venerdì 5 maggio 2017

#CriticaNera - Alessio Viola, "Vivere e morire a levante"

Vivere e morire a levante
di Alessio Viola
Besa Editrice, 2017


pp. 281
€ 18,00







La caratteristica principale che emerge dalla lettura dei romanzi di Alessio Viola è la perfetta fusione dell'oggettività giornalistica con la poetica narrativa. Uno stile crudo, diretto, senza orpelli retorici, che si compenetra con la dimensione “umana” delle storie, dei protagonisti, del sentire dell'autore stesso, facendo della lettura un'esperienza ai limiti della fisicità.
Aspetto già rilevato dalla lettura di Fidati di me, fratello [qui la recensione], in questo Vivere e morire a levante, romanzo di più ampio respiro e consistenza, il “doppio registro” diventa una modalità narrativa perfettamente strutturata, in grado di scatenare nel lettore tutta l'emotività che una storia di amore viscerale e di morte può smuovere, tenendolo tuttavia entro i binari della realtà più assoluta e più crudele possibile.


Protagonisti di questo romanzo superlativo sono due ragazzi giovanissimi, Gabriele e Alessandra, che tentano di sopravvivere – e di far sopravvivere la loro condizione di innamorati – all'interno della cornice costituita dall'appartenenza al mondo malavitoso della Bari Vecchia; apparanzato con una delle famiglie dominanti lui, lei figlia di un commerciante indebitato con una famiglia alleata, i ragazzi sfidano, più o meno consciamente, un sistema di regole ferreo e immutabile, che non prevede deroghe né eccezioni per chicchessia.

Il periodo in cui il romanzo si svolge sono i primi anni Novanta, gli anni del tramonto della “Prima Repubblica” (quella così simile alla seconda); Viola dipinge il momento storico in modo efficacissimo, restituendo una fotografia impietosa da cui non solo emergono gli aspetti legati al degrado e alla completa mancanza di senso critico - prima ancora di qualsiasi senso di colpa - all'interno del “proletariato delinquenziale” della città, ma soprattutto si delinea l'immagine di una classe dirigente spregiudicata e famelica, delirante nel proprio senso di onnipotenza e impunità, cui proprio quella criminalità stracciona garantisce sopravvivenza e prosperità, attraverso un sistema di caporalato a sua volta incardinato sull'ignoranza di ragazzi come Gabriele, manovali attratti da una concezione esistenziale distorta, dai facili guadagni e dall'opulenza osservata nei festini da basso Impero cui partecipano, restandone però ai margini come cani da guardia.

La trama avvincente, l'intreccio magistralmente costruito mediante cambi di prospettiva e di registro, Vivere e morire a levante è un pugno nello stomaco, sferrato da uno scrittore furioso per la morte civile che avvolge la sua città e i giovani che la abitano, destinati a una vita eterodiretta e preconfezionata, oltre che prevedibilmente breve; è una richiesta di aiuto per la terra cui Alessio Viola è legato da un amore assoluto, profondissimo e intenso come quello che arde fra Gabriele e Alessandra. E, purtroppo, altrettanto disperato.

Stefano Crivelli

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