lunedì 3 luglio 2017

#PagineCritiche - ...e poi, come finisce? Beatrice Alfonzetti e il valore dell'explicit nel teatro pirandelliano

Pirandello.
L’impossibile finale
di Beatrice Alfonzetti
Marsilio, 2017

pp. 126
Euro 10,00



«Comincia dal principio» e «Quando arrivi alla fine, fermati»: erano questi i consigli a dir poco lapalissiani che il Leprotto Bisestile e il Cappellaio Matto riuscivano a dare alla piccola Alice durante un’infinita cerimonia del tè nel Paese delle Meraviglie. Niente di più logico, pure nel bel mezzo di uno dei convivi più deliranti mai sceneggiati. Ma se invece si volesse provare a spiegare qualcosa partendo programmaticamente dal suo explicit? Anche qualcosa di infinitamente complesso, e proprio per questo necessario alla comprensione dell’esistenza dell’essere umano. Magari qualcosa di artistico e di letterario. Il teatro pirandelliano, per esempio. Proprio questo ha voluto fare Beatrice Alfonzetti nel suo ultimo lavoro appena pubblicato da Marsilio, che già dall’intrigante titolo – Pirandello. L’impossibile finale – promette al lettore una lettura critica in cui ciò che precede di poco il termine del copione e il calare del sipario conta quasi di più delle azioni precedenti – anche se nel caso di Pirandello, come è noto, è sempre il riflettere, nei termini di un «argomentare un po’ cavilloso», che prende il sopravvento sull’agire vero e proprio.

Alfonzetti – docente di Letteratura Italiana presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università “La Sapienza” di Roma, autrice di diversi saggi e studi sul teatro nonché parte della Commissione per l’Edizione nazionale dell’Opera omnia dello scrittore siciliano – ha prescelto questo particolare approccio: una prospettiva al rovescio, all'indietro, quasi da sotto in su, che non solo è funzionale ad avere una visione ulteriore e più completa sulle opere singolarmente intese, ma serve anche a collocarle con maggiore precisione critica rispetto alle tendenze drammaturgiche in voga tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento; un arco temporale all’interno del quale Pirandello si colloca alla perfezione, da L’Epilogo, il suo primo lavoro per la scena risalente al 1892, all’ultimo (e incompiuto) I giganti della montagna, la cui composizione ebbe inizio nel 1929. In mezzo ci sono altrettante pietre miliari, titoli che hanno fatto la storia del teatro italiano e internazionale: da Così è (se vi pare) a Enrico IV, dalla celebre trilogia del metateatro (Sei personaggi in cerca d’autore, Come vi piace, Questa sera si recita a soggetto) a Non si sa come. Una serie di autentici capolavori che tanto impressionarono i contemporanei e fecero discutere al loro debutto, per divenire poi croce e delizia di teatranti, critici e studiosi delle arti e delle scritture sceniche.

Attraverso l’analisi dei rispettivi finali, e dunque concentrandosi su quella porzione di dramma che tradizionalmente e convenzionalmente dovrebbe garantire una “sintesi” al tutto (con conseguente “soddisfazione” del pubblico in sala), Alfonzetti mostra l’evolversi di una poetica che, al contrario, pare non risolversi, non sciogliersi mai in modo soddisfacente, né per lo spettatore né per il lettore. Vale a dire che, pur nella convinzione, anche pirandelliana, della centralità dell’explicit e della sua importanza per la comprensione di un testo, il suo teatro sembra, programmaticamente, “non concludere”. E anche questa “inconcludenza”, d’altre parte, non è mai identica a se stessa, poiché secondo la studiosa è proprio nell’avvicendarsi di varie tipologie di epilogo (o se si vuole di non-epilogo) che Pirandello mostra una personale sensibilità nei confronti delle più svariate suggestioni drammaturgiche e filosofiche, legate ora alla sua cifra autoriale (che è anche quella del novelliere e del romanziere “umorista”) ora alle tendenze del teatro a lui coevo:
«egli è senz’altro lo scrittore che si è spinto più in là nel far saltare ogni esito prevedibile, sperimentando la molteplicità e varietà dell’inedita famiglia novecentesca dei finali: enigmatici, sospesi, interrotti, assenti, circolari. Una costellazione al cui interno un finale interrotto può essere considerato anche circolare, come un finale all’apparenza compiuto può svelarsi insussistente».
Da ciò deriva la complessità nell'interpretazione dei vari explicit, anche dei più memorabili, in cui a seconda dei casi può capitare di venire congedati con un’ultima battuta enigmatica, di udire l’eco inquietante di sguaiate risate femminili, di fare i conti con colpi di pistola e cadaveri fuori e sulla scena… Proprio alla presenza di questo topos del teatro tradizionale nella versione definitiva dell’opera Non si sa come, andata in scena a Praga nel dicembre del 1934 (poco dopo la consegna del Premio Nobel allo scrittore), Alfonzetti dedica un’attenta disamina nell’ultimo capitolo, proponendo una lettura personale che sottolinea come ben altra fosse la volontà iniziale dell’autore – tale da costituire, se mai fosse andata in scena, «un vero emblema epocale». Dopotutto, come più volte ribadisce la studiosa, tutte le soluzioni più convenzionali e “familiari”, nel teatro pirandelliano complessivamente inteso, non sono mai utilizzate in una chiave meramente meccanica e scontata:

«solo all’apparenza suicidi e omicidi con veleni, pistole, spade e coltelli sussistono ancora nel suo teatro: questi finali significano altro perché sulla scena si muovono fantocci, desideri, ombre, fantasmi, che hanno lasciato i loro corpi nel guardaroba dei teatri dell’Ottocento. Ora i personaggi si muovono e volteggiano fra nuvole, avventure, fantasie, parabole, saghe, giochi, fiabe e miti di un Novecento fattosi già passato».
Certamente complesso ma mai concettoso, il lavoro di Beatrice Alfonzetti non è tuttavia un libro che possa accontentare indistintamente tutte le tipologie di lettore: più apprezzabile da cultori della materia, studiosi o studenti – anche per la ricca bibliografia presente in coda non si fa fatica a immaginare il volumetto come dispensa di un eventuale corso universitario monografico, ma anche come proposta di lettura per l’ultimo anno delle scuole superiori –, lo è forse meno per chi non abbia sufficiente confidenza con la drammaturgia pirandelliana. Difficilmente, senza una conoscenza anche solo sommaria delle trame e della “filosofia” dello scrittore, si riesce ad affrontare con agio pagine così dense di contenuti e di rimandi. Ma è poco male, anzi: proprio questi lettori, nel centocinquantesimo anno dalla nascita dello scrittore, potranno pur sempre accettare a propria volta la sfida coraggiosa di “iniziare dalla fine” – cioè da quest’ultima pubblicazione sull’argomento – e procedere poi, evidentemente incuriositi, alla conoscenza (questa sì, dal principio) delle opere di Pirandello scritte per la scena e ancora rappresentate nei teatri di tutto il mondo.

Cecilia Mariani

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