giudiziarie: frettolose condanne a morte di presunti colpevoli o ruoli importanti nei tribunali volanti inventati da Graziani per condannare rapidamente i ribelli della Cirenaica. Ma se si fanno passare queste contraddizioni come note a margine e non si dà a esse sostanza, non si trasforma un personaggio guida nell’emblema del tormento esistenziale, si arricchisce solamente di 10 righe un capitolo. Dov’è la tenebra?
E dov’è nella cospirazione che articola la trama? Forze armate, carabinieri, milizia fascista coloniale, ovra, ministero della guerra, stato maggiore, partito nazionale fascista, finanche re e duce… oramai è appurato che dalle infinite combinazioni fra questi centri di potere il fascismo esca meno totalitario di quanto volesse apparire. Il nazismo lo era. Nel fascismo convivevano più anime, monarchia-esercito-Badoglio finirono per erigersi ad autentico contro-potere. Che darà i suoi frutti, come noto, il 25 luglio del 1943. Proprio lo scontro Badoglio versus Graziani dovrebbe animare questo romanzo e la lotta sotterranea interna al regime ma le forzature complottiste mi paiono evidenti così come il continuo alternarsi di personaggi, e dei rispettivi reggimenti, battaglioni, bande paramilitari, governatorati di cui sono a capo o fanno parte, specie nella parte centrale, è fonte di allusioni che più che sollecitare partecipazione interpretativa ingarbugliano la matassa e generano qualche equivoco. Proprio su Bernardi peraltro.
Non è un caso, a mio avviso, che i tre autori – ci sarebbe peraltro da analizzare chi ha scritto cosa delle 550 pagine complessive ma lascio ai lettori il compito di cogliere certe sfumature – sentano l’esigenza di tirare le fila del discorso con un riassunto bignamico degli accadimenti fatto nientemeno che da Badoglio in persona a Bernardi, alla fine del romanzo. Ma siamo già in epoca repubblicana e tutto suona lontano. Ultimo espediente per rievocare un’eco di vicende tristi e drammatiche, l’oscurità di trame e macchinazioni, la tenebra. Ma il cuore di quest’ultima è davvero altra cosa.


Marco Caneschi

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