sabato 2 settembre 2017

#IlSalotto - Il bosco di Mila: quattro chiacchiere con Irma Cantoni, autrice di un bel thriller tutto italiano.

Irma Cantoni
Leggere romanzi thriller d'estate è una delle mie attività preferite, e ancora di più mi piace scoprire dei thriller italiani.

Oggi questo genere si arricchisce dell'opera di una scrittrice molto valida, Irma Cantoni che, dopo aver esordito nella narrativa con i racconti lunghi La regina degli Stati Uniti e Il cartomante, dove compare per la prima volta la commissaria Vittoria Troisi, ha pubblicato con Libromania Il bosco di Mila, romanzo vincitore del Premio Fai viaggiare la tua storia organizzato da Libromania, in collaborazione con Autogrill, DeA Planeta Libri e Newton Compton Editori.

La vicenda è ambientata a Brescia ed inizia il giorno di Santa Lucia, quando una bambina di nome Mila Morlupo scompare misteriosamente nel bosco di Mompiano. La capo commissario Vittoria Troisi, trasferita da poco tempo da Roma, viene incaricata delle indagini, affiancata dall'ispettore Mirko Rota.

Niente è come sembra in questo romanzo, e la storia si snoda tra misteri e torbidi segreti familiari che affondano le loro radici in un passato che sfiora gli anni Settanta, la caduta del muro di Berlino ed addirittura la Seconda guerra mondiale.

Per i lettori di Critica letteraria abbiamo intervistato la scrittrice de Il bosco di Mila, Irma Cantoni, che proprio come Vittoria Troisi conosce sia la città di Brescia che quella di Roma.

Come Le è venuta l’idea per questa storia? Si è ispirata a fatti realmente accaduti?

I singoli fatti narrati e i personaggi non esistono nel mondo reale, ma le circostanze storiche con i loro conflitti passati e nuovi sono accadute. Eppure persone e vicende nel libro pare siano esistite davvero, prendono vita: perché narrate. Questo è magnifico. 
Certo, la vicenda di un’indagine di polizia deve avere uno schema, seguire alcune regole del thriller. A questo gioco ferreo io adempio, c’è sempre una bussola che guida e alla fine fa convergere il tutto, ma cerco di trasfigurarlo questo gioco a scacchi, in modo che dia una vertigine, un effetto di spaesamento. È una partita a scacchi a tre: chi scrive, chi legge e l’indicibile. Una sfida. 
Pare che tutto si attorcigli su se stesso, si aprono porte e non si sa in quale stanza della storia si sia finiti, i pavimenti traballano, ma tutto alla fine si riavvolge per spalancarsi su ciò che è accaduto prima e dopo. 
In questo turbinio di piani che si sovrappongono – sì,  certo – scorre la Storia con la esse maiuscola. È parte del nostro vissuto, non solo italiano, ma anche internazionale. Forse tutto è già nella nostra profondità e a un certo punto esce, si fa pagina scritta o altro. Comunque, chi può dire che cosa sia reale, alla fine?

Vittoria Troisi pratica una forma di meditazione: c’è qualcosa di autobiografico in questa scelta? In quali altri tratti di Vittoria Lei si riconosce?

Personalmente pratico la meditazione buddhista da circa vent'anni, anzi, meglio sarebbe dire che cerco di praticare. Vittoria Troisi, che segue le indagini, si incaponisce invece su una sorta di meditazione fai-da-te. Sta sul respiro, per calmarsi. Il respiro entra, il respiro esce. Ha però imparato a farlo in un fine settimana,  in un corso accelerato e senza una preparazione. 
I miei amici buddhisti hanno giustamente trovato strambo il suo metodo senza basi che lei chiama 'meditazione'. Quando si medita, non ci si può improvvisare. In quali tratti allora mi riconosco? Molto impropriamente, nella sua fantasmagorica relazione con la morte. Quando lei incontra i morti nelle sue indagini, la storia è trasfigurata, ci sono sfasature temporali a ritroso, ogni cosa appare scoordinata, c’è un effetto ‘muro bianco’ dove tutto potrebbe essere scritto, accadere. 
Alcuni titoli della parti che compongono il libro sono indicativi: La porta dei ricordi, oppure Una leva viene mossa, e in un contagio geometrico scuote destini.

I luoghi descritti nel libro sono reali?

Prima dicevo – più che altro domandavo con cautela a me stessa – che cosa è davvero reale? I luoghi, le sequenze storiche, le piazze e le vie descritte a volte con minuzia, da Brescia fino a Roma, dalla Germania ex comunista fino a paesi oltre oceano, sono reali su un piano relativo, vale a dire il nostro mondo quotidiano. Ma, e ripeto ma, c’è sempre bisogno di grande sapienza – che io non ho – per affermare che cosa sia o non sia reale su un piano assoluto, vale a dire nella nostra interiorità più sacra.

La figura di Mila è molto interessante: può spiegarci perché ha scelto come protagonista del libro una bambina?

Perché indigna che si trascini via dagli affetti un essere che addirittura non è ancora adulto. Non è un evento normalizzabile. Non lo accettiamo. Mai. Io non lo accetto. Scatena implosioni mentali. 
La vicenda viene acuita da altri personaggi che arrivano, e vanno all'indietro nel tempo, attraverso snodi della storia. Proprio per dare respiro all'eccesso di un dolore insostenibile, ci sono però alcune parti dialogate tra Vittoria Troisi e il suo vice che sono una specie di risucchio umoristico. Lei romana, lui bresciano. Un connubio perfetto per scontrarsi e incontrarsi.

Il bosco per Mila ha un significato inizialmente pedagogico (perché è la meta di una gita scolastica), poi ha un’evoluzione e diviene il teatro del suo rapimento, infine scopriamo che sempre un bosco è stato lo scenario di alcuni eventi bellici: per Lei cosa rappresenta questo bosco? È una metafora di qualche sua paura?

Si ha paura di ciò che non si conosce o non si vuole conoscere. Il mistero più grande (penso sia per tutti così) è la morte. Un bosco, con i suoi silenzi e rumori alieni, è egualmente una soglia che non vorremmo attraversare – è più rassicurante stare ai margini, guardarlo dai vetri dell’auto, farci un picnic ma in uno spiazzo segnalato – e quindi ben la rappresenta. 
Un'altra immagine dell'autrice
Mila entra in un bosco per una gita scolastica, e proprio lì qualcuno la strapperà ai suoi affetti; poi ritroveremo altri boschi, gravidi di sangue versato e di inenarrabili ruberie umane; e infine ne scopriremo un altro ancora: un bosco dov
e gli alberi sanno parlare a chi ascolta, mentre di fuori impazza un Carnevale primordiale.

Si aspettava di riuscire a vincere il Premio Fai viaggiare la tua storia, organizzato da Libromania?

No, è stata una vera sorpresa. Alla fiera 'Tempo di Libri' di Milano, dove hanno annunciato il primo vincitore, ero presente con mio marito e un’amica. Quando hanno detto il mio nome, lei ha lanciato un incontrollabile e fortissimo urlo tipo wow, così nella sala tutta è dilagata una risata liberatoria. Io ero molto emozionata. Il premio è prestigioso, e io non riuscivo a crederci: il libro adesso è in ogni Autogrill e in ottobre sarà in libreria. Anche nei giorni successivi ho continuato a dire: «Ancora non ci credo».

Il personaggio del Commissario Vittoria Troisi comparirà in altre storie?

Per quanto riguarda il mio scrivere, sì. Spero che lettrici e lettori vogliano saperne di più su Vittoria, su quanto potrebbe succederle, quali indagini incontrerà, come scoprirà quale rapporto intercorre tra lei e il suo alter ego di nome Victor. Del resto, il finale del thriller Il bosco di Mila è in dissolvenza, porta verso nuove avventure, sul limite di altri precipizi.

Che “progetti letterari” ha per il futuro? Ha qualche storia già in lavorazione?

Dentro di me scrivo sempre. Inarrestabile (ride).

Intervista a cura di Ilaria Pocaforza

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