lunedì 14 agosto 2017

Sempre diffidare di loro: le donne, votate al peccato per la loro debolezza intrinseca. Una lettura della figura femminile nel Medioevo.

I peccati delle donne nel Medioevo
di Georges Duby
"Economica" Laterza, 2015

1^ edizione originale: 1996
Traduzione di Giorgia Viano Marogna

pp. 150
€ 9 (cartaceo)


Oggetto di perdizione, prova del demonio sulla Terra, debole per la sua stessa natura volta alle passioni fisiche, instabile nell'umore e nelle intenzioni, tentatrice (paradossalmente) passiva, incantatrice grazie a pozioni e altri intrugli... La donna nel Medioevo è innanzitutto colei che porta l'uomo a peccare: anche quando è moglie e madre, la sua capacità di sobillare o di avvelenare il marito e di uccidere il frutto del suo ventre per vendette anche di poco conto trasformano la donna in una creatura da cui guardarsi. Eppure, è nel XII secolo che qualcosa cambia: la Chiesa inizia a preoccuparsi di parlare anche alle donne, di raggiungerle e di guidare il loro percorso di fede, per allontanarle dai vizi che sembrano loro congeniti. 
Nel saggio di Georges Duby si ripercorre proprio questo mutamento d'intenzioni, attraverso i tanti penitenziali, i sermoni e le lettere che affrontano la questione femminile con la medesima preoccupazione, ma con uno sguardo critico sempre più attento a raggiungere l'uditorio. Il primo capitolo è dedicato ai "Peccati delle donne", stigmatizzati in una serie di domande spesso assurde alle nostre orecchie contemporanee, ma assolutamente da fare secondo i penitenziali dell'epoca. La donna infatti ha tre difetti fondamentali, secondo il vescovo Stefano di Fougères: nel suo Livre des manières (tra 1174-1178) la donna si oppone alle intenzioni divine con la stregoneria, incantesimi e malefici; inoltre è indocile verso la tutela maschile, del padre prima e del marito poi; infine è dedita alla lussuria. Non meraviglia che molte delle domande rivolte alla donna (o al marito, perché in alcuni periodi era l'uomo a essere responsabile anche del comportamento della consorte) siano proprio a proposito della sessualità. 

Dal XII secolo, qualcosa cambia, su influenza inevitabile della cultura cortese, sempre più diffusa. La donna non è più vista come passiva nell'amore, le pozioni per gli incantesimi vengono sostituite dai belletti per sembrare sempre bella e avvenente e innescare l'amore. I doveri matrimoniali diventano quasi sovrapponibili a quelli del vassallo verso il suo signore (amare, servire e consigliare il marito); viceversa, la moglie ottiene protezione e assistenza. Non mancano in ogni caso le raccomandazioni perché si realizzi un matrimonio senza piacere: solo così, l'atto d'amore può essere ritenuto puro, nonostante il congiungimento carnale. 
Nel secondo capitolo, Duby passa ad analizzare "La caduta di Eva", ovvero la matrice da cui la Chiesa ha tratto molteplici interpretazioni sul ruolo della donna nella caduta, appunto, nel peccato. Per quanto le teorie riportate abbiano sensibili differenze, tutte sembrano confermare la centralità della donna nella trasgressione, di pari passo con la tendenza a sminuire la responsabilità di Adamo. 
Il Medioevo procede su questo doppio binario: da un lato, la donna è considerata inferiore all'uomo (d'altra parte, non è stata generata dalla costola di Adamo? Senza di lui, non esisterebbe, pensano in molti); dall'altro, a lei vengono dedicate sempre più attenzioni. 
In particolar modo nel terzo capitolo, "Parlare alle donne", l'attenzione si sposta sui sermoni in piazza e sulle lettere che i prelati iniziano a indirizzare alle monache, alle principesse e, più in generale, alle dame, ritenute più dedite al peccato perché senza una reale occupazione pratica. Le lettere alle monache puntano a incoraggiare alla perseveranza, elogiando la verginità e, al contrario, parlando del legame indissolubile con Cristo (spesso con metafore e campi semantici molto simili a quelli dei trovatori, come nei testi di Adamo di Perseigne): restare vergini permette di mantenersi libere, senza concedere il proprio corpo a un marito; donandosi invece completamente al Signore.  Alle principesse e alle dame già sposate si rivolgono invece lettere votate ad ammonire, deprecando i vizi e gli eccessi, senza mai parlare direttamente del sesso. La moderazione coinvolge anche il lusso, che non deve mai essere mondano e ostentato e non deve mai andare disgiunto dalla carità. Il matrimonio ha infatti, in quest'ottica, il compito di spegnare il desiderio, perché la moglie ha due mariti: iste (il marito terreno) e Ille (Dio); se il primo ha diritto del corpo della donna, il secondo detiene potere sulla sua anima. Non è difficile indovinare quale dei due mariti avesse l'assoluta priorità. 
Gli stessi temi tornano nei sermoni per la predicazione: si sottolinea l'interesse di questi prelati a intrattenere il volgo, intervallando le Scritture con aneddoti divertenti, per celare l'aspetto didascalico dietro la piacevolezza dell'ascolto, come nei sermoni di Giacomo di Vitry. 
L'ultima parte, dedicata all'"Amore", attesta come l'influenza tra religione e amore cortese sia in realtà reciproco, per quanto però l'amore passionale si distacchi dalla gabbia del matrimonio. E dunque Duby analizza la triade di marito-moglie-amante della moglie secondo le più avvalorate visioni critiche. Questo resta valido in tutto il periodo dell'Alto Medioevo, ma già nel XII secolo l'amore "buono" non si configura più come una cattura, ma come un dono ed è in questa visione che la religione torna a farla da padrona. Tuttavia, anche in questa dimensione non manca la misoginia, come attesta il trattato celeberrimo De amore di Andrea Cappellano, con qualche parziale eccezione, come nei romanzi diffusissimi di Jean Renard, che presentano le donne "come sono", nella loro quotidianità. 
Lo studio di Duby, che ha l'innegabile pregio di maneggiare una materia vastissima, difficile da ripercorrere (non solo attraversando le fonti, ma anche la bibliografia in merito), è tuttavia un po' dispersivo per chi non ha già le basi. L'ordine di trattazione non è cronologico, perché questo avrebbe certamente limitato la libertà dello studioso; proprio tale libertà però si fa talvolta anarchia di interruzioni, riprese, ripetizioni, impedendo al lettore inesperto una lettura agevole. 

GMGhioni




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