martedì 25 dicembre 2012

SPECIALE #Natale: Natale in casa Cupiello

Natale in casa Cupiello
di Eduardo De Filippo

Einaudi, 1964 (1931)



«Parto trigemino con una gravidanza di quattro anni»,-: così Eduardo De Filippo definisce la nascita di quella che è considerata una delle sue prime grandi commedie. Natale in casa Cupiello, infatti, si presenta inizialmente come atto unico, solo in seguito verrà arricchita da un primo e da un terzo atto che fungeranno rispettivamente da prologo e da conclusione. Una costruzione a più tempi, quindi, che non crea un’opera spezzata o incoerente. Con le sue aggiunte Eduardo supera la struttura tradizionale che si nutriva della farsa, supera il teatro paterno scarpettiano e costruisce un’opera che va oltre, colma di umanità e umorismo tragico.


Eduardo ci fa scoprire delle vite misere, dolorose e quotidiane. Il sipario si apre il giorno dell’antivigilia di Natale in un ambiente domestico. Mai situazione poteva essere più tradizionale: se aggiungiamo che l’evento centrale gira attorno a un triangolo amoroso, ci ritroviamo immersi nell’intreccio più classico. Ma questa è solo la base su cui poi si costruisce la vera commedia, è il punto di partenza privilegiato per esplorare l’umanità tutta. La moglie Concetta, il figlio Nennillo, la figlia Ninuccia, lo zio Pasquale e poi Luca Cupiello - il pater - sono protagonisti di situazioni comiche, di motivi farseschi ma anche di un’amara tragedia. I loro contrasti sono esilaranti e creano irresistibili trovate ma tutto ciò si mescola a tensioni ben più profonde e i personaggi emergono non come macchiette ma come volti addolorati e profondamente umani. Lucariello su tutti rimane un personaggio indimenticabile, un uomo che si isola dalla realtà e che a sua volta ne viene isolato. La comunicazione tra i personaggi risulta impossibile, Luca Cupiello non riesce a instaurare mai nessuna vera forma di dialogo; circondato da molte persone sarà sempre più solo, estraneo alla propria famiglia. Interessantissime le spie linguistiche, individuate da Anna Barsotti, che testimoniano questo isolamento
Luca (...) Quando viene Natale, Pasqua, queste feste ricordevoli... Capodanno... allora ci rinuriamo...ci uriniriamo (...)ci rinuchiamo...ci riminiamo (Prova ancora un paio di volte, finalmente spazientito, decide di chiarire a modo suo quel concetto formulando una frase più comune) Vengono e mangiamo insieme
Un significato metaforico evidente e ricchissimo. La famiglia, per il protagonista non è un nido caloroso, ma vicinanza forzata nella quale ognuno sfoga la propria aggressività. Il bene tra i vari personaggi non svanisce mai ma continuano a ferirsi a vicenda, come belve violente in gabbia. I contrasti sono innumerevoli e continui.
Un refrain scandisce l’intera vicenda, una battuta divenuta storica ma soprattutto una fondamentale chiave di lettura:
Luca - Te piace ‘o presebbio?Tommasino (testardo)- A me non mi piace.


Il presepe è per Luca una fissazione maniacale, ossessiva; simbolo della tradizione napoletana ed emblema della famiglia unita. Luca con un inconsapevole procedimento metateatrale vuole creare una scena nella scena, il presepe diventerà sinonimo della volontà di costruirsi una realtà altra. La composizione meticolosa del presepe è un momento attesissimo da Lucariello, unico momento in cui ha la possibilità di non essere vittima della realtà ma di crearsene una diversa. Il presepe come antidoto alla triste e opprimente quotidianità. L’anti- eroe vivrà fedelmente, fino alla fine, come un sognatore, un illuso e non appena la realtà si imporra inevitabilmente ai suoi occhi avverrà il corto circuito. L’illusione negata equivarrà alla non-vita. Con la presa di coscienza dell’adulterio che ha compiuto la figlia Ninuccia, che è inconciliabile col mondo che Luca ha invano tentato di costruire, avviene la lacerazione definitiva. Anche nel finale, l’onnipotenza della fantasia e dell’illusione sarà totale, generando così scene grottesche e pietose, mescolando risate e amarezze; ma lasciamo al lettore il piacere di scoprirle.

La scrittura di De Filippo ci porta direttamente alla scena, infatti, il nostro vuole essere anche un invito alla visione di quest’opera che si nutre di una fisicità potente, di sonorità, di una mimica tutta meridionale e di balbettii e silenzi eloquenti. È doveroso sconfinare dall’ambito strettamente testuale e godere della recitazione di un De Filippo straordinario, del suo viso asciutto solcato da profonde rughe, con gli occhialetti di metallo e il berretto di lana.

Renzo Tian nel Messaggero del 7 maggio del ’76 scrive:
(...) Rivedendola oggi si rimane colpiti per almeno un paio di ragioni, la commedia di Eduardo ci tocca in modo quasi magico (...) perché è una non-storia, che esce dai confini del verosimile e della descrizione per arrivare nel territorio della visione e del simbolo (...)
E noi concordiamo in pieno.


Valeria Inguaggiato