venerdì 8 dicembre 2017

Ragazze elettriche: potere e questione femminile nella distopia diventata caso editoriale

Ragazze elettriche
di Naomi Alderman
Nottetempo, settembre 2017

Traduzione di Silvia Bre

pp. 448
€ 20 (cartaceo)

Perché adesso? Come mai proprio adesso? 
È una delle domande al centro di Ragazze elettriche, il romanzo distopico intenso e disturbante della scrittrice inglese Naomi Alderman, in Italia pubblicato da Nottetempo lo scorso settembre, e anche una delle domande che mi ronzavano in testa nel corso della lettura: perché adesso – questa storia – , perché proprio adesso, in questo preciso momento storico? Di distopia e femminismo si è tornato molto a parlare negli ultimi anni e il romanzo di Alderman conferma quanto la questione femminile sia diventata sempre più urgente, in quest’epoca di stravolgimenti politici e sociali in cui le donne sono tornate a marciare, facendo sentire la propria voce, forte e chiara.
Ragazze elettriche è il perfetto prodotto di questi tempi confusi, delle frustrazioni, del desiderio di rivalsa contro piccole e grandi vicende di sessismo quotidiano con cui quasi tutte siamo chiamate a confrontarci. Un romanzo in cui si dichiara apertamente l’enorme debito nei confronti di Margaret Atwood, maestra indiscussa della distopia femminista – che con la trasposizione televisiva del suo The Handmaid’s Tale ha conquistato nuovi lettori e riportato all’attualità un testo scritto più di trent’anni fa – ma in cui si possono avvertire anche echi dell’opera di Ursula Le Guin e la Charlotte Perkins Gilman di Herland.
La cosa ancora più interessante a mio avviso, è che l’opera di Alderman non si limita a porsi in perfetto dialogo con la realtà contemporanea, facendosene in qualche modo interprete, ma dimostra che una letteratura capace di sfidare limiti e convenzioni è ancora possibile: The Power – questo l’efficacissimo titolo originale su cui tornerò – è, infatti, un romanzo coraggioso, estremamente disturbante e a tratti brutale, non perfetto, ma capace di inchiodare alla pagina, insinuare profondi dubbi sul confine tra bene e male, giusto e sbagliato, sconvolgere certezze e stereotipi e spingere il lettore a porsi domande intorno alle numerose tematiche che ne stratificano le trama principale. È questo, sono convinta, che la Letteratura deve fare, oggi con particolare urgenza: stimolare la riflessione, il dibattito costruttivo, mettere in dubbio le nostre certezze e osare, con coraggio.

Alderman immagina con straordinaria precisione un mondo dominato dalle donne che, improvvisamente, scoprono dentro di loro un potere latente, una mutazione: una matassa, legata alla clavicola, da cui parte un potere enorme, la capacità di generare energia elettrica dal palmo delle mani. Una caratteristica che emerge con sempre più frequenza nelle adolescenti di quattordici, quindici anni, ma che può anche essere in qualche modo risvegliata nelle donne adulte, da altre che possiedano l’energia. E che, nel giro di poco tempo, coinvolge un numero sempre crescente di donne, mettendo in moto una catena di eventi che mutano per sempre la società mondiale. Il romanzo si sofferma su differenti aspetti, arricchendo la trama di molteplici spunti di riflessione, punti di vista e tematiche, in una storia complessa e coinvolgente.
Il nodo centrale intorno a cui tutto ruota, è la chiave di lettura della storia stessa: perché le persone abusano del potere? Perché possono, è la semplice, disarmante risposta. Perché, in fondo, ciò che più sconvolge di questo romanzo è il fatto che nella realtà distopica di Alderman, le donne che scoprono questa forza straordinaria dentro di loro si lasciano corrompere dal desiderio di potere, diventando sempre più brutali, venendo contro lo stereotipo di un naturale istinto femminile ad essere creature pacifiche e accudenti. No, il potere corrompe, tanto gli uomini quanto le donne, l’odio represso esplode in scariche elettriche sempre più forti e se a comandare fosse la popolazione femminile è difficile dire con certezza che il mondo sarebbe un posto finalmente più pacifico, giusto, sicuro. Non nella visione di Alderman almeno, che coraggiosamente rigetta stereotipi e falsi buonismi, per dipingere una realtà violenta, disturbante proprio perché – come da miglior tradizione – verosimile.
La forma del potere è sempre la stessa; è la forma di un albero. Dalle radici fino alla cima, un tronco centrale che si divide e suddivide, aprendosi in dita sempre più sottili, protese in avanti. La forma del potere è il disegno di una cosa viva che tende verso l’esterno, e manda i suoi sottili filamenti un po’ più oltre, e ancora un po’ più oltre. 
Vale la pena, inoltre, soffermarsi a riflettere, tra i moltissimi spunti che offre la lettura, almeno su due questioni che per prime catturano l’attenzione: atti brutali, sete di potere ed abusi perpetuati dalle donne e, parallelamente, la sensazione di pericolo costante che gli uomini iniziano a provare, sono, a ruoli inversi, molto simili alla realtà che conosciamo. Come dire: le violenze fisiche o psicologiche compiute dalle donne nel romanzo, sono le stesse – o quantomeno molto simili – a quelle perpetuate ieri ed oggi nel mondo reale dagli uomini. Non è difficile immaginare quindi, in quest’ottica, il pericolo potenziale di una situazione in cui all’odio represso si intrecci la scoperta di una forza inarrestabile in coloro storicamente considerate – che espressione odiosa – il “sesso debole” e il desiderio sempre più bruciante di sovvertire secoli di soprusi e conquistare infine il potere.

Nella trama stratificata del romanzo, quindi, la riflessione sul potere si sofferma con precisione e lucidità su ogni suo aspetto, intrecciandovi tematiche politiche e religiose, il discorso sul terrorismo e il ruolo dei media, ma ripensando anche i tradizionali confini tra ciò che è giusto e sbagliato, su istinti naturali e divisioni di genere, catturando il lettore con una storia che qui e là si perde in qualche digressione di troppo, ma che in generale conquista per ambizione e tecnica narrativa. Similmente al discorso sugli stereotipi di genere, Alderman sembra infatti rigettare anche preconcetti letterari, dimostrando ancora una volta che non esistono confini di genere, scrittura femminile o maschile, tematiche o modalità narrative peculiari dell’uno o dell’altro sesso. 
Esiste solo la buona o la cattiva letteratura e The Power, chiaramente, appartiene alla prima categoria. 

Debora Lambruschini 





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