giovedì 18 gennaio 2018

#PagineCritiche - Di sguardo in sguardo: visioni e revisioni del rapporto uomo-paesaggio tra cinema, nuovi media e flânerie digitale

Filmare le arti.
Cinema, paesaggio e media digitali
A cura di Cristina Jandelli
Edizioni ETS, 2017

pp. 297
€ 22,00




L’immagine scelta per la copertina di Filmare le arti – raccolta degli atti dell’omonimo convegno internazionale di studi svoltosi presso il Dipartimento SAGAS dell’Università di Firenze il 25 e il 26 gennaio 2017 a cura di Cristina Jandelli – non potrebbe essere più appropriata. La bella fotografia aerea della Spiral Jetty, la celebre opera d’arte ambientale realizzata sul Grande Lago Salato nello stato americano dello Utah nel 1970 da Robert Smithson (che ne documentò anche il processo costruttivo), pare quasi la sintesi visiva del sottotitolo del volume, Cinema, paesaggio e media digitali. La bellezza perfettamente sinuosa del “molo a spirale”, divenuto iconico per la geometria monumentale delle sue forme artificiali, è immortalata in un momento del suo divenire, e proprio per questa ragione lo scatto si pone come pretesto per una riflessione più profonda su una serie concatenata di rapporti: da quello, antico e generalissimo, tra l’uomo e lo spazio – e dunque tra cultura e natura – a quello, più recente e specifico, tra l’osservazione del paesaggio e la sua registrazione attraverso i vecchi e nuovi media.

È questo, difatti, il filo conduttore dei venti contributi che la curatrice, con la collaborazione di Chiara Tognolotti, ha raggruppato in due macro-sezioni: Studi – suddivisa a sua volta in Paesaggio e Arti – e Ricerche – articolata in Filmare le arti, Film-induced tourism, Dalla città amatoriale alla street-art, Festival, musei. Per orientarsi tra le molte pagine (quasi trecento) proprio come all’interno di un paesaggio tutto da esplorare, si rivela più che mai utile il testo introduttivo a firma della stessa Jandelli (professoressa associata presso il Dipartimento di Storia, Archeologia, Geografia, Arte, Spettacolo dell'Università di Firenze, dove insegna Storia del cinema e Forme del cinema moderno e contemporaneo): già dall’intrigante titolo – Il flâneur digitale – esso chiama in causa la nuova figura spettatoriale al centro di quelle modalità di osservazione e di registrazione della realtà che saranno l’argomento variamente declinato nei vari contributi; perché proprio queste modalità, per effetto della diffusione palmare delle nuove tecnologie digitali, sono ormai radicalmente mutate rispetto al passato, anche il più recente, e non solo hanno spodestato il cinema dal suo trono ma hanno rivoluzionato in toto l’idea della percezione visiva.

Una volta dichiarata l’impossibilità tutta contemporanea di offrire una visione organica sul rapporto tra cinema, arte e paesaggio, Jandelli chiarisce per l’appunto il ruolo attualmente comprimario dell’audiovisivo “classico”, ricordando come il suo protagonismo assoluto sia stato, negli ultimi tre decenni, variamente insidiato:
«altre narrazioni sono subentrate, dalla serialità televisiva al videogioco, dalle riprese con i droni al video esperienziale. La nostra è l’epoca della “galassia Lumière”: i nuovi media digitali, che comprendono e ricompongono instancabilmente ciò che il cinema ha prodotto in oltre centotrenta anni di storia, stanno occupando il centro delle ricerche, mentre progressivamente, al termine del suo trentennale processo di digitalizzazione, il film si è ritagliato posizioni quasi marginali e certo i suoi confini, pensiamo alle categorie canoniche di documentario e finzione, appaiono sempre più sfrangiati».
Agente di questo processo di trasformazione è stato (e ancora è), per l’appunto, il cosiddetto flâneur digitale, vale a dire quel “passeggiatore” che, opportunamente equipaggiato di digital devices, non si è più accontentato di essere uno spettatore passivo rispetto alla realtà circostante, ma ha voluto esistere in qualità di produttore-consumatore – ovvero prosumer – di contenuti, destinati ora alla fruizione privata, ora alla condivisione in rete. Lo scopo – ambizioso – del volume è dunque proprio questo: cercare di definire, attraverso una molteplicità di casi di studio, chi sia il nuovo soggetto singolare e collettivo che può corrispondere a questa definizione, e classificarlo in quanto vero e proprio «agente di squilibri» alla pari del noto predecessore di memoria benjiaminiana e baudelaireiana, dal quale, in quanto «homo tecnologicus», differisce proprio per la sua possibilità di registrare il reale attraverso i più evoluti strumenti digitali. L’impresa, come si capisce, non è affatto semplice, e non solo perché le applicazioni di queste inedite forme di sguardo sono molteplici e ancora tutte da esaurire, ma anche perché le questioni – non solo “gnoseologiche” – che vengono messe in essere implicano l’apertura massima del raggio di risposta. Jandelli ne ricorda alcune, tutte assai pregnanti:
«come il concetto di paesaggio-specchio, che ha al centro la soggettività di chi guarda, si può estendere all’atto del filmare e alle nuove esperienze di spettatorialità diffusa? Quale percezione/rappresentazione del paesaggio e degli spazi pubblici rivisita le arti attraverso le nuove tecnologie? Come individuare, interrogare e costruire gli archivi audiovisivi che documentino il rapporto fra le arti e il paesaggio in modo da restituire alle immagini del passato il loro valore alla luce del presente? Quale ruolo, per il cinema contemporaneo, disegna l’esperienza del film-induced tourism?».
La varietà degli interventi saggistici in volume sembra proprio dare conferma dell'importanza e dell'incidenza della relazione uomo-paesaggio non solo nell'ambito della speculazione teorica o  della critica artistica (dalla ricca tradizione bibliografica), ma anche e soprattutto nella nostra attuale quotidianità, ormai radicalmente mutata dall'avvento di tecnologie in costante e continuo aggiornamento e alla portata economica di chiunque. Se le modalità di rappresentazione del paesaggio nel classico film di finzione rappresentano ancora e senza dubbio un terreno d’indagine suggestivo e appagante – come dimostrano il saggio di Thierry Roche sulla poetica dei fratelli Dardenne e quello di José Moure sulla rappresentazione del continente europeo nel lungometraggio Um filme falado di Manoel de Oliveira – altre e inedite prospettive di studio sono offerte dai casi in cui la digitalizzazione di spazi, architetture e monumenti di chiara fama e riconoscibilità viene eseguita a scopo ludico-esperienziale o di valorizzazione, per esempio nell’ambito dell’industria dei videogames (si veda l’analisi di Paola Valentini sulla Firenze che fa da sfondo ad Assassin’s Creed II) o nell'allestimento di nuovi musei territoriali (come è illustrato dall'intervento di Gianluca Paoletti Barsotti a proposito del Museo multimediale inaugurato nel 2015 a Barga, in provincia di Lucca). Non meno interessanti - tra le altre, e considerate in relazione a una pluralità di analoghi progetti di ricerca condotti a livello nazionale - sono le riflessioni di Farah Polato e Giulia Lavarone sul rapporto transitivo e circolare che si è recentemente instaurato tra film e turismo in tutti quei casi in cui determinati siti, prescelti come location per lungometraggi o serie televisive, sono divenuti meta di pellegrinaggio da parte di visitatori sempre più numerosi, variamente fanatici e comunque sempre attrezzati di smartphone e videocamere digitali; una procedura, questa, che trova un suo antenato (meglio: un suo antecedente vintage) nella categoria dei film di famiglia, utilissimi – come si evince dal contributo di Paolo Simoni dedicato alla città di Bologna – per l’individuazione di costanti dello sguardo (quando non di veri e propri “tic” di ripresa) da parte dei videoamatori a zonzo nel proprio contesto urbano oppure a spasso per città d’arte.

Gli atti di convengo, come è noto, sono una categoria bifronte: se la loro pubblicazione è agognata dagli autori, che anche in questo modo presentano ai pari (e non) i risultati delle proprie ricerche e accrescono così la lista dei contributi scientifici dati alle stampe, spesso la loro lettura è una delusione per il pubblico non accademico, se non addirittura una triste conferma di come lo scopo di queste operazioni editoriali non risponda quasi mai all’esigenza di un’autentica divulgazione del sapere destinata anche ai non addetti ai lavori. Per fortuna (e forse – è piacevole pensarlo – anche per programma) all’interno di Filmare le arti non si cade praticamente mai in certi notori vizi di forma, e anzi, da prosumer quali si scopre di essere, ci si sente più e più volte chiamati in causa in prima persona. Tuttavia, e come sempre accade in questi casi, la raccolta somiglia un po’ a un bouquet: così, se chi è allergico al polline (ovvero al genere) eviterà accuratamente di ficcarci il naso, gli amanti della botanica avranno invece il piacere e la pazienza di giudicarne al meglio i colori, le forme e i profumi dei singoli “fiori”, nonché l’armonia più o meno indovinata del loro accostamento. Varietà e ricchezza non difettano certo al volume curato da Cristina Jandelli, e chiusa l’ultima pagina non si potrà fare a meno di  guardarsi attorno con uno sguardo rinnovato, un po’ più consapevole dell’importanza e dell’incidenza della sua azione su ciò che lo circonda e che lo subisce: uno sguardo che, proprio per questo, non potrà che essere ancora più curioso - e più rispettoso - dell’altro e dell’altrove, del noto e dell’ignoto, del vicino e del lontano. 

Cecilia Mariani


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