mercoledì 6 luglio 2011

Giovani poeti cubani: l'isola che canta

L’isola che canta (Giovani poeti cubani)
A cura di Danilo Manera
Feltrinelli, Milano, 1998
pp. 167


Più di altri paesi, Cuba desta in chi non l’ha vista un immaginario stabile, di povertà allarmante ma risarcita dalla musica, dall’umanità dei suoi abitanti. La presente antologia, nel bel titolo e nella postilla del curatore – tra evocazione, dato personale ed esposizione del lavoro – fa leva proprio su questo immaginario, in cui convivono una genuina idealizzazione (il realismo magico, così inseparabile dall’America Latina?) e una messa in secondo piano delle limitazioni imposte dal regime e del nesso regime-letteratura, che andava forse maggiormente illustrato al lettore italiano.
Eppure, titolo e postilla sono solo paratesto, segnali utili per allargare il target al di fuori di un pubblico ristretto e specializzato (tanto più che a pubblicarla è Feltrinelli) ma che non manca, grazie alla bella introduzione di Arturo Aragno, di un inquadramento storico-critico dei poeti ospitati. Pochissimi, tuttavia, i cenni agli stili e temi degli autori: scelta forse discutibile, ma che lascia al centro i testi poetici e, in definitiva, un piacere di lettura più diretto.
Quindici i poeti proposti, con una media di cinque poesie ciascuno: un numero adeguato di autori (tutti nati, tranne un’eccezione, negli anni ’50 e nei ’60) rappresentati però da un numero di testi insufficiente, considerando che la maggior parte degli autori ha già all’attivo numerose pubblicazioni. Evidentemente, il taglio editoriale richiedeva un’opera agile (senza contare che l’opportuna presenza dei testi originali raddoppia il numero di pagine) che, includendo anche due cantautori, alle distinzioni di genere antepone l’influsso del canto sulla composizione letteraria.
Data la natura non accademica dell’antologia, il curatore ammette di aver privilegiato gli autori in cui l’intento comunicativo è più evidente, e tenuto conto solo in parte dei “valori riconosciuti”: il che, in un tempo di crisi della critica e accidentalità del merito riconosciuto, può essere un bene.
Veniamo ora ai testi, di qualità alterna ma mediamente alta, e soprattutto con una freschezza spesso mancante nella poesia italiana attuale, vittima di una certa elegante omologazione.
Apre il volume Alexis Díaz Pimienta, con le sue riflessioni dirette ma profonde, ancorate in una realtà trasfigurata: «I nonni non mi piacciono perché finiscono subito. / Sono a malapena un ginocchio ossuto, una mano tra i capelli, / e diventano già una foto nella sala». Per non dire della stupenda Nel giardino pubblico, perfetta poesia erotica e allusiva: «Una giovane ha appena accavallato le gambe / e il poeta spera che il vento sia suo complice […] ma la vera fortuna sta nel fatto che la mano della giovane / scenda in tempo, e la sua pelle continui a essere possibile».
Segue Carlos Varela, con le sue strofe popolari di protesta e impegno civile, intessute di rime e assonanze, con le sue anafore e ritornelli proprie delle canzoni: per questo, il lettore avvezzo alla poesia vi troverà probabilmente – diciamolo pure – un’intensità poetica minore.
Il terzo poeta è Omar Pérez, uno dei miei preferiti: il suo tratto essenziale, pensoso, a volte allegorico («Nella moltitudine / un uomo ha preso a calci dissimulatamente una colomba […] c’è una sola vita e la copriremo con parole d’altri / la palperemo dissimulatamente varie volte / prima di decidere che la vogliamo») esprime una critica della civiltà che sa partire dal dato grezzo (come il rito della cena) per superarlo senza retorica: «È il momento in cui resuscitiamo: che non si sentano / né aforismi, né lamentele, né rumore di cucchiai».
Decisamente assertivo Abilio Estévez, il quale fa uso di un verso vicino alla prosa, memore di cadenze vaticinanti: «Vado tutti i giorni in riva al mare: ho imparato a / decifrare i messaggi degli uomini». La sua poesia migliore è forse Desiderio, più intima: «sarà sufficiente il / tuo corpo nella stanza senza mobili, e in lontananza il mare», fino alla splendida chiusa «mentre il meriggio e la sua estinzione ci / ricordano quanto deve risultare sereno ogni addio».
Deciso cambio di registro con Luis Manuel García, i cui brevi, godibilissimi componimenti hanno un piglio epigrammatico, ironico verso i cliché dell’amore: «È il quarto cuore che mi si rompe / e tu non te ne accorgi. / È vero che si spezzano in silenzio: / non sono cuori estroversi o allarmisti». Il rischio, talora, è nella prevalenza delle ragioni della battuta sulla densità poetica, o di un antilirismo talmente irridente ed esibito da rischiare a sua volta la posa.
Ángel Escobar inserisce nei suoi versi lunghi una forte tensione dialogica, con stralci di discorso, balbettii (segnalati già da un titolo, Balbettio tra vivi) e tentennamenti sintattici, per cui il focus in medias res risulta paradossalmente criptico, come per iperrealismo. Un poeta difficile ma affascinante, con un senso immanente del tragico che lo avvicina ad alcune prove del nostro Milo De Angelis: «il silenzio che cerca il suo equilibrio prima e dopo / ogni sillaba messa in esercizio. Il tuo sì scricchiola. / Il tuo no ti riduce in cocci».
Le poesie di Marilyn Bobes sono segnate da una femminilità tormentata dal desiderio e dal sentimento del rifiuto, che certo hanno punti di forza poetica («So che i tuoi occhi / staranno per sempre / tra le rappresentazioni più audaci / della luce») ma anche metafore trite («paradiso dei tuoi occhi») e un impianto lirico-privato che impedisce un discorso sul mondo.
Biografia e colloquialità in Alex Fleites, dove l’osservazione ironica del reale ricorda un po’ la nostra linea lombarda («L’inverno durerà lo stretto necessario. / Vi terremo informati tramite la televisione e la radio»), anche negli intenti stranianti («Un cane che era invecchiato in cattività / asserì che l’importante è non perdere il contegno»).
In Sigfriedo Ariel, poeta notevole, c’è una narratività più oggettivante, che non prevede l’io se non come voce che elenca, con un montaggio concettuale («Alla fine della città comincia il giorno, / l’amore sta aprendo le sue scatolette di conserva, / i soldati raccolgono margherite») e un tono classicamente sostenuto («Sotto una certa pressione non avrei messo casa / sull’Atlantico spento che muoveva le sue punte») che a tratti ricorda Franco Fortini.
Segue Liudmila Quincones, la più giovane del gruppo (è nata nel ’75, quindi poco più che ventenne al momento della pubblicazione). Le sue liriche religiose assumono il tono della preghiera o dell’invocazione; sono tuttavia perlopiù ingenue e ancora acerbe, e lo scarto si sente.
Le poesie di Victor Fowler si rivolgono a un tu femminile, e sebbene non manchino versi intensi («Non tremano più le mie mani quando viene / il tuo corpo di donna come una domanda»), prevale un senso di pretenziosa retorica («Scendiamo, mia amata, scendiamo allacciati / in un abisso sconosciuto di irrequietezza della carne») unita a cali d’intensità vicini alla semplice riflessione.
Notevolissima è Soleida Ríos, la voce più visionaria dell’antologia. I suoi versi sono liquidi, drammaticamente giustapposti e non disciplinati dall’interpunzione: «C’è una lingua scura sì / è catrame / sotto si riproducono le anguille / i pesci morti vengono a mangiare dalla mia bocca». L’innegabile potenza delle immagini non scade quasi mai in un desiderio di sorprendere fine a se stesso, in quanto la pronuncia che le sostiene è appassionata e suona autentica. Per questi aspetti, e anche per le ripetizioni ossessive e dissonanti, la sua voce è accostabile a quella di Amelia Rosselli.
Si torna a un clima discorsivo e riflessivo con l’ottimo Antonio José Puente, in cui la disciplina formale che sfocia in un verso libero ma controllato veicola amare constatazioni sui rapporti umani, come nella splendida Sei minuti di conversazione con l’estero, dove gli amanti, diventati due estranei, si sono «assottigliati fino a diventare queste voci / che chiedono del clima».
Frank Delgado, l’altro cantautore incluso nel volume, compone strofe rimate o assonanzate, nelle quali riferimenti politici (il Che, Agostinho Neto…) e ritratti sottoproletari sono immessi in monologhi che non mancano di autoironia ed efficacia.
Chiude il volume Juan Nicolás Padrón Barquín: le sue composizioni, in prosa, assomigliano a mini-favole allegoriche, con riferimenti filosofici (Tra la caverna e il sole) e paradigmi morali incarnati da immagini simboliche. Personalmente, trovo fuoriluogo l’inclusione di questi testi, e non certo per pregiudizio verso la forma prosa.
Come di consuetudine, un’indispensabile nota bio-bibliografica sugli autori e le fonti completa il volume, che malgrado i limiti intrinseci e alcune inclusioni opinabili ritengo un buon modo per accostarsi alla poesia (e non solo a quella cubana), e per riscoprirla diversa da quella che ci hanno insegnato a riverire, ignorare o disprezzare.

Davide Castiglione