martedì 9 ottobre 2012

Friedrich Dürrenmatt, "La panne. Una storia ancora possibile"


La panne. Una storia ancora possibile
(Die Panne, Eine noch mögliche Geschichte)

di Friedrich Dürrenmatt

Einaudi, 2007 (1956)
pp. 64
9,50 







Con La panne possiamo gustarci un eccellente Dürrenmatt narratore, un racconto chiaro, coinvolgente e carnevalesco. Il prologo è una vera e propria chicca, nota metaletteraria:
Ci sono ancora delle storie possibili, storie per scrittori? Se uno non intende raccontare di sé né romanticamente, liricamente generalizzare il proprio io, se non si sente affatto obbligato a parlare con assoluta veridicità delle proprie speranze e delle proprie sconfitte, o del proprio modo di fare all’amore, come se la veridicità ne facesse un caso universale e non piuttosto un caso clinico, psicologico, se uno non intende farlo e vuole invece tirarsi da parte con discrezione (...) allora scrivere diventa un mestiere più difficile, più solitario e anche più insensato (...) Gli si affaccia il sospetto che non ci sia più nulla da raccontare.
L’autore pone un interrogativo interessante, è possibile scrivere non mettendo il proprio io su un piedistallo? Non peccando di presunzione universale? Dürrenmatt ha risposto con i suoi scritti, producendo arte dove il pubblico non se lo aspetta. Come in questo racconto.
Dal titolo si può dedurre non solo l’evento centrale che dà il via all’azione, ma anche la concezione del mondo moderno che l’autore sostiene:
Non vi è più un Dio che minacci, né una giustizia, né un fato come nella quinta sinfonia; ci sono solo incidenti del traffico, dighe che crollano per errori di costruzione, l’esplosione di una fabbrica di bombe atomiche provocata da un assistente di laboratorio un po’ distratto, incubatrici mal regolate. Dentro questo mondo di panne ci porta la nostra strada (...)
Questa sarà la cifra di tutto il racconto: un umorismo profondo che si lega a grandi temi quali la giustizia, la coscienza, il destino, l’individualità. Dürrenmatt descrive un mondo sempre meno decifrabile, in cui il destino ha battuto in ritirata lasciando campo libero solo a incidenti del caso. É proprio qui che si ritrova l’anello di congiunzione tra l’introduzione e il racconto vero e proprio. Un incidente permette di raccontare una storia “colta per caso, riflessa nel monocolo di un ubriaco”. 



Traps è il protagonista di questo racconto che, innanzitutto, risulta estremamente divertente. Traps è costretto per un guasto all’automobile a pernottare in una villa dove un vecchio padrone di casa è solito accogliere stranieri di passaggio. Da questo momento in poi gli ingredienti principali  della storia saranno: quattro vecchi un po’ fuori di testa, un processo-gioco e una cena che apparirà sempre più un baccanale in onore della giustizia. Ha inizio il gioco e i quattro vecchietti impersonano un giudice, un pubblico ministero, un avvocato e un boia. Si succederanno vorticose risate alimentate da accuse superficiali, tutto scandito da succulente portate minuziosamente descritte. Il gusto per il cibo si lega al gusto per il gioco della giustizia; le accuse vengono decantate e poi ingurgitate con la stessa foga che viene riservata al cibo. Le accuse saranno alimentate dalle ingenue confidenze di Traps che non ascolta le esortazioni alla prudenza che gli vengono rivolte dal suo difensore. Non scenderemo in merito al fatto che l’impianto di accusa si baserà solo sulle affermazioni dell’imputato stesso perché ciò che attrae è la reazione del protagonista alle accuse. Pian piano emerge una sorta di orgoglio nell’essere stato accusato del cosiddetto “delitto perfetto”. Scatta una molla dentro Traps: la sua vita non è più una vita banale ma una vita connotata da un’identità; la sua condanna coinciderà con la sua personale rinascita. Predominerà la volontà di essere qualcosa di diverso da ciò che si è diventati, ovvero un comunissimo cinquantenne. Scorge una nuova visione di sé , eccitante, stimolante e soprattutto non anonima come quella precedente.

La villa di campagna diventa un laboratorio in cui si può giocare e sperimentare sull’animo di Traps. Il processo-gioco, iniziato con la prima portata, si concluderà in un crescendo con un brindisi chiassoso e strampalato. Terminerà in una sorta di delirio narcisistico, ma non è la sola fine possibile. Al lettore il piacere di godersi il finale rivelatore e pieno di suspense, e se non sarà soddisfatto potrà sperimentarne un altro nella versione radiofonica, contenuta nei radiodrammi. Due finali diversi che mostrano due opposte reazioni al carnevale della vita, che come tutti i carnevali e come il nostro racconto sarà allegro e profondo, ridicolo e serio.

Valeria Inguaggiato