lunedì 6 ottobre 2008

Twilight, ovvero: Come costruire un Bestseller

L'ultimo (ma forse no) capitolo della saga, Breaking Dawn, ha venduto ben 1,3 milioni di copie in sole 24 ore. Questa cifra a sei zeri può darvi un'idea del successo della serie di libri pubblicata dalla scrittrice americana Stephenie Meyer tra il 2005 e il 2008. Incuriosita dagli entusiasmi della critica internazionale, ho acquistato anch'io una copia del primo romanzo della serie omonima, Twilight, dal quale si è tratto un film disponibile nelle sale dal prossimo dicembre 2008.

Il perché di un successo planetario. La storia d’amore tra (Isa)Bella Swan e l’affascinante vampiro Edward Cullen, senza troppe ambizioni letterarie, ha creato una miscela esplosiva che ha coinvolto milioni di teenagers. Gli ingredienti sono semplici, semplicissimi:

- Una giovane liceale senza alcuna caratterizzazione psicologica. Una scelta necessaria: il fatto che Bella Swan sia un personaggio assolutamente piatto permette a qualsiasi lettrice di identificarsi con lei. La protagonista femminile di Twilight – che, tra l’altro, è la voce narrante – prova solo emozioni rarefatte, funzionali allo svolgimento della (esilissima) trama. Il massimo pathos emotivo raggiunto da Bella Swan si riduce a un elenco di: cuori che smettono di battere, svenimenti, contemplazioni estatiche.
- L’uomo (pardon, il vampiro) perfetto. “Bello come un dio” (citazione letterale) e dannato come un vampiro, gentile, premuroso, la sua voce è “una cucchiaiata di miele” (altra citazione letterale). “Una statua perfetta, sbozzata in una pietra sconosciuta, liscia come il marmo, lucente come il cristallo”. Eccovi un ritratto dello splendido, superlativo Edward Cullen: vampiro “buono”, che si ciba di sangue animale, e che alla luce del sole non muore tra atroci sofferenze… ma brilla come un omino di Swarovski.
- L’amore. Twilight materializza su carta – e tra poco negli schermi cinematografici – i sogni reconditi di qualsiasi adolescente di sesso femminile: un Lui pressoché perfetto (Stephenie Meyer direbbe “divino”) che si innamora di una Lei non tanto divina, goffa all’inverosimile, pronta a gettarsi tra le sue braccia “incondizionatamente”.

Ecco spiegato l’arcano. Twilight è un libro privo di spessore, ma vincente come lo è stata tanta (mi si conceda il termine) letteratura popolare dall’invenzione della scrittura ad oggi. Oserei dire: così come ci si riuniva nelle piazze per ascoltare la storia di Lancillotto e Ginevra dal cantastorie di turno, facendo di quelle storie materia per i propri sogni, così adesso Stephenie Meyer offre a milioni di persone l’occasione di fantasticare sulla perfezione di un personaggio sovrannaturale.
In sostanza, dunque, il successo di Twilight non è il successo di Stephenie Meyer in quanto scrittrice, ma in quanto psicologa. Ciò che l’autrice di questo romanzo ha fatto è stato, semplicemente, dar corpo al desiderio di un uomo perfetto, sopito in ogni ragazzina, e condire il tutto con una trama banale per giustificarne la venerazione. La dimostrazione di questa tesi si ottiene facilmente facendo un breve censimento delle metafore, delle aggettivazioni presenti nel romanzo: la sfera semantica della bellezza e della perfezione invade ogni pagina, reclamando l’attenzione assoluta del lettore. Del romanzo, finita la lettura, non resta altro ricordo che questa atmosfera ovattata, zuccherina, fin troppo stucchevole.

Amare un libro vuol dire tante cose. Così come non esiste un unico tipo di affetto, esistono vari livelli di approccio a un testo. Ci sono libri da amare per un modo speciale di raccontare storie, perché ci regalano uno spaccato di mondo, per uno stile inconfondibile che non potrà mai essere eguagliato, per la definizione di caratteri indimenticabili. La maggior parte dei lettori che sostengono di amare Twilight, in realtà, non amano il romanzo in sé, il suo stile, il messaggio che intende comunicare. Amano Edward Cullen. Se il fascino di questo personaggio, costruito a puntino dall’autrice, smettesse per un attimo di accecare – se, cioè, lo spirito critico dei lettori si facesse un po’ più acuto, se si provasse a scavare sotto la crosta del “bello, bellissimo, meraviglioso, stupefacente,” – cosa resterebbe?

“Hai detto che mi amavi.”
“Lo sapevi già” dissi, chinando la testa.
"Però è stato bello sentirlo.” Affondai la faccia nella sua spalla.
“Ti amo”, sussurrai.
“Tu sei la mia vita adesso.”

Le mie conclusioni. Non è giusto condannare un libro e i suoi lettori. Viviamo in una democrazia, e fortunatamente è passato molto tempo dall’epoca in cui un libro di contenuto opinabile (o sospetto tale) veniva messo all’indice e dato alle fiamme. Tuttavia, è bene sottolineare che libertà di leggere vuol dire anche e soprattutto libertà di pensare e di scegliere. Libertà di crescere, insomma.
Crescere vuol dire rendere più ricca la propria capacità critica. Scalare i livelli di approccio al libro fino al più alto, fino a sentirsi veramente “padroni del libro”, non “schiavi del libro”. Amare un romanzo non solo perché il protagonista “è perfetto” o “troppo figo”, ma perché quel romanzo vuole dire qualcosa di fondamentale sul nostro essere nel mondo. Non dico che bisogna dimenticare i personaggi: semplicemente, questi personaggi vanno amati perché profondamente uomini, e non, come accade in Twilight e a tutte le twilighters, perché al di sopra degli uomini.

Laura Ingallinella