venerdì 16 febbraio 2018

"Certi capivano il jazz", di Raffaele Montesano


Certi capivano il jazz
di Raffaele Montesano
Annulli Editori, 2017

pp. 76
€ 8,00

«Il jazz è il fiotto sottile ma costante che esce dall'imbuto della tua arte».
Adoro iniziare le recensioni con una citazione: trovo che in questo modo si metta il libro al primo posto. Come dire, prima il libro, poi la lettura, che è sempre soggettiva.
E in questo caso la citazione mi è di grande aiuto: definisce (il jazz e) il contenuto del libro di cui vi parlerò.
Certi capivano il jazz, trasposizione di un monologo teatrale di Raffaele Montesano del 2013, è un fiotto sottile ma costante che esce dall'imbuto della fantasia, o dell'arte, del suo autore.

C'è sì una trama, ma soprattutto un racconto ininterrotto di cose, episodi, persone. La nascita del fratellino, l'amicizia con Gaetano, le jam session, la scala erotica (in cima c'è la Cuoca), Sofia, il jazz. Senza pause, perché l'attore è solo in scena (lui, una scrivania e «molti libri tra cui un vocabolario») e sottile perché in qualche modo passa sulle cose, sugli episodi e le persone. Le sorvola rapidamente, le collega in modo debole, le infila una dietro l'altra. Il collegamento debole non vuole essere una critica, quanto la constatazione che l'autore salta da un racconto a un altro, e poi magari torna indietro. In tre parole si potrebbe dire flusso di coscienza a beneficio del pubblico, in quattro pensare ad alta voce.

È come se l'attore improvvisasse: gli hanno detto "parlami di te", della tua vita o di chi sei. Il tema è dato, poi un ricordo chiama l'altro, come le canzoni di una jam.
Non senza ironia: è forse questo il collante di tutto il testo. Un'attitudine al sorriso, la dissimulazione del tragico e dell'entusiasmo, con le parole e con lo stesso espediente del salto logico. Un testo teatrale, e soprattutto un monologo, si presta particolarmente a questo gioco.

Ma perché la recensione non sia più lunga del testo recensito, occorre affrettarsi a dare un giudizio: Certi capivano il jazz è divertente e immagino che come testo teatrale funzioni molto bene. Meno comprensibile la scelta di pubblicarlo. Avrei capito un audiolibro, ma il testo come tale lascia un po' allo sbando. Tanto più che è un monologo, senza una vera e propria storia!
Avrei preferito ascoltarlo dalle parole di un attore, con le pause e i cambi di tono che un professionista sa dare. Mi rimane soprattutto il nome di un autore, Raffaele Montesano, che vedrò volentieri a teatro se ne avrò l'occasione.

Francesca Romana Genoviva