giovedì 7 gennaio 2010

Invito alla lettura: Aimée


Aimée
di Jacques Rivière
a cura di Niccolò Gallo
Milano, ES editore, 2007

Con una postfazione di Niccolò Gallo
pp. 123

«So che il racconto è intriso di ingenuità, che vi ho trafuso la mia anima infantile […]. Ma tutti i tentativi che ho fatto per inserirvi la mia esperienza successiva non sono serviti a nulla. La fiamma di allora, seppure c’era, non si lascia più ritrovare».
Così il 2 febbraio 1921 Jacques Rivière scriveva all’amico Marcel Proust: il libro che ha composto nel 1915 (durante il suo periodo di detenzione in un campo di prigionia tedesco) si ribella a una qualsiasi riscrittura e uscirà nel 1922 con una revisione solo della prima parte. Porterà con sé l’ingenuità e l’innocenza con cui è stato abbozzato da un trentenne di grandi doti scrittorie.*
I desideri sentimentali dell’io-narrante, François, prendono forma con una purezza interessante, in una continua lotta tra volere e potere. François anela a un amore assoluto, che lo stravolga, perché «il sentimento era il mio pane quotidiano; e più era imprevisto, immotivato, tanto più piacere mi procurava. Soprattutto prestavo attenzione alle irregolarità del mio cuore; provavo per qualunque moto lo sfiorasse il più profondo rispetto e la più cieca ammirazione» (p. 17). Egli è un contemplatore delle proprie emozioni, ma anche un sognatore estasiato delle nuove scoperte, proprio come un Werther profondamente ripiegato su di sé. Ma rispetto all’eroe romantico ha un’indole avventuriera celata sotto l’aspetto quieto: «Non ho difese, io, nella vita; non so restare a lungo al sicuro. Per quanto maldestro sia, devo farmi avanti, compromettermi. Non sopporto che qualcosa accada senza avervi rischiato nulla, foss’anche il ridicolo» (p. 60).

Così tutta la vita di François è un’attesa speranzosa dell’amore come sentimento assoluto: si illude di trovarlo nella moglie Marthe, splendido esempio di donna dolcissima (ma non stucchevole) e di grande intuito. È invece la moglie dell’amico George, l’impenetrabile e indipendentissima Aimée, a conquistare improvvisamente François. Aimée non ha niente a che fare con la Lotte di Werther o la Teresa dell’Ortis: è una donna moderna, liberale, dedita solo al soddisfacimento dei propri piaceri, anche per via di un passato difficile. Questo non basta a dissuadere François dal desiderio di riporre la sua felicità nelle mani di Aimée: al contrario, coraggiosamente il protagonista assiste alla crescita di un sentimento dirompente, che si compiace di descrivere con un lessico armonioso, classico, intimistico.

Questi due elementi – la ricerca del rischio di François e l’egoismo algido di Aimée – permeano la trama esilissima di una profonda modernità, che allontana il romanzo da quel classicismo di maniera che era ancora frequentato all’epoca. A questo si aggiunge un piacevole «incanto della parola» (come scrive il curatore Niccolò Gallo nella postfazione): le frasi ariose, aggettivate fanno da contraltare all’amore che non si riesce completamente a esplicare. Per quanto, infatti, il narratore si impegni a ricostruire, a posteriori, il suo amore per Aimée, i veri sentimenti sono ineffabili. Riuscirà a parlarne più distesamente solo dopo una necessaria presa di distanza: «Per spiegare il mio amore, bisogna che prima lo combatta e, dopo averlo catturato, lo metta in catene nel mio cuore.|| Avrò questo coraggio; già lo sento venire. Io non comparirò affatto: lei, lei soltanto, nient’altro che la sua grande immagine temuta, adorata; io sarò presente solo a tratti, negli improvvisi slanci di gratitudine che mi assaliranno nel contemplarla» (p. 46).

Aimée è infatti vera coprotagonista, non solo nel romanzo, ma anche nella vita di François, portato ad annullare sé stesso (il titolo centralizza, d’altra parte, la sola donna). Se il tradimento non è la soluzione – troppo il rispetto e la tenerezza per Marthe -, così non la è neanche la sola contemplazione. L’amore si fa agonia, fino alla possibilità del suicidio per liberare François dalle «catene». Forse, chissà, scrivere di Aimée è l’unico modo per esorcizzare la sua prigione e per mettere a parte il lettore di un’esperienza assoluta, non retorica, profondamente interiorizzata.

GMG

*Ricordiamo che Jacques era già dal 1909 segretario della stimata e innovativa rivista letteraria Nouvelle Revue Française (NRF).