martedì 29 marzo 2011

CriticARTe - Incontro con Bettina Pousttchi a Sassari

Incontro con Bettina Pousttchi
Accademia della Belle Arti, Sassari
23 marzo 2011, h. 10.30

Incontro organizzato dalla Scuola di Dottorato in Scienze dei Sistemi Culturali


Introdotta dalla professoressa Altea, docente di Storia dell'Arte Contemporanea presso l'ateneo sassarese, Bettina Pousttchi ha portato nell'aula magna un crescente interesse per la sua opera. Artista poliedrica, di origini tedesco-iraniane, Bettina Pousttchi esordisce come fotografa, ma rivolge i suoi interessi anche alla scultura, all'architettura e alle più moderne forme di installazioni.

In particolare, l'artista ci ha parlato in un inglese fluente del progetto Echo, che l'ha occupata nel 2009. Si tratta di un'impresa ambiziosa ("megalomane", a detta di alcuni), che per sei mesi ha cambiato l'aspetto della Schlossplatz di Berlino, città dove vive la Pousttchi. La piazza, infatti, ospitava prima il grande Palazzo della Repubblica, distrutto dopo un lungo dibattito che ha coinvolto l'intera Berlino. Nell'enorme vuoto lasciato dalla sua demolizione, sono apparsi i ruderi del castello originario (che si pensa di ricostruire) e una costruzione temporanea, destinata a ospitare per due anni mostre e installazioni. L'edificio, piuttosto scarno ed essenziale, con una facciata di cinquanta metri di lunghezza, è stato ricoperto dalla Pousttchi da 2000 metri quadrati di fotografie, ovvero 970 poster fotografici che riproducevano la facciata translucida del precedente Palazzo della Repubblica. Unico cambiamento: sulla facciata, al posto del simbolo di falce e martello, è comparso un orologio analogico, dall'aspetto piuttosto futuristico, che segnava le due meno cinque (su questo tornerò). Non si trattava di una provocazione, ma di un omaggio alla memoria cittadina, che ha facilmente riconosciuto nell'opera della Pousttchi il palazzo distrutto.
Obiettivo dell’artista non era coprire la struttura originaria, ma trasformarla, farla diventare altro. Sintomatico della labilità della memoria, è che molti berlinesi, nel vedere la nuova Kunsthalle, hanno affermato: ecco che è tornato l’orologio, quando in realtà non c’era mai stato!
L’artista ha anche documentato le trasformazioni della natura, attorno alla Kunsthalle, nonché alla trasformazione fisica dei poster attraverso le stagioni (l’installazione è durata fino al febbraio 2010). Potete trovare i documenti fotografici sul sito dell’artista, segnalato a piè di pagina.
Altro merito del progetto è stato riaprire a Berlino il dibattito sociale: cosa sta diventando la nostra città? Come vogliamo che i cambiamenti incidano nel futuro?, dibattito che si era interrotto all’improvviso con la demolizione del Palazzo.

Dicevo poco fa dell’orologio che segna le due meno cinque. Si tratta di un Leitmotiv che attraversa la produzione fotografica di Bettina Pousttchi, come potete vedere nelle poche ma significative foto qui affianco. L’artista riflette sulla concezione del tempo oggigiorno, e si interroga sul valore o meno dei fusi orari nel mondo della globalizzazione. Per questo, si propone di fotografare gli orologi pubblici di ogni fuso orario, sempre alle 13.55, ovvero pochi attimi prima che scatti la nuova ora, appena prima che avvenga la trasformazione. È questa idea di liminalità che attrae l’obbiettivo fotografico della Pousttchi: l’idea che in momenti diversi gli orologi di tutto il mondo siano accomunati da questi cinque minuti alle due.
Come vediamo, la fotografia – originariamente a colori – ha poi subito una serie di rimaneggiamenti e di interventi: si tratta sempre di foto in bianco e nero, che sfuggono al naturalismo attraverso queste righe orizzontali tanto simili a un “effetto di veneziane”. Benché non si arrivi mai a una sfocatura o a un nascondimento tali da approdare all’astratto, i soggetti risultano intuibili, allusi, e sta all’occhio e all’emozione dell’osservatore decidere cosa mettere in primo piano, e come interpretare i significati simbolici sottesi.

Gli interessi di Bettina non si fermano neanche alla fotografia, ma sono approdati alla scultura: come non ricordare, ad esempio, la sua presenza alla Biennale di Venezia? Un motivo che la rende ben riconoscibile, è la barriera e, in particolare, la transenna, simbolo di contenimento, confine, nonché dei limiti imposti dalle istituzioni. La barriera è però reinterpretata: portata inizialmente in un interno, quindi alterando la sua funzione, poi viene posta su una sorta di piedistallo, a dimostrare la sua elezione a elemento estetico e scultoreo. Anche l’aspetto subisce mutamenti: le transenne sono intrecciate, le loro linee nude si fondono e si aggrovigliano, si piegano e serpeggiano fino a terra, in forme inattese. Non mancano anche omaggi ad artisti contemporanei,
Alla Biennale, ad esempio, all’esterno era presente una scultura con queste transenne in cristallo trasparente, a dimostrare la loro fragilità ma anche la pericolosità: si rompono facilmente, è vero, ma feriscono.

L’artista, rispondendo per quasi un’ora alle decine di domande che ha posto il pubblico dopo l’incontro, ha ammesso di avere in programma molti altri progetti, e che presto altre opere urbanistiche porteranno il suo nome.
Nell’attesa, gustiamoci il suo sito web:


Gloria M. Ghioni