lunedì 3 ottobre 2011

"Questo bacio vada al mondo intero": inno alla speranza

Questo bacio vada al mondo intero
di Colum McCann
Rizzoli, Milano 2010

Traduzione di M. Magrì

€ 21
pp. 456


Contrariamente alle numerose critiche che hanno accompagnato lo scorso anno l’uscita del libro per la scelta del titolo dell’edizione italiana, ammetto che è stato proprio quel verso di Schiller tratto dalla raccolta “Inno alla gioia” a catturare la mia attenzione verso questo romanzo. Il titolo originale era ovviamente alquanto poetico e significativo, “Let the great world spin” che potremmo tradurre con “lascia che il mondo giri in vortici infiniti”, un verso bellissimo e assolutamente perfetto, ma nonostante la tendenza a modificare i titoli originali di libri e film (spesso con scelte che poco o nulla hanno a che vedere con l’oggetto in questione) sia una prassi che aborro, in questo caso almeno per la sottoscritta è stato uno stimolo ulteriore ad avvicinarmi a questo romanzo, di cui a ridosso dell’uscita si leggevano critiche entusiaste e l’attesa era piuttosto palpabile.

Il suo autore, Colum MacCann, irlandese fino al midollo trapiantato a New York, aveva già all’attivo una serie di pubblicazioni di successo, tanto da valergli il titolo di “uno dei più importanti scrittori contemporanei di lingua inglese”.  Ma è sicuramente questo il romanzo della sua consacrazione: splendidamente costruito nell’alternanza di voci, stile narrativo e storie, ognuna di esse intrisa di profonda  sofferenza, legate tra loro letteralmente da un filo. Un filo, o meglio un cavo, che la mattina del 7 agosto 1974 tiene centinaia di newyorkesi con lo sguardo rivolto verso il cielo a quello spazio che appare infinito tra le due torri del World Trade Center in cui un uomo, piccolo e alquanto bizzarro, stava tentando un’impresa folle e per molti priva di alcun senso. Philippe Petit, funambolo francese autodidatta che quel giorno d’estate sfida sé stesso, i limiti fisici e del consentito, per compiere una spettacolare passeggiata nel vuoto del cielo di New York, tra quei due grattacieli il cui vuoto oggi pesa come un macigno. È quindi anche un romanzo sull’11 settembre, pur senza parlarne mai apertamente (così come in effetti non si cita mai apertamente neppure Petit), ma a cui è impossibile non pensare rivedendo le immagini di quell’impresa, le due torri che si stagliano nel cielo e che in fondo serve anche a farle rivivere seppur per un attimo illusorio. Come afferma lo stesso MacCann in una bellissima intervista concessa a Vanity Fair in occasione del Festivaletteratura di Mantova dello scorso anno, 
Ha salvato la nostra memoria, anche se ancora non lo sapeva”,
Il romanzo corale di MacCann quindi parte proprio da qui, dalle reazioni diverse che quel gesto suscita nei passanti ignari, per gettare uno sguardo nelle vite umili, segnate dal dolore e dalla malinconia e tutte in qualche modo seppur nelle loro differenze legate tra loro dalla vita, dal destino, dalla storia personale. Un piccolo spaccato di mondo, neanche lontanamente luccicante e perfetto, ma proprio per questo ancor più reale e sempre pieno di speranza, un sentimento che è in fondo lo spirito di tutto il romanzo, non solo atteggiamento dell’animo bensì dovere, esigenza.
Uomini e donne qualunque, che ogni giorno vanno avanti lottando contro le ferite che la vita ha loro inferto, eppure non del tutto sconfitti, non del tutto vinti.
C’è lo splendido ritratto di Claire madre inconsolabile nella sua bella casa dell’Upper East Side per quel figlio morto sotto le bombe in Vietnam, la sua stanza esattamente identica a come lui l’ha lasciata tanto tempo prima, gli incubi nella notte quando il volto di quel bambino spaventato chiede aiuto, il pudore nel mostrare la sofferenza e la fragilità allo stesso modo del timore del giudizio per il benessere in cui vive.
Gloria, discendente di schiavi, che come Claire piange il figlio morto così lontano da casa, giunta quel giorno per la prima volta nell’elegante dimora a Park Avenue insieme al gruppo di sostegno che periodicamente si riunisce per condividere il dolore e provare ad accettarlo. Con i suoi modi materni e diretti, forse un po’ stereotipati ma egualmente intensi, capace solo lei unica nera fra tutte a capire davvero il silenzio imbarazzato di Claire.
Ma c’è anche chi dall’agio e dalla famiglia ha deciso di scappare schiacciata da un talento precoce che consuma, la giovane Lara, che nelle droghe cerca l’oblio.
Lontano dal lusso altre vite ed altre storie: il Bronx, quello più crudele, popolato da prostitute e delinquenti, inferno in terra dove Corrigan giunto dall’Irlanda cerca il Dio in quelle vite, in quella povertà, in quella sofferenza. Perché è proprio lì, ne è convinto, la presenza del divino, nelle vite di quelle donne nate per finire sui marciapiedi, dove inevitabilmente le seguiranno anche le figlie. Spoglio di tutto, folle di fronte al giovane fratello giunto dal paese natio che vorrebbe portarlo via da tutto quel degrado, quella sofferenza. Ma in quale altro luogo dovrebbe stare se non lì?
Personaggi veri, fatti di carne e sangue, che si muovono in una New York lontanissima dal glamour e dai circoli intellettuali così cari alla letteratura, per esplorarne le ferite, la sporcizia, la crudeltà e la speranza, incrollabile, che è di tutti noi.

Un inno alla vita quindi e all’uomo, così inconsapevolmente legato a quanti altri intorno a lui che per caso, per destino, per volontà divina ne incrociano la strada. Con il naso all’insù, il respiro un po’ trattenuto, siamo tutti partecipi della stessa impresa.

Debora Lambruschini